
«Sono venuto a portare non la pace, ma la spada» (Mt 10,34). Queste parole di Gesù, pronunciate in un contesto missionario, risuonano scomode ogni volta che si tenta di applicarle alla vita interna della comunità cristiana. Eppure, la tradizione profetica – da Amos a Geremia, da Ezechiele a Giovanni Battista – conosce bene la figura di colui che ama così tanto Dio e l’umanità da dire con coraggio ciò che non funziona.
Il punto di partenza della riflessione è l’intuizione di Antonio Rosmini, che nel 1848 pubblicò Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, un’opera di denuncia coraggiosa che gli costò l’iscrizione all’Indice. Rosmini non denunciava la Chiesa dall’esterno, come osservatore deluso, ma dall’interno, come chi ama ciò che vede deteriorarsi. È questa la cifra che distingue la profezia autentica dalla lamentela sterile: il profeta abita la ferita che descrive.
Senza pretendere la profondità analitica di Rosmini né l’autorità del teologo sistematico, il presente contributo si propone di applicare una logica analoga alla chiesa locale – diocesi – , individuando cinque ambiti in cui la distanza tra il detto e il vissuto è divenuta teologicamente rilevante e pastoralmente urgente.
Prima: La mancanza di stima
La prima piaga concerne il deterioramento della relazione tra il vescovo e il suo presbiterio. La Scrittura conosce bene questa tensione: i profeti dell’Antico Testamento si trovano spesso in conflitto con la classe sacerdotale istituzionalizzata (Ger 20,1-6; Am 7,10-17), e nel Nuovo Testamento Paolo documenta apertamente le tensioni con le comunità da lui fondate (2Cor 10-13; Gal 2,11-14). La tensione non è dunque anomalia: è strutturalmente inscritta nel dinamismo della comunità credente.
Ciò che invece è anomalia è la mancanza di stima reciproca; termine che va inteso in senso teologico, non affettivo. La stima per un credente non è un sentimento opzionale: è il riconoscimento del Battesimo nell’altro, della vocazione che lo abita, della grazia che opera attraverso di lui anche nei suoi limiti. Anche lui è figlio di Dio come lo sono io. Quando Paolo scrive ai Romani «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10), il verbo usato è proègoumenoi, che indica un’anticipazione strutturale di benevolenza: un prendere l’iniziativa nel dare onore all’altro; un a-priori di bene, non una conclusione cui si giunge dopo aver verificato le performance dell’altro, ma un pregiudizio positivo.
Il Concilio Vaticano II, nel decreto Presbyterorum Ordinis, ha elaborato una teologia del presbiterato come corpo collegiale che partecipa all’unico sacerdozio episcopale (n. 2). Il vescovo, però, non è un superiore gerarchico in senso manageriale, ma il capo del presbiterio, un titolo che implica dipendenza reciproca: come la testa non può dire alle mani «non ho bisogno di voi» (1Cor 12,21).
La promessa di «filiale obbedienza e rispetto» che il presbitero pronuncia nell’ordinazione non è formula vuota: è confessione di fede nell’azione di Dio che passa attraverso la mediazione episcopale. Ma quando questa promessa è pronunciata in un contesto di poca stima o simulata, essa si svuota dall’interno e diventa uno dei tanti casi in cui le parole sacre perdono il loro significato autentico.
Il sintomo più visibile di questa piaga è descritto efficacemente nella tradizione monastica come detractio: la critica che non trova il coraggio del confronto diretto e scivola nella mormorazione. La detrattio ecclesiale – il mormorare nei corridoi, nelle chat, nei commenti a margine, mai ad coram dell’interessato – non è semplice peccato veniale: è una forma di violenza simbolica che corrode la communio dall’interno senza che nessuno se ne assuma la responsabilità.
Seconda: La mancanza di una riflessione teologica
«Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi chieda ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). L’esortazione di Pietro non è destinata solo ai teologi di professione, ma a ogni credente. Essa presuppone una fides quaerens intellectum, una fede che non rifugge dalla fatica del pensiero, ma la abbraccia come parte del proprio dinamismo.
La seconda piaga concerne proprio l’irrilevanza del pensiero teologico nella pastorale ordinaria, che rischia di scivolare nella banalità, nell’approssimazione o in forme di rigidità (Leone XIV, 14 novembre 2025). Nei migliori dei casi, la pastorale si riduce ad un semplice intrattenimento di buona qualità (non sempre).
Senza una riflessione che orienta il credente verso il vero, i simboli religiosi rischiano ritrasformarsi in materiale da riposto utili a supportare le tante nuove ideologie politiche.
La Scrittura conosce questa tentazione. In Os 4,6 il profeta pronuncia una delle condanne più severe del corpus profetico: «Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza». Il termine ebraico da’at – conoscenza – non indica conoscenze intellettuale astratta, ma quella conoscenza relazionale, intima, e vissuta di Dio che si esprime nell’obbedienza alla Torah e nel culto autentico. La mancanza di da’at non è ignoranza accademica: è distanza da Dio camuffata da religiosità, è mancanza di intimità con Dio.
Così svuotata del suo significato teologico la teologia, silenziosamente uscita dal portale delle nostre chiese, entra dalle finestre delle istituzioni politiche sotto forma di eresia che struttura l’attuale discorso pubblico – nazionalismi sacralizzati, provvidenze storiche attribuite ai propri eserciti, apocalissi, retoriche di guerra contro l’anticristo. Il monoteismo se non accompagnato da profonda riflessione teologica inevitabilmente si inchina al potere politico.
La risposta non è ovviamente la riflessione accademica fine a sé stessa. Il Magistero ha insistito su una teologia pastorale nel senso proprio del termine: non applicazione della dottrina alla pratica, ma riflessione critica sulla prassi ecclesiale alla luce del Vangelo. Una comunità cristiana senza questa coscienza non è semplicemente meno efficiente: è strutturalmente disarmata e irrilevante di fronte alle sfide del tempo.
Terza: Il primato di mammona
«Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24; Lc 16,13). Il logion di Gesù è tra i più perentori presenti nel vangelo: non dice che la ricchezza è intrinsecamente cattiva, ma che esercita una logica di servitù che compete strutturalmente con quella del Regno di Dio. Il termine aramaico mammona – traslitterato in greco senza traduzione, come se non ci fosse equivalente adeguato – indica non solo il denaro ma il sistema di valori che esso genera e perpetua.
La terza piaga riguarda la progressiva colonizzazione del paradigma economico all’interno della vita ecclesiale. L’amministrazione trasparente delle risorse è un dovere morale e una condizione di credibilità pubblica, su questo il Magistero è chiaro. Il problema non è la gestione delle risorse in sé, ma il momento in cui essa diventa il criterio che orienta le scelte pastorali. Un esempio concreto: il parroco (vescovo) che produce danni pastorali irreparabili – comunità ferite, fedeli allontanati, vocazioni soffocate… – può essere tollerato per anni; il parroco (vescovo) che provoca un dissesto finanziario viene rimosso in tempi brevi. Non si dovrebbe essere più solleciti nel primo caso piuttosto che nel secondo. Tutti sappiamo quando sia forte il fascino e il potere del denaro, ma quando diventa il criterio delle nostre scelte pastorali il regno risulta diviso in se stesso e «una casa cade sull’altra» (Lc 11,17).
L’apostolo Paolo, scrivendo a Timoteo, identifica nell’avidità, letteralmente l’«amore del denaro la radice di tutti i mali» (1Tm 6,10). Il contesto è significativo: una lettera pastorale, indirizzata a chi esercita una responsabilità di guida nella comunità. L’avidità non è peccato del laico: è la tentazione specifica di chi gestisce risorse in nome della chiesa, perché in quel contesto essa si mimetizza come prudenza amministrativa (Evangelii Gaudium, n. 55).
Il processo di alleggerimento delle offerte derivanti dall’Otto per mille che la chiesa italiana sta attraversando può essere letto – con gli occhi della fede – non solo come problema ma come kairós: un’opportunità di ritorno alla logica della Provvidenza che Gesù aveva delineato nel discorso della montagna. La povertà evangelica non è indigenza: è liberazione da ciò che distorce il giudizio e corrompe la gerarchia delle priorità.
Quarta: Mancanza di ascolto
«Avete orecchi e non udite?» (Mc 8,18). Il rimprovero di Gesù ai discepoli – pronunciato subito dopo la moltiplicazione dei pani, quando ancora non capivano – tocca uno dei temi più persistenti della tradizione biblica: l’incapacità di ascoltare come forma di chiusura al Mistero. In ebraico, il termine shemà – ascolta – è anche il primo e più importante comandamento (Dt 6,4): l’ascolto non è abilità comunicativa, è struttura ontologica del rapporto con Dio e con il prossimo.
La quarta piaga concerne l’erosione di questa capacità all’interno della vita ecclesiale. Il paradosso è visibile: si moltiplicano le strutture di ascolto – commissioni sinodali, comitati di consultazioni, processi partecipati – mentre si riduce progressivamente la qualità dell’ascolto reale, quello che lascia il segno nell’interlocutore, che gli restituisce la percezione di essere stato non solo sentito ma incontrato. Si parla molto di ascolto, ma si pratica poco il silenzio che ne è la condizione.
Tutti hanno qualcosa da dire, ma nessuno ascolta; l’altro è trattato come superficie di proiezione, non come «uditore della parola». Questa struttura è migrata nella vita ecclesiale, producendo quello che Dietrich Bonhoeffer aveva già identificato come l’incapacità di udire: «Chi non sa più ascoltare il fratello presto non ascolterà più neppure Dio» (Vita comune).
Il profeta Elia, esausto e deluso, siede sotto il ginepro e chiede la morte (1Re 19,4). La risposta di Dio non è una conferenza, ma un’azione: un angelo che lo tocca, un pane, dell’acqua. Solo dopo quel nutrimento il Signore parla – e non nel vento impetuoso né nel fuoco, ma nella «voce di un silenzio sottile». La qualità dell’ascolto – capace di percepire la voce sottile – si coltiva nel silenzio contemplativo, non nei corsi di comunicazione.
La discrasia tra l’ascolto dichiarato e quello praticato produce tensioni che, in assenza di elaborazione, si trasformano in sedimenti relazionali: incomprensioni accumulate, ferite non elaborate, aspettative deluse che cercano altri canali di espressione. La comunità non smette di comunicare quando smette di parlarsi: comincia a comunicare in codice, attraverso silenzi eloquenti, assenze strategiche, coalizioni informali.
Quinta: Evitare il conflitto
«Se tuo fratello commette una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo» (Mt 18,15). La procedura evangelica del confronto fraterno – ammonizione diretta, poi con testimoni, poi davanti alla comunità – presuppone una cosa elementare ma spesso dimenticata: il conflitto esiste, e la sua gestione onesta è una pratica cristiana prescritta, non una concessione alla debolezza umana.
La quinta piaga è forse la più sottile, perché la sua forma esterna assomiglia a una virtù: l’armonia. Una parrocchia dove regna sempre l’armonia dovrebbe farci riflettere, non rassicurare. La teologia paolina del corpo (1Cor 12; Rm 12,3-8) presuppone la differenza: membra diverse, carismi diversi, visioni diverse, e questo comporta inevitabile tensioni. Il conflitto gestito onestamente è uno dei luoghi in cui la koinonia si realizza concretamente, perché costringe a uscire dallo schema proprio e riconoscere l’altro come interlocutore reale.
La Scrittura ha un termine preciso per la dinamica alternativa: ipocrisia. In greco, hypokritès è l’attore che indossa una maschera. Gesù lo usa sistematicamente per descrivere una religiosità che preferisce la forma alla sostanza, l’apparenza della pace alla fatica della riconciliazione. «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che siete simili a sepolcri imbiancati» (Mt 23,27). L’ipocrisia istituzionale – il «va tutto bene» pronunciato da tutti, creduto da nessuno – non è cortesia: è una forma di menzogna collettiva che logora la communio più di qualsiasi conflitto aperto.
Il conflitto rimosso non evapora: si trasforma. La tradizione spirituale lo conosce bene sotto il nome di accidia – quella “tristezza del bene” che, quando non può esprimersi direttamente, trova canali obliqui: mormorazione, critiche sotterranee, piccole vendette quotidiane, disimpegno progressivo dalla vita comune.
Questo vale nella parrocchia tra parroco e comunità. Vale – e forse più dolorosamente – tra vescovo e presbiterio. La struttura del confronto ad coram – della dignità di un disaccordo espresso in faccia, non alle spalle – è condizione di igiene relazionale e di maturità ecclesiale. Senza di essa, si costruisce un rapporto su fondamenta di sabbia: le incomprensioni si accumulano come sedimenti fino a che basta un piccolo evento per farle esplodere in scontri laceranti.
Conclusione: la piaga come luogo teologico
«Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2). L’immagine paolina del peso portato insieme suggerisce che la comunità cristiana non è un luogo di esenzione dalla fatica, ma di condivisione di essa. Le cinque piaghe descritte – la stima assente, la teologia negletta, il primato di mammona, l’ascolto superficiale, il conflitto rimosso – sono pesi che la chiesa locale, porta spesso in solitudine, senza nominarli, e quindi senza poterli condividere né elaborare.
La categoria del «luogo teologico» permette di guardare a queste ferite non con rassegnazione né con indignazione, ma con discernimento. La teologia dei loci ha insegnato che Dio parla non solo attraverso le fonti normative della tradizione, ma anche attraverso la realtà storica concreta, incluse le contraddizioni ecclesiali. La domanda non è solo «cos’è andato storto?», ma «cosa sta cercando di dirci questa piaga?».
Ciò che accomuna le cinque piaghe è una struttura comune: la sostituzione della forma con la sostanza che la forma dovrebbe custodire. La promessa di obbedienza senza stima. L’attività pastorale senza pensiero teologico. La gestione delle risorse senza gratuità evangelica. I processi di ascolto senza il silenzio che ne è la radice. L’armonia senza comunione reale. In ognuno di questi casi, la forma sopravvive alla sua ragione d’essere e diventa guscio vuoto o, peggio, maschera.
La risposta a questa struttura non è riorganizzativa, ma di una vera conversione. La conversione che le cinque piaghe interpellano non è quella dei singoli individui in astratto, ma della comunità come soggetto: una conversione che comincia dall’onestà; dal nominare ciò che non va, con il coraggio di un confronto diretto. Come farebbe chiunque ami davvero ciò che vorrebbe vedere guarito.
La teologia trinitaria offre, in ultima analisi, il paradigma più adeguato per questa conversione: il Padre che invia, il Figlio che si consegna, lo Spirito che unifica nella differenza, non nell’uniformità. Una chiesa che rimanda alla trinità non è una chiesa senza tensioni, ma una chiesa in cui le tensioni sono abitate con grazia: «Che tutti siano uno, come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi» (Gv 17,21). L’unità non è punto di partenza garantito, ma meta verso cui camminare insieme, attraverso le piaghe, non intorno ad esse.





