
Non si parla mai abbastanza dei primi tre giorni della Settimana Santa, quelli che vanno da lunedì a mercoledì, perché li viviamo grosso modo come giorni feriali, normali e monotoni nel dipanarsi della quotidianità forse sempre uguale a se stessa e con la stessa visione delle cose. Poveri tre giorni della Settimana Santa, così trattati! Senza volerlo li imbavagliamo, quando invece sono magniloquenti.
Noi abbiamo bisogno, ora più che mai nel mentre della bruttura di guerre in corso, di eloquenza che infiammi il cuore e lo renda appassionato, che spinga i nostri occhi ad innalzarsi, che riattizzi la nostra speranza qual tizzone smorto che tende a spegnersi.
Da sempre i primi tre giorni della Grande Settimana sono scrigni di grazia consolante non perché abitati da gesti ulteriori rispetto a quelli già incantevoli, nella loro essenzialità, della liturgia romana che celebriamo ogni giorno, ma perché serrano la nostra concentrazione su di un punto fermo e ben stagliato dentro il vorticoso agitarsi di suggestioni appariscenti e accentuazioni polimorfe, il più delle volte ingannevoli, a cui però tanto ci piace star soggetti, forse addirittura proni, nonostante ce ne lamentassimo a ogni occasione.
Siamo davvero incredibili! E duri! Qual è il punto che s’abbozza a mo’ di tenera gemma primaverile sul tronco disadorno del nostro invernale procedere? Sta per scoppiare di vita mentre paradossalmente dichiara una morte incipiente: «era necessario» (Lc 24,44). Era necessaria quella spoliazione, così umiliante, così disadorna, così dis-umana. Con quale arma si è convinti di vincere la violenza bruta se non con la mano dis-armata che acconsente pazientemente, rimettendo la propria causa ad un Altro? È con il bene che si vince il male (cf Rm 12,21).
Per quel punto fermo il nostro sguardo può finalmente aver tregua dal suo avido e sfibrante roteare a destra e a manca; la nostra mente, dopo l’approccio scandalizzato e un tantino perbenista, può trovare il beneficio della calma che si tramuta, a mano a mano, in saporosa e fluente pace; il nostro corpo si rilassa e si riposa in tanta fissità da stabilizzarci l’umore come posati su roccia sicura rendendoci eterni, quanto meno desiderosi di esserlo. Il punto fermo è il volto “non-volto”, se così si può dire, di un Servo di cui ci parlano le prime letture della liturgia di lunedì, martedì e mercoledì santo.
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Il libro di Isaia, alla maniera dei musei blasonati, tra i suoi capolavori ostenta i cantici del Servo del Signore (‘eḇed Yhwh), talmente intensi da essere annoverati tra i migliori della letteratura mondiale e tra i più ricchi della spiritualità di tutti i tempi. Sono pur sempre parola di Dio! Brillano al pari del diamante sfaccettato dell’anello regale. Lunedì è proclamato Is 42,1-4; martedì tocca a Is 49,1-6; mercoledì è la volta di Is 50,4-9. Ce n’è un quarto, il più toccante, il più straziante, il più plastico nella capacità di rappresentarci il dolore innocente, la sofferenza del giusto che paga per i peccati di tutti gli altri, per i nostri peccati, da Caino, anzi da Adamo, in poi.
È Is 52,13-53,12, che è letto il venerdì santo. Una generosità, quella del giusto anonimo negli inni evocato, che, sorprendendoci, ci spiazza. Essa tramuta il nostro chiacchiericcio vanitoso in un silenzio, questa volta assai opportuno, che si fa accesso alla profondità che non abbiamo ancora osato. É un buon esercizio d’ingresso nella solenne costruzione del Triduo pasquale rileggere i canti di Isaia e lasciarsi così trapassare l’anima dalle loro parole, che non sono parole e basta (flatus vocis), ma sottili lame che procurano spifferi per una boccata d’aria, sono stelle copiose che trapuntano il cielo della nostra distrazione rendendolo vivido nonostante la notte o proprio perché è notte.
Ricordo solo qualche espressione che di sicuro custodiamo nella memoria tra le cose più affezionate, le sentiamo nostre, ci appartengono, si è come rappresentati da esse, per ogni volta che abbiamo subito un’ingiustizia, abbiamo avvertito come non meritato un dolore lancinante, abbiamo vissuto sofferenze umilianti; per ogni volta che ne abbiamo inferte noi ad altri. «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi… disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima». Poi continua: «Eppure egli s’è caricato delle nostre sofferenze, s’è addossato i nostri dolori… Egli è stato trafitto per i nostri delitti».
Ed ecco la frase clou, che ci stana dalla formale religione, dal nostro ringalluzzito devozionismo, dalla strettezza della nostra ipocrisia: «Per le sue piaghe siamo stati guariti». Chi è costui che ha permesso questo sulla pelle del suo corpo arata come il maggese d’autunno, sulla sua carne piagata e piegata senza pietas, con il plasma dell’effluvio generoso del suo darsi? Paolo scrive: «A stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene» (Rm 5,7).
Può mai esserci veramente qualcuno che paghi il conto, così salato, per noi? Se sì, sarà un parente, un amico, un coniuge, un mentore. Eppure, quanto tradimento sperimentiamo persino da questi. Facciamo finta di non saperlo perché, a ripensarlo, ci ribolle il sangue dalla rabbia, ci amareggiamo come giammai. Chi, allora? É solo un’immagine, una metafora, una sorta di visione nel sonno disturbato, una pia fraus, una chimera? Paolo continua: «Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8).
Diciamocelo pure: noi non crediamo che ci possa essere tanta bontà in giro, specialmente in questi giorni di cronaca orribile, un simile eroismo che non cerchi poi, anzi immediatamente, il suo contraccambio. Noi siamo quasi sempre malpensanti, diffidenti, sospettosi. È lo stillicidio del Male nelle nostre esistenze. E invece quel sofferente Servo dal profeta mai nominato, croce e delizia degli interpreti, non resta per sempre anonimo. Troppo comoda una simile indecisione, troppo astuta una nebbia così vaporosa, con tutto il rispetto del caso! La fede cristiana dirada la coltre e svela ciò che il drappo della genericità occulta. Essa ci insegna a dar corpo, a rendere sostanziale, a recepire il concretum. Si tratta di carne.
Il Servo ha un nome, Gesù (Yēshū‘a, il Signore salva). Quel volto guastato dalla violenza umana, dalla superbia dei nostri difetti, ogni volta che colpiamo a tradimento il nostro personale umano e, per questo, feriamo i nostri fratelli e le nostre sorelle, è il volto sereno nonostante gli sputi, il sangue, le tumefazioni e le ferite aperte, di Gesù Cristo. É il volto bello (cf Sal 44,3) del Signore nonostante la maschera di dolore che gli abbiamo imposto. É il volto mansueto dell’Agnello che prende e porta su di sé il crimine del mondo. Ecco, i primi tre giorni della Settimana Santa ci lasciano intravedere il bel volto del Servo Gesù.
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Poi arriva il giovedì santo, l’inizio del Triduo pasquale, vigilia della sua morte in Croce. Quel Servo ci è presentato in un prodigio di semplicità che ci commuove, come nostalgia d’antica sorgente. Ci vien fatto vedere il volto nientemeno che riflesso nel catino in cui lui, Servo del Signore, lava i piedi dei suoi discepoli. Di quel volto, il giovedì santo ci dà lo spessore, facendoci assistere allo spezzare la consistenza del pane fragrante, il cibo degli angeli, il farmaco d’immortalità, perché diventi boccone di comunione per tanti, per tutti, nessuno escluso, cibo per i poveri, per chi si riconosce tale, per gli esclusi dal banchetto dei buontemponi.
Di quel volto, è proposto il gaudio soave mentre si solleva il calice di vino rosso che presta la “specie” al sangue salutare, il sangue della carità senza limite. Meraviglioso giovedì di cena! Stupendo giovedì d’amore! Non è il bivacco degli amici, l’afflato dei conoscenti, la festa dei parenti. È il talamo degli sposi, l’intimità degli amanti, mentre la luce si sprigiona poderosa dall’annoso ceppo che, avvampato, ormai tutto fa rifulgere e tutto riscalda. É la liturgia di chi decide, appresso al Maestro, di emulare la sua scelta.
Vale tutta la vita impersonare quel muto Servo, il mansueto Gesù nostro Signore, perché risorga la speranza dal cumulo delle macerie a cui ci siamo ridotti. In molti posti, come non pensare alla Terra Santa, alle comunità cristiane di Palestina, all’Ucraina, ai paesi belligeranti in Africa, e chissà quanti altri ancora, non si potrà accorrere nell’aula della santa Cena, dove s’espande il profumo dello sfornato fresco: pane per tutti, pane per saziarci, pane di sudore e di gioia, pane di fraternità e di pace.
Allora un altro cenacolo è chiesto di preparare per il Signore, per la sua Pasqua, nel più intimo del cuore. In comunione con tanti fratelli e sorelle impediti, anche a noi è chiesto lo stesso, di preparare il cenacolo del nostro cuore. È occasione preziosa per adoperarci in sincerità. Forse per troppe volte ci siamo dati da fare, addirittura ci siamo affannati per addobbare la «stanza superiore» (Lc 22,12), quella di rappresentanza, dove appare tutto ben composto, dove sopra i tappeti non si possono udire le urla feroci dei nostri dubbi, delle maledizioni che spariamo come proiettili di cecchini, dei singulti amari della nostra delusione; dove non sale il maleodorante lezzo della malizia dei nostri contorcimenti. Nella stanza di sopra (anágaion) siamo tutti bravi a ospitare il Signore riconosciuto potente e padrone, e che ci vuole?!
Forse la precarietà, l’impedimento a causa dei mali della vita, specialmente la violenza e la guerra, che è sempre ingiusta, potrebbero indurci a scendere al piano inferiore (katályma, cf Lc 22,11), nel deposito di quotidianità, nel sottoscala della nostra verità, il quale non è affatto limpido. Accogliere proprio lì il Signore, il suo caderci da Servo ai piedi scoperti e sporchi per lavarceli, per baciarceli, è una cosa inaudita.
L’immensa distanza dal Signore allo schiavo è coperta da Gesù. Volevamo un Dio di gloria e ci siamo ritrovati con un Volto ammaccato. Volevamo un Dio onnipotente, pronto a risolvere i nostri drammi, e ci siamo ritrovati con un Servo sofferente. Quanto abbiamo da meditare questo giovedì santo! Dov’è finita la sicumera della nostra intelligenza? Che Dio è un Dio così? Un Dio che non cerca il primo posto, ma l’ultimo? Un Dio la cui escalation è al contrario, verso il basso? É il Dio di cui abbiam bisogno! Egli è il Dio che ci salva, ci salverà, ci ha già salvato.
Tutto ha un senso e, soprattutto, tutto è grazia. Scendendo giù fin nella camera della nostra umiliazione e della nostra umiltà ci riapproprieremo di un sincero desiderio di relazioni, quando sta prendendo piede la forma individualista dell’esistere; di una incontenibile voglia di comunità, quando in giro si scorge potentissimo il “ciascuno per i fatti propri”; di un tremendo bisogno di perdono reciproco, quando va di moda l’aggressività senza freno alcuno; di una indomabile voglia di volerci bene e di amarci senza tornaconto, quando spopolano istinti vendicativi e di rivalsa.
In una parola, in quella stanza bassa dove viene a inginocchiarsi il Signore servo, lui che non ha più un servo ma che è il servo, ci riprende il gusto di vivere, smettendo la recita del mortificante sopravvivere, del vivacchiare. Impediamo, in questo giovedì santo, che il monossido di carbonio della indifferenza ci addormenti dolcemente ma spietatamente alla morte spirituale. Coraggio! Il volto squalificato di un Servo sofferente riacquista splendore di gloria sui nostri piedi nettati, sulla tavola imbandita della prima comunione, nel pezzo di pane condiviso e nel sorso di vino inebriante di Spirito. Coraggio! Dio viene ancora! Prendiamo posto: è la sua cena, la Cena del Signore.
- Don Enzo Appella è docente di esegesi e teologia biblica alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sez. San Luigi, di Napoli.





