
Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa, è autore di volumi di storia economica, tra i quali: Nelle mani dei fondi. Il controllo invisibile della grande finanza (Altreconomia 2024) e I padroni del mondo, Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza 2024). Giordano Cavallari lo ha intervistato per noi.

- Professor Volpi, perché lei tratta i grandi fondi finanziari quali “padroni del mondo”?
Per “padroni del mondo” intendo quei fondi finanziari – in questo momento, in particolare, Black Rock, Vanguard, State Street – che funzionano da collettori del risparmio collettivo di molte persone che nel mondo si assicurano con polizze previdenziali e sanitarie: i gestori immediati di queste polizze affidano tali risparmi ai meno noti – agli stessi risparmiatori – fondi citati, perché, a loro volta li gestiscano in un più vasto mercato.
Ecco: in tal modo, questi tre gruppi finanziari – che possiamo definire Big Three – sono giunti ad ottenere una disponibilità annuale che si aggira sui 40.000 miliardi di dollari: una cifra enorme, che le Big Three impiegano per acquisire titoli azionari e titoli del debito pubblico degli Stati, per realizzare gli investimenti più remunerativi.
Oggi i grandi fondi risultano pertanto essere i principali azionisti delle società quotate nelle borse americane, quali Microsoft, Amazon, Nvidia, Google… ConocoPhillps, Exonmobil ecc. Poi, magari, vedremo meglio in quali direzioni vanno gli investimenti.
- Come e quando i fondi hanno iniziato a divenire i “padroni”?
Dopo la crisi finanziaria del 2008, quando il sistema bancario americano ha perso credibilità e i risparmiatori hanno iniziato a non fidarsi più di banche cariche di mutui in larga misura insolventi, in quel vuoto si sono inseriti questi gestori del risparmio, offrendo al mercato finanziario prodotti che costavano decisamente meno perché non prevedevano una vera e propria consulenza, come le banche.
Dal 2008 è iniziata, dunque, l’ascesa di questi fondi che si sono sostituiti, in larga misura, al sistema bancario, beneficiando – lo ripeto perché è un punto centrale – dei risparmi di coloro che, in vari Paesi occidentali ed europei in particolare, sono stati indotti, dal progressivo smantellamento degli stati sociali, a far ricorso a polizze private. La riduzione della spesa pubblica sanitaria, ad esempio, è risultato uno dei fattori determinati della crescita dei fondi.
- Non è una forzatura definirli “padroni”?
Non esiste ad oggi alcuna realtà pubblica, né privata, che goda di una disponibilità finanziaria paragonabile. Non esiste uno Stato che sia in grado di investire cifre analoghe.
Facciamo un confronto: ho detto che i tre fondi assieme hanno una capacità di investimento di 40.000 miliardi di dollari all’anno, mentre gli Stati Uniti – lo Stato che spende di più in assoluto nel mondo – è in grado di investire 4.000/4.500 miliardi di dollari all’anno, cioè un decimo.
È evidente: i “poteri” sul mondo derivano dal fatto che, avendo a disposizione questa enorme liquidità, sono in grado di determinare l’andamento dei principali titoli azionari: determinandone l’andamento e quindi il valore azionario, sono in grado, con quel valore, di remunerare i risparmiatori, i quali chiaramente dipendono dalle performances di questi fondi per il loro presente e futuro.
C’è un altro elemento aggiuntivo a cui ho appena accennato: i grandi fondi sono i principali compratori del debito pubblico degli Stati, in primo luogo del debito pubblico americano (peraltro in grandi difficoltà di questi tempi). Ma ormai questi grandi fondi sono anche i principali compratori dei debiti pubblici europei, dopo che la BCE ha cessato di comprarli.
Quindi la “padronanza” esercitata da questi fondi sugli stessi Stati è tutt’altro che banale.
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- “Padroni del mondo”: ma di quale parte del mondo stiamo parlando?
La parte del mondo di cui sto parlando è quella cosiddetta occidentale, che, in realtà, non è solo quella geograficamente occidentale: ovviamente sto parlando di Stati Uniti, di Europa, ma anche di Giappone, Canada, America Latina in parte e Sud-est Asiatico in parte.
La Cina non appartiene evidentemente a questo mondo, poiché la Cina – come noto – è l’altra parte, emergente, del mondo, che si sta legando con altri Paesi. La Cina è stata ben attenta a non far entrare le Big Three nella sua economia, perché è dotata di un sistema di raccolta del risparmio di proprietà e di controllo pubblico dello Stato.
- Europa e Italia sono quindi ben dentro a questo mondo?
Direi in maniera radicale, per almeno due ragioni.
La prima è che, con la globalizzazione, è stata scelta la strada della finanza, piuttosto che dell’economia, nel momento in cui si è deciso di produrre sempre meno in Europa, delocalizzando le produzioni altrove; le economie europee si sono così specializzate nella creazione di titoli finanziari, prerogativa di banche e fondi.
La seconda ragione è che il cuore pulsante del processo della finanziarizzazione dell’occidente, dall’Europa si è spostato negli Stati Uniti: le banche europee e i fondi europei, hanno affidato la mole del risparmio raccolto ad altri e più grandi gestori, spostandolo, per il 60% circa, verso le borse americane.
Dunque: la dipendenza europea e italiana dai fondi statunitensi è particolarmente marcata.
- Nei suoi libri, lei ha più volte messo in evidenza lo scarto tra economia di mercato e finanza. Può spiegare?
Ho ripetutamente scritto che esiste una sostanziale differenza tra mercato e capitalismo finanziario perché il mercato nella sua storia – penso anche alla Dottrina sociale della Chiesa – ha come suo obiettivo la giusta attribuzione del valore dei beni, un valore quanto più prossimo alla realtà, che comprende il valore del lavoro coi sentimenti di giustizia sociale, mentre il capitalismo che abbiamo sotto gli occhi corre soltanto dietro l’obiettivo del profitto, peraltro con strumenti speculativi.
Vediamo quanto sta avvenendo in questi giorni: la determinazione di quanto costa il barile di petrolio dipende solo in parte da condizioni obiettive – ossia da quanto petrolio c’è e da quanto ne viene richiesto dal mercato – ma anche e soprattutto da speculazioni finanziarie.
Ci sono “soggetti” che scommettono sull’andamento dei prezzi dei beni e che, con le loro scommesse, condizionano il prezzo effettivo che, in tal modo, diventa molto più alto, ovvero, in altri casi, molto più basso. Ciò non ha, evidentemente, nulla a che fare con il mercato reale.
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- Cosa ha che fare tutto ciò con la povertà e la ricchezza?
È chiaro che il meccanismo finanziario premia, da sé, i soggetti a reddito maggiore. Chi, ad esempio, non dispone di una pensione pubblica adeguata e si fa una pensione privata, dipenderà in futuro da quanti denari è in grado di affidare oggi, mensilmente, ai gestori del suo risparmio: più versa e più sarà coperto in futuro dalla sua polizza.
Stessa cosa avviene per la polizza sanitaria: con pochi o nulli soldi si può avere accesso solo a servizi scarsi o pessimi, con tanti soldi ai migliori: cosa che sta già avvenendo. Il fattore aggiuntivo dello scarto tra povertà e ricchezza è la remunerazione del capitale finanziario, che è chiaramente proporzionale all’investimento: chi, attraverso i grandi gestori – cioè i grandi fondi – è in grado di investire in quantità di titoli delle principali società, è sicuro di ottenere risultati altissimi.
Una cosa è certa: il trasferimento della formazione dei redditi dal lavoro alla finanza è uno dei meccanismi fondamentali dello scarto e delle diseguaglianze sociali.
- Ha già fatto i “nomi” di questi “padroni”: può precisare?
Black Rock è il più grande gestore di risparmio al mondo con, grossomodo, 14.000 miliardi di dollari di gestione, seguito da Vanguard e State Street, che dispongono di una liquidità solo di poco inferiore.
Questi tre fondi sono peraltro legati tra loro da partecipazioni reciproche. Black Rock è quotata in borsa, Vanguard no. Succede però che prodotti finanziari generati da Vanguard siano acquistati da Black Rock, e che, nei capitali di Black Rock, sia presente Vanguard. Insomma, gli intrecci sono fortissimi.
- Sono riconoscibili persone fisiche in questi “padroni”?
Le persone fisiche riconoscibili sono quelle degli amministratori delegati. Benché il ruolo di questi amministratori sia decisivo, non sono loro i “padroni”, perché la loro forza – e la forza di queste realtà – non sta tanto nella proprietà del capitale, quanto nella disponibilità del capitale altrui, perché appunto gestiscono enormi quantità di risparmio “altrui”.
Il più noto degli amministratori porta il nome di Larry Fink, protagonista anche di recente al Forum di Davos, C.E.O. di Black Rock.
- Big Tech e Big Three: hanno tra loro legami?
I legami ci sono e sono molto forti: anche le società Big Tech sono partecipate dai grandi fondi: il 25% del capitale di Amazon è, ad esempio, nelle mani delle Big Three; Jeff Bezos, ipotetico proprietario di Amazon, ne detiene, circa il 10%.
I fondi Big Three sono pure i maggiori azionisti di Microsoft, come di Apple e di Meta: ne detengono tra il 25 e il 27% delle azioni; tutti gli altri azionisti sono molto più piccoli.
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- Qual è il legame dei fondi con la politica?
Non può essere che un legame stretto. Questi fondi hanno sostenuto a lungo, nel recente passato, i democratici americani, avendo beneficiato, soprattutto con la presidenza Biden, di una normativa che ha favorito la concentrazione finanziaria, ad esempio favorendo l’aggregazione di più banche a J.P. Morgan, la banca di riferimento del partito democratico.
La vittoria di Trump è risultata, quindi, inizialmente, piuttosto problematica per i C.E.O. dei grandi fondi. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha presto capito di non poter fare a meno dei fondi Big Three per il finanziamento del debito pubblico americano, oltre che per gli investimenti più strategici USA, ad esempio nella intelligenza artificiale, negli armamenti, nei fossili ecc.
- Questa finanza condiziona le democrazie degli Stati?
Il condizionamento fondamentale deriva dal fatto che le democrazie occidentali hanno progressivamente ridotto il loro intervento pubblico, così determinando – e consentendo – che i grandi fondi divenissero sostituti dei sistemi previdenziali, assistenziali e sanitari. Come detto, i risparmiatori sono oggi molto più dipendenti – per il loro presente e il loro futuro – dai grandi fondi che dalle politiche dei rispettivi Stati.
Il condizionamento si esercita poi, “esplicitamente”, nell’acquisto, da parte dei fondi, di quote rilevanti del debito pubblico degli Stati, in cambio del quale ottengono benefici all’atto delle privatizzazioni delle maggiori società e dei beni degli stessi Stati, quando questi, nell’ottica di riduzione delle spese, cedono parti delle loro imprese strategiche per la gestione di infrastrutture e servizi: il caso dei servizi energetici nazionali è emblematico. L’influenza sulla vita dei cittadini diventa evidente.
- Facciamo il caso dell’Italia: in quali società di servizi i fondi sono presenti e condizionanti?
Dovrei fare un lungo elenco. Basti dire che Black Rock è il principale azionista della Borsa di Milano, il che vuol dire che possiede quote azionarie delle singole società quotate a Milano, il che vuol dire qualcosa di superiore, per valore, a ciò che è di qualsiasi altro soggetto.
Ma Black Rock è presente anche nei principali gestori – banche e fondi – del risparmio in Italia, ad esempio in UNICREDIT, il che vuol dire che più o meno tutti i clienti si rivolgono a Black Rock per l’effettiva gestione dei patrimoni affidati.
La presenza dei fondi si estende inoltre alle maggiori società a partecipazione statale del settore dell’energia: da ENI a ENEL, da ITALGAS a TERNA. Non solo: i fondi sono anche azionisti delle società che gestiscono servizi pubblici locali, le cosiddette “multiutility”: dell’acqua, dei rifiuti, dell’energia, dei servizi autostradali e altri. È chiaro che la loro partecipazione risulta determinante anche nella definizione delle tariffe.
Non da ultimo: anche parte del debito pubblico italiano è finanziato da Big Three.
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- Può mettere ulteriormente a fuoco il ruolo dei fondi nei settori dell’energia fossile e delle armi?
I colossi dell’energia fossile mondiale occidentale sono di fatto possedute da Black Rock, Vanguard e State Street. Le società che trattano il gas liquefatto statunitense – che, in questo momento, specie in seguito alla guerra all’Iran, è divenuto indispensabile alle economie occidentali – hanno, nel loro azionariato, un 25/30% da Big Three.
Benefici stanno derivando ai fondi dall’attacco statunitense al Venezuela, per l’affidamento dell’estrazione e del commercio del petrolio venezuelano a compagnie quali Exon Mobil e Conoco. Phillips, partecipate da Big Three.
In Italia – come detto – i fondi sono presenti in tutte le maggiori società a partecipazione pubblica dell’energia. In ENI, Black Rock è il secondo azionista dopo lo Stato italiano.
Stessa cosa si può dire per la produzione delle armi: le principali imprese americane del settore – Boeing, Raytheon, Lockeed Martin – hanno i tre fondi quali loro azionisti di riferimento. Analogamente avviene in Europa, ove una realtà come la tedesca Rheinmetall – che in questo momento, col ReArm Europe, va particolarmente bene per ovvie ragioni – ha nel proprio azionariato una quota crescente posseduta da Big Three. Ciò tocca esattamente anche l’italiana Leonardo (https://www.settimananews.it/reportage–interviste/finanza–armi–e–politica–un–intreccio–perverso/).
- Perché i grandi fondi non stanno investendo in energie rinnovabili? Scelta della politica o della finanza?
Stavano investendo, ma hanno cessato di farlo, sia per scelte politiche che finanziarie. Biden aveva provato a innescare un processo di transizione energetica graduale negli Stati Uniti. Ma Trump ha segnato la svolta: l’ha detto sin dall’inizio del suo mandato: «non ci occuperemo di forme di energia che non siano fossili». Ciò ha funzionato come un appello ai grandi fondi. Larry Fink e altri hanno capito, per cui tutte – o quasi – le risorse degli Stati Uniti per l’energia vengono oggi impiegate a vantaggio dei fossili.
C’è poi il caso europeo: in breve l’Europa è passata dal GreenDeal al ReArm: la programmazione di 800 miliardi di euro nel settore delle armi sta facendo saltare i propositi di transizione verde: perciò, anche in Europa, i fondi si sono ricollocati in ciò che dà maggiori profitti: petrolio, gas, armi.
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- Questi “padroni” saranno sempre più “padroni del mondo”?
Probabilmente continueranno ad esserlo, almeno a breve. Ma le stesse guerre che stanno affliggendo il mondo – e incrementando i loro profitti – alla fin fine non potranno che nuocere ai grandi investitori, togliendo loro la sicurezza di possedere titoli sempre e comunque remunerativi. Questo potrebbe, prima o poi, incrinare la fiducia, oggi ancora riposta dai risparmiatori.
C’è poi un’altra grande variabile da considerare: come ho detto, questi fondi non sono presenti in Cina e non sono presenti in altri Paesi ed economie emergenti, nei cosiddetti BRICS. Mentre sappiamo che sarà, appunto, la Cina a trainare l’economia del futuro. Può quindi darsi che la parte del mondo destinata a crescere di più in futuro sia quella in cui i grandi fondi non ci sono e non ci saranno mai, con tutte le conseguenze del caso: ma ciò non potrà che contrassegnare il declino e l’impoverimento di Stati Uniti ed Europa.
- Se io, privato cittadino, voglio cercare di sottrarre i miei piccoli risparmi a questi fondi – perché non siano investiti in fossili e in armi – ci riesco?
Questa è una bella domanda. In Italia esiste di per sé una legge – peraltro recentemente depotenziata – che obbliga i gestori alla trasparenza, per cui è possibile, ad esempio, evitare di dare i propri soldi alle cosiddette “banche armate”, sapendo quali sono.
Ma anche questo strumento è immerso in un processo assai poco trasparente. Il sistema finanziario, sommariamente descritto, è molto complicato. Paradossalmente, neppure il gestore dei nostri risparmi – a cui ci rivolgiamo da singoli cittadini ben intenzionati – sa dove vadano a finire i soldi infine affidati ai “padroni del mondo”. Va detto, quindi, che la facoltà di indirizzo dei singoli risparmiatori è molto limitata.
- Ma non c’’è nulla che si possa fare per non dare soldi a “chi” sporca il mondo, lo affama e alimenta le guerre con le armi?
Bisognerebbe avere la forza collettiva di cambiare alcune cose: la prima – secondo me fondamentale – è ridurre, per via normativa, la possibilità di fare finanza su qualsiasi prodotto; solo se riduciamo la facoltà di creare prodotti finanziari su armi, su combustibili fossili, su agricoltura e allevamento intensivo ecc., abbiamo qualche probabilità di rendere la finanza più trasparente e di farla ritornare in vicinanza di un’economia buona; una seconda condizione è togliere di mezzo la lunga catena delle intermediazioni sui prodotti finanziari, per cui oggi non sappiamo dove vadano a finire i nostri soldi.
Penso poi che sia molto importante, specie in questo momento, affidarci, nelle nostre scelte di investimento, ad un primo gestore che sia quanto più affidabile: con tutti i limiti che possa avere – perché non c’è nessun operatore che possa trovarsi fuori contesto – ritengo che Banca Etica sia in tale percorso: diverso, più chiaro e lineare, rispetto agli ordinari percorsi finanziari.
- La finanza vaticana si pone in questa stessa linea etica?
Da un lato, è interessante notare, per parte mia, l’opera di riduzione dei margini finanziari del Vaticano attraverso lo IOR. Dall’altro, mi colpisce il fatto che la banca vaticana ha recentemente emesso titoli – rivolti alla propria clientela – riconducibili ad alcuni colossi Big Tech e dell’energia fossile: fatto che rientra nella stessa logica finanziaria poco trasparente di cui abbiamo detto. Ma capisco che anche IOR alla fin fine è una banca che emette titoli finanziari che promettono alti rendimenti, quindi attrattivi per i suoi clienti.





