
Dopo l’attacco di oggi di Israele in Libano (foto LaPresse)
Nella notte è stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco fra Iran e Stati Uniti – a cui questa mattina si è attenuto anche Hezbollah in Libano. Israele invece ha ritenuto che il cessate il fuoco non riguardasse il suo conflitto con Hezbollah e ha scatenato un attacco missilistico di vaste proporzioni (più di un centinaio di lanci in 10 minuti). Sono state colpite varie località del Libano – con 10 attacchi contro Beirut. Sono stati colpiti anche innumerevoli obiettivi civili, molti dei quali mai interessati in precedenza tra cui un cimitero nel quale si stava celebrando il funerale di un giovane ucciso nei giorni precedenti, senza alcun preavviso che consentisse alla popolazione civile di mettersi al sicuro. Non si conosce ancora il numero delle vittime e dei feriti, destinato comunque a essere molto alto – soprattutto perché un gran numero di persone, facendo affidamento sulla tregua da poco proclamata, aveva fatto ritorno nelle loro città, paesi e case. Il resoconto dell’incontro con p. Michel Saghbiny, francescano dell’Ordine Antoniano Maronita e rettore dell’Université Antonine a Beirut, è stato scritto prima della tregua di stanotte e del devastante bombardamento israeliano di oggi.
Mettere per scritto la comunicazione avuta con padre Michel Saghbiny, rettore dell’Università Antoniana a Beirut, richiederebbe la capacità di trasmettere il senso della voce rotta dalla commozione nei diversi messaggi vocali.
Chi scrive non ha avuto il coraggio di bloccare al telefono il rettore impegnato a far continuare la vita universitaria on line e, nello stesso tempo, a consegnare prodotti alimentari per sostenere il servizio dei suoi studenti che si sono messi a preparare 900 pasti al giorno per gli sfollati.
Così, al primo messaggio concluso con la promessa di riprendere il colloquio dopo 30 minuti, se n’è aggiunto un secondo solo il giorno dopo.
Le cifre del dolore
P. Michel Saghbiny ha iniziato ricordando la sua consapevolezza di parlare da dentro il conflitto. La sua non è una riflessione riguardante la geopolitica ma parte dalla vita del Libano ormai sfigurato.
Nell’ascoltarlo sembra di essere in mezzo ad un grande mosaico che si sta sgretolando. Le tante tessere che formano il Libano di oggi sono sparse qua e là ed è difficile ricomporle in un quadro unitario. In questa nazione, grande come il nostro Lazio, ora «vive chi riesce a sopravvivere e c’è tanta sofferenza. La popolazione che abita le zone bombardate ha dovuto lasciare le proprie case e proviene da oltre 300 villaggi del sud. Si tratta di oltre un milione e 200 mila persone».
Hezbollah è il punto di fuga delle diverse tensioni e della guerra, a partire dal fatto che essa è composta da libanesi sciiti, non da stranieri, anche se obbedisce ad una potenza straniera, quale l’Iran. D’altra parte, si riscontra molta contrarietà da parte della popolazione perché è proprio Hezbollah, in prima istanza, la causa della situazione di guerra.
E così si registra una prima frattura nel paese: non tutti aiutano tutti (a partire dai sunniti). Alcuni rifiutano radicalmente l’aiuto a chi viene dal sud, ai vicini di Hezbollah, proprio perché ritenuti la causa prima dell’attuale situazione.
Come buona notizia, c’è da riconoscere che c’è anche chi supera i distinguo e accoglie sia i musulmani sunniti sia i cristiani. Incombe su tutti il timore di finire come Gaza. «Non si può in nessun modo giustificare la violenza, soprattutto l’uccisione di persone, soprattutto quelle innocenti: bambini, donne, anziani, accademici, soccorritori, giornalisti o anche i civili non armati. In nessun modo si può giustificare questo».
Le cifre parlano dell’uccisione di 250 bambini, di 150 soccorritori, tra i quali va ricordato un quindicenne appena diventato soccorritore, e gli poi accademici, i giornalisti…
Palazzi di 10/15 piani vengono distrutti, perché dentro si suppone ci abiti una persona di Hezbollah. Israele avrebbe la capacità tecnica di colpire un appartamento solo – e talvolta accade –, ma ci sono palazzi che collassano per intero.
Un mosaico irriconoscibile
Per padre Michel, si è visto in Palestina che tutto il cumulo di macerie provocato da Israele non ha fermato Hamas. Così accadrà anche in Libano: non è attraverso la violenza che si riuscirà a estirpare Hezbollah, proprio perché si tratta di libanesi. Così la presenza di libanesi sciiti diventa un problema e – mi confidava un’altra fonte – non è remoto il rischio di una guerra civile, mentre fanno paura le mire espansionistiche di Israele. La tempistica bellica darebbe conferma a questa prospettiva.
Padre Michel dichiara: «Non si può in nessun modo giustificare quello che sta facendo Israele in Libano. Ne sono convinto, perché dal 27 novembre 2024 – quando è stato dichiarato il cessate il fuoco della prima guerra, quella durata due anni – fino al 2 marzo 2026, Hezbollah ha rispettato questo cessate il fuoco, non ha sparato neanche una pallottola». Invece, in Libano sono state uccise oltre 300 persone nel periodo successivo al “cessate il fuoco”.
«Per questo, Israele è visto come il male assoluto da una parte della popolazione. Una popolazione che ha sofferto l’occupazione israeliana per 22 anni. Israele è visto come chi vuole occupare il Libano, che non vuole bene al Libano». Quest’ultima espressione la si deve all’italiano gentilmente rispolverato per rispondere alle mie domande. Ma aiuta anche a ricordare i sentimenti “forti” che attraversano i piani di guerra e i ragionamenti politici. E viene da chiedersi quali saranno i sentimenti dopo questa guerra scatenata su più fronti da USA e Israele.
A questo punto, senza essere solidali ideologicamente con Hezbollah, bisogna riconoscere che essa diventa l’unico difensore contro le mire israeliane.
Ovviamente, c’è anche chi vede in Israele il male minore, l’unico capace di liberare il Libano dalla presenza ingombrante e pericolosa di Hezbollah, che ha trascinato il Libano in una guerra non sua.
E, in tutto questo, lo stato libanese non può che stare a guardare, non potendo esercitare la sua sovranità di stato, e il suo esercito – sottolinea padre Michel – non è assolutamente attrezzato per il livello di impegno che la situazione richiede. Un esercito meglio attrezzato e preparato potrebbe essere la strada per una seria riappacificazione.
In questa situazione, mentre le persone, almeno in parte, rispondono aiutando tutti e collaborando fra loro, le istituzioni religiose, suddivise in 18 gruppi tra cattolici, ortodossi e musulmani, non riescono ad accordarsi per un’azione unitaria di aiuto.
Questo lo fanno appunto le persone, come gli studenti citati prima. Da notare che anche in Libano le scuole cattoliche sono luogo di studio per moltissimi musulmani, per cui, alla base, c’è un’abitudine alla collaborazione.
In questo quadro desolante appare un segno di grande speranza la messa a punto, da parte dell’Università Antoniana, di un progetto di aiuto per i suoi studenti di circa 200.000 dollari, per accompagnarli a ricostruire o a riacquistare ciò che è andato perduto, dall’auto alla casa.
Si può ancora sperare?
La conclusione di padre Michel apre alla speranza.
È una speranza dolorosa, perché la guerra continua finché il “nemico” – ma padre Michel non usa mai questo appellativo – non ha raggiunto i suoi scopi. Questa speranza ha reso più solidali con Hezbollah anche quegli sciiti che, all’inizio, erano critici. Il Libano, anche se tuttora non sembrano esserci vie d’uscita, spera in una soluzione pacifica del conflitto.
Il desiderio e la memoria intendono onorare la definizione che diede papa Giovanni Paolo II: «Il Libano è più che un paese, è un messaggio». «E noi – dichiara padre Michel – crediamo e speriamo di arrivare un giorno a ritrovare questa identità del Libano, che diventi davvero un messaggio per tutti i paesi, dove tutte le confessioni convivano liberamente e in armonia per testimoniare di una umanità che ha ritrovato il proprio spirito».
La speranza nasce dalla gente che crede nel Libano, «cioè anche dai santi del Libano, cioè da tutti coloro che vediamo ogni giorno offrire il poco che hanno per aiutare gli altri. Così il Libano potrà realizzare in modo coerente la sua vocazione di essere uno straordinario messaggio di pace per tutti i paesi».





