
Non deve sorprendere più di tanto il fatto di nuovi quattro vescovi consacrati nella Fraternità San Pio X senza mandato pontificio. I lefebvriani, li conosciamo, si sentono i custodi di una sacra tradizione da mantenere e tramandare. Tant’è che la scomunica arriva come automatica. Il decreto romano non infligge, bensì «dichiara» uno stato di fatto, facendo riferimento al delitto di scisma. Ma condivido quanto scrive Andrea Grillo (cf. SettimanaNews): con lo strumento della scomunica la Chiesa cattolica pretende di andare «avanti», continuando a usare un linguaggio «antico» per rispondere a fedeli che rivendicano la loro posizione «antica».
La questione meriterebbe ovviamente una riflessione molto più ampia, che tocca il nodo centrale del rapporto tra «peccato» e «delitto» nell’ordinamento canonico, nonché, più in generale, il senso e il significato della potestà punitiva in una Chiesa che si è autocompresa, e continua ad autocomprendersi, più come uno Stato teocratico di stampo medievale che non come un sacramento di salvezza, luogo in cui poter testimoniare la grazia divina.
Tensioni ecclesiali irrisolte
Comunque sia, mi sembra che il decreto e la relativa nota esplicativa del Dicastero per la dottrina della fede rappresentino una cartina tornasole di tensioni ecclesiali irrisolte.
Parlare di scisma significa fare riferimento ad un problema di disobbedienza nei confronti dell’autorità pontificia. Come se essere cattolici significasse soltanto essere «romani». Eccoci, nuovamente nel vortice di una visione assolutista del ministero petrino. D’altronde è così che è stata liquidata la questione dei lefebvriani persino sui media vaticani: un atto di disobbedienza al Papa.
Così facendo, però, si mette nel cassetto in maniera deliberata tutta la riflessione pluridecennale sulla conversione del papato in chiave ecumenica. Il problema a me sembra diverso e più profondo: al di là della disobbedienza o meno, l’atto della Fraternità San Pio X come deve essere interpretato sul piano sostanziale?
Provo ad essere più esplicito: se ci fosse stato l’assenso del Papa all’ordinazione di quei quattro vescovi, il rito di Écône avrebbe comunque rappresentato un’espressione liturgica di una comunità cattolica?
Immagino già che molti saranno portati a dare una risposta positiva a questa domanda, considerandola banale e proponendo gli argomenti noti circa il fatto che il vecchio rito non sia mai stato abrogato. Sul piano formale, potrei persino pensare di dare ragione ad una simile lettura.
Eppure, mi sembra chiaro che non si possa parlare di comunità «cattolica» laddove la liturgia antica sia utilizzata come clava per rinnegare il Concilio Vaticano II.
La relazione tra liturgia e chiesa
A me le immagini e i video proveniente dalla controversa cerimonia che si è tenuta a Écône hanno trasmesso solo un’evidente ostentazione barocca del gusto dell’antico, visibilmente fuori dai tempi, fuori dai nostri tempi. Una roba da museo d’antiquariato, quasi.
È un errore fermarsi alla superficie, derubricando lo sfarzo di pizzi, merletti, pianete riccamente decorate d’oro e gesti ieratici a un semplice fatto estetico.
La forma è sostanza, tocca la fede. Lex orandi lex credendi. Vale a dire, il come preghiamo rappresenta il cosa crediamo. Ed è evidente che i seguaci del vescovo Lefebvre non credono in una delle acquisizioni teologiche fondamentali che il Concilio Vaticano II ha fatto maturare nella Chiesa cattolica: la necessità di interpretare la rivelazione del Vangelo alla luce dei «segni» dei tempi.
Ne consegue: essere fuori dai tempi, dal tempo, significa non riconoscerne i segni. Che, sia chiaro, è cosa ben diversa dall’adeguarsi alle mode del momento. Vuol dire, più propriamente, dimenticare che è il principio stesso dell’incarnazione divina, sul quale si fonda la nostra fede in Gesù Cristo, ad imporre di non estraniarsi dal contesto storico e sociale che si abita.
Da questo punto di vista, la faglia teologica relativa alla discussione tra vecchio e nuovo rito deve essere reinterpretata. Si è di fronte a due modi di pregare una stessa fede oppure a due modi di intendere la Chiesa? La seconda, per quanto mi riguarda.
Basti pensare che il rito tridentino esalta l’immagine di un presbitero, unico e vero sacerdote, mediatore delle grazie celesti, isolato dal mondo e separato dal popolo. Mentre, la riforma conciliare restituisce la liturgia all’intero popolo di Dio, di cui anche il pastore fa parte; che è, in tutte le sue componenti, popolo sacerdotale mediante il battesimo.
Il rito tridentino e i giovani preti
Se l’idea della Chiesa come popolo di Dio è una questione di fede, com’è possibile continuare ad ammettere un rito che esprime visibilmente una realtà teologica ormai superata? Si dice (semplifico): «ma santi e padri della Chiesa hanno pregato in quel modo». Vero, dal punto di visita storico. Ma oggi come Chiesa abbiamo maturato una consapevolezza differente, che è una consapevolezza teologica, perché ha a che fare con la dimensione divina della realtà in cui si crede, e crediamo.
Mi preoccupa pensare che oggi a diversi giovani presbiteri cattolici le immagini di Écône abbiano potuto fare una certa impressione positiva per il modo in cui la liturgia è stata celebrata. In questo momento non ho dati sociologici in mano, ma è sotto gli occhi di tutti un certo fascino di ritorno che sta contagiando la parte più giovane del clero. È sufficiente scrollare qualche post su Facebook, quale foto su Instagram o qualche video su TikTok per fare i conti con talari d’ordinanza rispolverate, fasce di seta, cappelli d’altri tempi, mantelline nere completamente in disuso fino ai pochissimi anni addietro, pianete ostentate nelle occasioni liturgiche più diverse.
Probabilmente, come Chiesa, come Chiesa italiana, dovremmo essere più diretti nel dire che l’utilizzo della pellegrina nera o di altri indumenti dal sapore barocco non è questione di gusto estetico, di decoro, di eleganza, di senso del sacro. Tutt’altro. Dietro la riesumazione dei simboli si nasconde il tentativo, più o meno consapevole, di introdurre surrettiziamente l’ecclesiologia della quale il vecchio rito è espressione (piramidale, gerarchica e clericale) dentro una Chiesa che ha scelto la strada della comunione, della sinodalità e della prossimità.
Bisognerebbe così imparare a prendere le distanze da una rigidità formale che cerca risposte rassicuranti in un passato idealizzato, ponendosi in aperta, e talvolta consapevole, rottura con il cammino tracciato dal Concilio Vaticano II.
Vaticano II, non paura della storia
La lezione che proviene da Écône è chiara: non può esserci, non può più esserci, una Chiesa cattolica senza il Concilio Vaticano II, come ha dimostrato il profetico magistero di Papa Francesco.
Così l’esperienza della Fraternita San Pio X ci mette davanti alla responsabilità di non frenare, non bloccare, non fare arretrare di un millimetro il soffio di novità, di libertà, di fiducia nel presente e nel futuro che è promanato dal Concilio Vaticano II. Questa verità bisogna affermarla anche, e soprattutto, nelle nostre liturgie.
Una fede che si barrica dentro un museo per paura della storia non è più cattolica. È solo l’idolo di se stessa. Un idolo che rassicura le fragilità esistenziali di chi ci si scherma dietro, ma non è più capace di parlare alle donne e agli uomini del nostro tempo della speranza e della libertà evangelica.
- Dal blog di Andrea Grillo, Come se non, 4 luglio 2026






Come cristiana prima di tutto e cattolica mi sono sentita aprire il cuore quando, appena nominato, Papa francesco ha espresso la necessità di tornare al vangelo e ai primi cristiani senza i lacci del magistero e di tutto ciò che è umano e non divino.Era ciò che aspettavo da tanto, certo più difficile da vivere nella quotidianità ma infinitamente più pieno e più gioioso. Personalmente la celebrazione svizzera mi dato molta tristezza e pena perché lì c’è un cuore chiuso che non sa o non vuole vedere oltre i propri piccoli confini. Conosco alcuni giovani preti attratti da tutto ciò e che in modo ridicolo hanno rispolverato vecchi”abiti” e la cui messa sembra un bel teatro con concerto annesso ma dove io non riesco a sentire fede,amore,misericordia. Provo amarezza ma anche speranza perché Dio non ci lascia mai soli e continua ad essere vicino ad ognuno di noi con amore infinito
Eppure io mi chiederei perché c’è gente che affronta una scomunica. E mi chiederei perché mentre alcuni seminari sono pieni altri languono o vengono chiusi. E mi chiederei pure perché tanta tolleranza con una Chiesa tedesca in tutto uguale ai protestanti e tanta severità con la FSSPX.
Arriveranno scomuniche anche per i seguaci di Marx Cardinale?
Non apprezzo minimamente quanto accaduto ad Econe ma neanche il protestantesimo strisciante che ci ha fatto perdere di vista alcune verità che sono diventate negoziabili quando non lo sono.
Ma secondo me scrivere queste cose è oggettivamente prendere le parti degli scismatici dicendo che in fondo tanto male non è. La chiesa tedesca riconosce il concilio vaticano II (e prova coraggiosamente a metterlo in pratica anche se non sempre le riesce bene) e riconosce il concilio vaticano I con il primato papale. I lefebvriani nessuno dei due.
Ma sono i simboli che nell’uomo di ieri come di oggi contano e i simboli del vecchio rito della Chiesa sono stati cancellati di fatto, non è una critica al Vaticano II ma purtroppo è così. L’uomo ha bisogno dei simboli e quelli del rito antico, come la messa cantata in latino e altri erano potenti. Carl Gustav Jung, il più grande psicologo del Novecento, ha scritto che l’alienazione dell’uomo moderno e post moderno è dovuta al fatto che si è liberato di simboli antichi che davano senso all’individuo e alla comunità. Ecco perché persino molti giovani sono attratti dalla comunità San Può X e la Chiesa conciliare deve riflettere su questo.
Parlare di sfumature è veramente ottimistico. Questo gruppetto non riconosce valido nè il Vaticano II nè il Vaticano I. altro che sfumature.
Avere simpatie per questo gruppetto di personaggi ci può stare per quanto fatichi e capire. Ma definirli cattolici è proprio impossibile visto che non solo non riconoscono il vaticano II ma nemmeno il vaticano I in particolare sul primato del papa. Direi che proprio non c’è storia altro che sfumature.
Questo articolo è la dimostrazione che Mons. Lefevbre aveva ragione quando, sconsolato, disse:”Rome a perdu la fois, mes amis, Rome a perdu la foi…”
Sui lefebvriani non mi piace la regola di andare in chiesa a digiuno altrimenti non si può fare la comunione
Un gran numero di giovani preti vede nella FSSPX un modello di Fede e di vita sacerdotale. Ovviamente nel silenzio, nel nascondimento e nella dissimulazione.
Quando le generazioni inebriate dalla Rivoluzione saranno sepolte, e la Chiesa in Occidente praticamente scomparsa, questi nicodemiti usciranno allo scoperto e ricostruiranno ciò che la superbia e la presunzione hanno dissolto.
Nonostante la frase successiva che ne vuole precisare il senso, mi lascia perplesso “la necessità di interpretare la rivelazione del Vangelo alla luce dei «segni» dei tempi”. Mi pare che papa Bergoglio la pensasse un po’ diversamente, nell’incontro con i Vescovi a Rio de Janeiro il 28/7/2013.
«È una tentazione che si ebbe nella Chiesa fin dal principio: cercare un’ermeneutica di interpretazione evangelica al di fuori dello stesso messaggio del Vangelo e al di fuori della Chiesa. Un esempio: Aparecida, in un certo momento, soffrì questa tentazione sotto forma di “asepsi” [sterilizzazione]. Si utilizzò, e va bene, il metodo di “vedere, giudicare, agire” (cfr n. 19). La tentazione risiedeva nell’optare per un “vedere” totalmente asettico, un “vedere” neutro, il che è irrealizzabile. Sempre il vedere è influenzato dallo sguardo. Non esiste un’ermeneutica asettica. La domanda era, allora: Con quale sguardo andiamo a vedere la realtà? Aparecida rispose: con sguardo di discepolo. Così si intendono i numeri dal 20 al 32. Vi sono altre maniere di ideologizzazione del messaggio e, attualmente, appaiono nell’America Latina e nei Caraibi proposte di questa indole. Ne menziono solo alcune:
a) Il riduzionismo socializzante. È la ideologizzazione più facile da scoprire. In alcuni momenti fu molto forte. Si tratta di una pretesa interpretativa in base a una ermeneutica secondo le scienze sociali. Comprende i campi più svariati: dal liberismo di mercato fino alle categorizzazioni marxiste.
b) L’ideologizzazione psicologica. Si tratta di un’ermeneutica elitaria che, in definitiva, riduce l’”incontro con Gesù Cristo” e il suo ulteriore sviluppo, a una dinamica di autoconoscenza. Si è soliti fornirla principalmente in corsi di spiritualità, ritiri spirituali, ecc. Finisce col risultare un atteggiamento immanente autoreferenziale. Non sa di trascendenza e, pertanto, di missionarietà»
Quindi la soluzione a queste tentazioni sono le mantelline, i pizzi, i guanti di raso, scarpette bianche e soprattutto il latino, chè altrimenti Dio non capisce ciò che diciamo….?
Se si dovessero seguire i “segni dei tempi” preti, vescovi papi dovrebbero chiudere baracca e burattini, chiese, conventi, oratori, parrocchie e seminari, corsi di catechismo, corsi prematrimoniale benedizioni matrimoni funerali, buttare I loro vestiti da preti e dire “ragazzi abbiamo scherzato per duemila anni vi abbiamo insegnato delle balle . Tana liberi tutti : voi d’ ora in poi fate un po’quel che vi pare che intanto che noi ci ricovertiamo in operatori assistenzial a libro paga ASL.
Lo ha detto, prima: lo sguardo di discepolo, e si potrebbe aggiungere del discepolo-missionario (cf EG 120).
Vabbeh, è una chiara ammissione del fatto che Grillo e compagnia hanno perso la battaglia delle idee, e quindi cercano di usare mezzi coercitivi per vincere.
Manco si chiedono del perchè questi giovani preti si rifugiano in questo mondo, perchè cercano di dare un’immagine sacrale del presbitero (e del perchè molti fedeli cerano questo tipo di preti) e cercano di recuperare cose che furono eliminate senza pensarci troppo.
Perchè cercano il fai da te.
Comodo cercare una “forte identità” quando non si è in grado di mantenerne una propria, allora si corre verso ciò che ci fa comodo millantando tradizioni che di fatto vengono distrutte.
Ma poco importa, l’importante è autoilludersi che si ha ragione, in fondo è più prestigioso dare addosso al papa piuttosto che ammettere che si sta sbagliando.
O forse ci sono troppi privilegi, troppi soldi in ballo da lasciar decidere ad un altro chi deve tenerseli.
Non sono mai stati Cattolici. L’errore grave è stato riammetterli senza che lo fossero mai ritornati.
Veramente oggi come oggi è complicato definire chi è cattolico e chi no.
La nuova ecclesiologia ha sfumato i confini della Chiesa rendendoli non tracciabili.
È certamente cattolico il battezzato nella Chiesa Cattolica, in un certo modo lo è anche colui che aderisce ad una delle chiese orientali che una volta si sarebbero chiamate scismatiche. Allo stesso modo i c.d. anglicani partecipano in qualche maniera alla comunione imperfetta col papa e la loro leader può essere ricevuta con gli onori pontifici in Vaticano.
Insomma ci andrei cauto a dire con certezza Tizio è cattolico e Caio no.