
Negli ultimi trent’anni, o poco più, abbiamo assistito a una specie di movimento oscillatorio tra il giudizio emesso contro le religioni considerate all’origine di quello che Samuel Huntington ha chiamato lo “scontro delle civiltà”[1] e la ricostruzione di tutta una serie di fattori che mostrerebbero, al contrario, le religioni nella loro capacità di resilienza e di riconciliazione di fronte alle guerre.[2]
Il dibattito è sembrato inclinare verso questo secondo aspetto, non senza sollevare qualche sospetto sull’oggettività di tale modo di sentire alquanto rassicurante.
Gli ultimi anni hanno costretto però a scuotersi da questa piegatura per tornare a guardare con prosaica freddezza ad un quadro di nuovo devastato dalla guerra anche vicino a noi e, con esso, anche al ruolo che le religioni stanno svolgendo in questo nuovo e sconvolgente scenario.
Il titolo di questa riflessione parla di religione al singolare. Non è per la verità così evidente che cosa sia religione, dal momento che gli studiosi registrano su di essa un numero considerevole di definizioni. Tuttavia, a voler tenere il singolare si mostra di non voler rinunciare a cogliere qualcosa di essenziale nell’umano comune al fondo della religione, seppure anche su questo non ci sia consenso tra gli studiosi. Non resta, almeno in questa sede, che attraversare il territorio delle tradizioni religiose, almeno di quelle principali che la storia dell’umanità conosce.
La posizione delle religioni
Ora proprio una sia pure sommaria rassegna di esse mostra quanto sia difficile sottrarsi all’impressione che le religioni abbiano a che fare con la guerra più di quanto pensiamo. Da decenni viene rilevata la presenza trasversale in tutte le maggiori tradizioni religiose dei fenomeni del fondamentalismo e del fanatismo. Senza arrivare alla perentoria affermazione del titolo di un volumetto del sociologo Paolo Naso dal titolo “Le religioni sono vie di pace”. Falso!,[3] una sia pur succinta panoramica mette dinanzi a una realtà piuttosto dura, che fa piazza pulita di convinzioni tranquillizzanti di cui molti tendiamo a nutrirci.
La cosa che più colpisce anche alla lettura del libro di un altro sociologo, Enzo Pace, dal titolo Religioni in guerra,[4] è che perfino religioni come il buddhismo e l’induismo conoscono, almeno negli ultimi tempi, fenomeni religiosi e sociali del genere di gruppi e movimenti che non disdegnano la violenza e sostengono la via della guerra nel perseguire obiettivi di carattere sociale e politico.
La situazione dell’islam sembrerebbe perfino più facile da classificare, con la sua lotta intestina tra sunniti e sciiti che risale alle sue stesse origini e che non rimane estranea alle tensioni ancora una volta esplose, e in modo più violento che mai, in tutto il Medio Oriente, senza dimenticare fenomeni diffusi di terrorismo organizzato nelle sue differenti varianti.
In Medio Oriente, a giocare un ruolo di primo piano è anche l’ebraismo, che presenta al suo interno correnti altrettanto violentemente nazionalistiche.
Il campo cristiano si direbbe il meno toccato da simili fenomeni e tendenze, e invece basta allargare lo sguardo non molto oltre la cronaca quotidiana per rendersi conto che le cose non stanno meglio che altrove.
Il meglio che si possa dire è che la cedevolezza alla violenza e alla guerra, se non in prima persona almeno nelle opinioni politiche pubblicamente dichiarate, conserva un carattere minoritario, e tuttavia uno sguardo circostanziato mette di fronte ad un quadro alquanto preoccupante.
Il mondo ortodosso è attraversato da lacerazioni interne alle quali non è estranea, pur senza esserne l’unico motivo, la posizione assunta dalla Chiesa ortodossa di Mosca di aperto e pieno sostegno all’aggressione del governo russo contro l’Ucraina, con tanto di corredo inneggiante alla guerra santa e alla difesa dei valori contro un Occidente corrotto.
L’universo protestante, a sua volta, conosce una pluralità di atteggiamenti e di posizioni tra i quali un ruolo non trascurabile svolgono i movimenti evangelicali che sostengono l’attuale governo degli Stati Uniti e le sue imprese belliche.
Se poi ci fosse qualcuno che si illude su un cattolicesimo esente da queste debolezze, allora si potrebbero citare, non senza amarezza, la vicenda dell’Irlanda del Nord e quella del Rwanda, senza omettere le ben più attuali tendenze populistiche e nazionalistiche che in quasi tutti i paesi europei, oltre che negli Stati Uniti, vedono i cattolici, pur senza imbracciare personalmente un fucile, giustificare e sostenere quello che coscienze un po’ più avvertite non faticano a considerare invece ingiustificabile e insostenibile.
Non le religioni, ma gli uomini e le donne delle religioni
Si potrebbe parlare di un panorama sconsolante, ma non dobbiamo con questo trascurare che si tratta per lo più di manifestazioni relativamente marginali o minoritarie in rapporto all’orientamento prevalente, soprattutto in ambito cristiano.
La domanda che ne risulta pone, tuttavia, la questione più spinosa, poiché viene da chiedersi se e come queste frange orientate a favore dell’uso della violenza e del ricorso alla guerra abbiano rapporto con la religione in sé o, più precisamente, se esse siano o meno un prodotto della religione come tale.
Può sembrare facile dare una risposta negativa, dal momento che la corrente principale delle religioni storiche mostra, per lo più, un orientamento estraneo a tendenze belliciste e violente (non entro nel merito dell’islam, perché richiederebbe ben altre specificazioni e perché, comunque, anch’esso custodisce un centro intimamente religioso).
E, tuttavia, la domanda si ripropone nella forma dell’interrogativo su come sia possibile che da religioni sorte con ispirazione e finalità genuinamente religiose, appunto, vengano fuori movimenti o convinzioni che giustificano o addirittura spingono alla violenza e alla guerra.
Il discorso rischia di allargarsi a dismisura, a partire dalla domanda sulla natura della religione.
Non si va lontano dal vero se diciamo che ci è impossibile, al momento, dare una risposta univoca e risolutiva alla questione, che richiederebbe propriamente anche un percorso di tipo filosofico. In ogni caso sembra corretto procedere ad esaminare ciascuna religione per sé stessa.
Ora, se ci fermiamo alla considerazione della religione in orizzonte cristiano, viene subito in evidenza che il dibattito è stato segnato dalla distinzione, e anzi opposizione, introdotta soprattutto dal teologo protestante Karl Barth tra religione e fede, di cui si mette in evidenza il peso dell’umanità segnata dal peccato nel caso della religione, e invece l’azione della pura grazia nel caso della fede.
Una simile distinzione dovrebbe avere l’effetto di salvaguardare l’aspetto più puro e autentico della fede e dell’esperienza cristiana, lasciando alla religione le implicazioni di tutto il negativo portate da una condizione umana segnata inesorabilmente dal peccato e dalle sue conseguenze. Come il dibattito teologico successivo ha messo in luce, se in realtà la religione, e con essa l’esperienza religiosa, è comunque definita e caratterizzata dalla condizione umana, anche la fede non può certo esulare da essa.
Non esiste una fede che non sia fin dall’inizio accolta e vissuta nella condizione umana comune, e che non assuma la forma concreta di una religione. E infatti la storia, compresa la storia cristiana, ci ha fatto conoscere i peggiori orrori prodotti da esplicite motivazioni religiose (pensiamo alle guerre di religione successive alla Riforma, ma anche alle crociate o altro ancora) e, allo stesso tempo, ci ha messo dinanzi le vette più alte della santità a cominciare dal martirio e dal servizio della carità fino alla consumazione di sé.
Allora forse non si può affermare unilateralmente che la religione – considerata in prospettiva cristiana – sia comunque e sempre fattore di pace; ma nemmeno si può perentoriamente sostenere che la religione sia di per sé all’origine della guerra.
La domanda ulteriore che diventa necessaria riguarda, a questo punto, che cosa rende la religione fattore di guerra o di pace.
Può risultare utile ricordare ciò che teologi delle religioni e del dialogo interreligioso già da tempo precisano, e cioè che il dialogo non lo fanno le religioni ma gli uomini e le donne delle religioni.
Può apparire una banalità, ma è utile a sfatare l’immagine delle religioni come di apparati ipostatizzati funzionanti a prescindere dalle persone che le fanno proprie e ne vivono.
Nessun approccio dualistico si presta a comprendere come stiano le cose, poiché la più alta spiritualità – ma anche la sua negazione – diventa reale nella persona che crede e in una comunità di credenti. Ecco allora che una religione opera gli effetti che i suoi seguaci rendono possibili con il loro modo di pensare e di vivere; e di questi effetti noi possiamo parlare in quanto si tratta di processi sociali e di eventi storici.
La responsabilità personale e comunitaria
La nostra riflessione non può che sfociare sul tema della libertà e della responsabilità personale e di comunità. Fa sempre riflettere una considerazione come quella che proponeva Benedetto XVI nella sua Lettera sul compito urgente dell’educazione:[5] «A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale».
È difficile sottovalutare la pertinenza e la serietà di una simile considerazione, che semplicemente sfata l’idea che, dal momento che, per esempio, l’insegnamento della Chiesa sulla pace (a cominciare, per stare a tempi relativamente recenti, dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII al grido di Paolo VI all’ONU «mai più la guerra!», agli appelli dei papi che si sono susseguiti fino agli ultimi discorsi e dichiarazioni di Leone XIV) ha avuto una conferma sempre rinnovata e una diffusione crescente, allora possiamo essere sicuri che gli effetti di pace si produrranno automaticamente. C’è bisogno dell’assunzione personale e comunitaria di un tale appello perché qualcosa effettivamente si produca.
Bisogna dire che le parole del magistero dei papi e, insieme ad esse, di pastori e di larghe masse di fedeli hanno ottenuto e ottengono un’attenzione sempre più ampia in un tempo minaccioso come l’attuale, ma bisogna cogliere il segno che esse rappresentano e la sfida che lanciano.
Esse sono un invito a fare proprio ciò che costituisce la punta avanzata della coscienza della Chiesa e che può vivere solo in forza dell’adesione personale e comunitaria ad essa nelle situazioni sempre nuove che si presentano. Perché di questo si tratta, dell’avanzamento di una coscienza sempre vigile, che sa di correre il pericolo di perdere di vista la purezza della verità del Vangelo e dell’appello che esso lancia a tutti e a ciascuno.
Per questo la testimonianza e l’annuncio del vangelo sono inseparabilmente un’istanza che vale tra i credenti stessi oltre che al di fuori dei confini della Chiesa, perché i credenti per primi hanno bisogno di rimanere in contatto con il momento e il senso sorgivi dell’esperienza cristiana a partire dall’incontro con Cristo.
Una religione come quella cristiana diventa fattore di pace a misura della capacità e dell’impegno dei credenti, sempre rigenerati dalla grazia, di tenere fede alle radici e alle sorgenti dell’incontro con Cristo, purificando intenzioni ed emozioni, giudizi e progetti alla sua luce, perché nessun’altra motivazione si interponga a stravolgere e a strumentalizzare il volto originario e il senso ultimo dell’esperienza credente, e quindi della fede e della religione. Solo questo impegno costantemente alimentato può prevenire che la religione diventi fattore di guerra.
Il problema, infatti, si presenta tutte le volte che un idolo di qualunque genere si introduce e confonde l’orizzonte religioso, alla fine cercando di prendere il posto di Dio o di farlo servire per altro (cf. Mt 22,21; Mc 12,17; Lc 20,25).
Certo, la fedeltà al Vangelo ha bisogno di mediazioni nell’incontro con la realtà non solo dell’esistenza personale ma anche di quella sociale. Lo strumento adottato per compiere tale mediazione, ormai da più di un secolo, è quello dell’insegnamento sociale della Chiesa.
L’evoluzione del magistero sulla guerra
Tale insegnamento non è un corpo dottrinale fissato una volta per tutte, pur avendo principi e valori immutabili, a cominciare dalla dignità della persona umana nella sua costitutiva correlazione con la comunità e la società. Esso è piuttosto il frutto di una lettura attenta della mutevole realtà sociale volta a individuare la forma sempre più idonea a tradurre il messaggio evangelico in un giudizio e in una azione adeguati alle condizioni storiche che via via si determinano.
E uno dei temi sui quali si è espresso, ma si è anche evoluto, quell’insegnamento è proprio quello della guerra. La tradizione ci ha consegnato la dottrina della guerra giusta come criterio per giudicare della moralità o meno di una guerra,[6] Lo stesso Magistero, a cominciare da Giovanni XXIII, ha preso posizioni che, per un verso, considerano ormai impraticabile la via della guerra per risolvere le controversie dal momento che la disponibilità della bomba atomica, e oggi di strumenti ancora più sofisticati di distruzione, conduce semplicemente alla cancellazione della vita umana sulla terra.
Papa Francesco ha scritto nella lettera enciclica Fratelli tutti: «Dunque non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”».[7] E Leone XIV parla semplicemente di «follia della guerra».[8]
L’azione della Chiesa sul fronte della promozione della pace è instancabile, particolarmente in questa fase di profondo stravolgimento dell’ordine mondiale e di intensificazione delle tensioni sociali, politiche e militari.
La sua attività pastorale e l’intera opera di evangelizzazione sono accompagnate da un’azione diplomatica che si svolge per lo più nella discrezione ma raggiungendo efficacemente risultati attraverso la capacità di stabilire relazioni, di alimentare dialogo, di suggerire e favorire comprensione e soluzioni altre rispetto ai conflitti e alla guerra.
Un posto di tutto rilievo occupa, poi, lo sforzo per la promozione e l’incoraggiamento del dialogo ecumenico e del dialogo interreligioso. Senza presunzione ma secondo verità, bisogna dire che in questo impegno per il dialogo la Chiesa cattolica non è seconda a nessuno.
Non mancano organismi che contribuiscono ad attuare l’impegno della Chiesa per la pace, quale, ad esempio, la Commissione degli episcopati dell’Unione Europea:[9] il suo prezioso e per lo più silenzioso servizio cerca di sostenere una Unione che, in questa fase, si presenta alquanto disarticolata e debole sul piano internazionale; un sostegno reso però necessario se non altro dalla natura propria dell’Unione Europea in quanto progetto di pace, oltre che dalle potenzialità economiche, tecnologiche e culturali che essa continua a detenere e che la rendono ancora una delle risorse democratiche più formidabili non solo per i suoi popoli ma anche ben oltre i suoi confini.
La cultura e l’educazione
C’è un ultimo aspetto che vorrei richiamare e che riguarda la cultura e l’educazione. Nell’impegno proprio della Chiesa a curare l’annuncio, e con esso la formazione delle coscienze, un risvolto decisivo, oggi più che mai, è la dimensione civica di ogni autentica coscienza credente. Dimensione civica significa oggi non solo senso delle istituzioni e della propria responsabilità nei confronti della collettività, ma qualcosa di più vasto e insieme più fondamentale.
Sempre di più sembrano mancare in settori molto ampi delle nuove generazioni, e non solo, i più elementari e basilari dati di una cultura della convivenza, del rispetto per l’altro e anche per sé stessi, di un senso primordiale di solidarietà.
Quali scelte rinnovate di fede e di futuro, di pace e di un mondo migliore possono venire in tali condizioni?
Oltretutto, la stessa fede richiede un terreno antropologicamente idoneo ad accoglierne il seme. Bisogna allora cercare alleanze dentro e oltre i confini religiosi e confessionali per rigenerare un tessuto culturale sensibile al senso dell’umano e alla speranza di futuro, tanto più in tempi bui come gli attuali.
[1] Cf. S. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 1997.
[2] Cf. S. Silvestri – J. Mayall, The role of religion in conflict and peace-building, The British Academy, London 2015.
[3] Cf. P. Naso, «Le religioni sono vie di pace». (Falso!), Laterza, Bari 2019.
[4] Cf. E. Pace, Religioni in guerra, Castelvecchi, Roma 2024.
[5] Benedetto XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21 gennaio 2008.
[6] Dottrina che ritroviamo anche nel Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2309) con i quattro criteri classici che lo spiegano: «Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente:
- che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo;
- che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci;
- che ci siano fondate condizioni di successo;
- che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione.
Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della “guerra giusta”. La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune».
[7] Papa Francesco, Lettera enciclica Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale (3 ottobre 2020), 258.
[8] Veglia di preghiera presieduta dal Santo Padre Leone XIV, 11 aprile 2026. A conferma di un Magistero sempre più determinato nel rifiuto della guerra arriva la constatazione che oggi le guerre, almeno quelle convenzionali, non finiscono più con la vittoria schiacciante di uno sull’altro, ma tendono piuttosto a prolungarsi a tempo indefinito. Le guerre dunque non risolutive ma solo distruttive. Cf. M. Kaldor, Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale, Carocci, Roma 1999, di cui la più recente edizione è: New & old wars: organized violence in a global era (3rd ed.), Stanford University Press, Stanford (California) 2012.
[9] Cf. Priority issues for the Catholic Church in view of the European elections (6-9 June 2024). A working document of the Commission of the Bishops’ Conferences of the European Union (COMECE), in COMECE priorities EU Elections, 6-9.





