
Se si chiede a un programma di gestione dei viaggi la distanza spaziale tra Roma ed Ecône, la risposta è 817 km. Ovviamente non ci sono programmi o applications che possano rispondere alla domanda su quale sia la distanza “temporale” tra Roma ed Ecône.
Ma questa risposta sarebbe piuttosto interessante. E forse la risposta potrebbe essere diversa se si considerasse soltanto la cerimonia di “ordinazione” del 1° luglio, e se, invece, si ci si occupasse, in un secondo momento, dei due documenti, del 2 luglio, che sono stati pubblicati da parte del Dicastero per la Dottrina della fede.
Proviamo a soffermarci un poco sulla difficoltà di datare, nel tempo, non solo l’atto dei lefebvriani ma anche la risposta ufficiale della Curia romana.
La fissazione sul 1864
Non vi è dubbio che, se si legge la Professione di fede cattolica che qualche giorno prima del 1° luglio è stata diffusa dalla FSSPX, non si fa fatica a comprendere che quella comunità si è fermata al Sillabo di Pio IX, al 1864, e legge tutto ciò che è venuto dopo come un tradimento del vero cattolicesimo.
Rispetto a quel testo è evidente come già i testi di Pio X e di Pio XII, per non parlare del concilio Vaticano II e di larga parte del magistero postconciliare sono solo la storia di un abbaglio e di una errabonda perdita di identità. Se ti convinci che la vera Chiesa è quella di Pio IX, è difficile che tu possa dialogare con la cultura del ‘900 e del nuovo millennio.
Davvero, rispetto a quella professione di fede e alla cerimonia che l’ha suggellata nella logica dello scisma, si deve dire, insieme a papa Leone, “noi dobbiamo andare avanti”.
Se, però, ci si sofferma sul decreto di scomunica e sulla nota esplicativa che lo accompagna, allora non è così facile fornire una differenza di datazione tanto certa.
Va detto, infatti, che la tradizione moderna del cattolicesimo, sulla scia della preziosa elaborazione medioevale, si è organizzata con un ordinamento della giurisdizione secondo Congregazioni che risale al XVI secolo. Di recente, è cambiato il nome, si chiamano dicasteri, ma non è cambiata la procedura e neppure il linguaggio.
Il dicastero che parla nel 2026, e che si pronuncia sull’operato della FSSPX, usa le categorie penali e le forme disciplinari di 500 anni fa. Il rischio è di confondere il cattolicesimo con queste forme moderne della giurisdizione. Eppure questo, per certi versi, è anche un bene: infatti, se la FSSPX è un evidente fenomeno tardo-moderno, legato all’incomprensione della tradizione che viene paralizzata e congelata in forme immodificabili e museali (ossia tradizionalismo in senso tecnico, come sostituzione della tradizione con un fantoccio), la risposta di Roma avviene in un registro più antico, ma comunque moderno e che riduce tutta la questione a un delitto molto semplice: lo scisma è infatti “non osservare la subordinazione al papa”, che, nel caso specifico, è procedere alla nomina dei vescovi senza mandato papale.
La cosa certo è grave, dal punto di vista istituzionale, ma dobbiamo chiederci: perché mai il papa è contrario a queste ordinazioni? Solo perché si sente scavalcato? La questione formale non è decisiva, se non sul piano giuridico, come è inevitabile. Ma sul piano sostanziale, dove sta la questione? Di questo, in fondo, non si è detto nulla.
Che cosa significa “noi dobbiamo andare avanti”?
Se, di fronte ai lefebvriani, diciamo giustamente con papa Leone “noi andiamo avanti”, dobbiamo farlo davvero. La domanda che deve essere formulata, in tutta la sua urgenza, è la seguente: in che senso è inaccettabile una setta che vuole fermarsi nella storia al 1864, se la Chiesa di Roma, per censurare questa opzione, usa la lingua e le categorie del 1864? Qui ci troviamo, davvero, nel centro della questione.
Per semplificare, talvolta si dice: i lefebvriani sono pre-conciliari, ossia non accettano il concilio Vaticano II. Viceversa, la Chiesa di Roma è conciliare, ossia determinata in modo significativo dai 16 documenti approvati da esso. Bene. Se il Concilio è stato anzitutto un evento linguistico, è evidente che, per stare nella sua tradizione, non si può parlare un linguaggio che avrebbe potuto essere scritto e detto un secolo prima del Concilio.
Ecco un merito grande di ciò che ieri si è consumato: mettere di fronte a tutti i cattolici l’evidenza di uno scisma, ma anche l’inadempienza linguistica e istituzionale della Chiesa romana. Se è vero che riusciamo a vedere l’errore commesso dalla FSSPX, e questo è certamente un dato positivo, è altrettanto vero che non riusciamo a dire, con la stessa autorità, il vero motivo della condanna.
Ma questo non è chiaro per una parte non irrilevante della Chiesa romana: che la libertà di coscienza, la partecipazione attiva alla liturgia, la struttura comunionale della Chiesa, la relazione con i segni dei tempi sia costitutiva del cattolicesimo, almeno da 60 anni, non appare per nulla nei due pronunciamenti di stamattina, che parlano solo di “delitto di scisma” e di “conseguenze su presbiteri e fedeli”.
Sembra un atto di normale amministrazione moderna, che non riesce a tematizzare la questione vera, per carenza di categorie. Nel “sistema” non è previsto altro che questo atto formale.
Paradossi e crisi di crescita
Ai lefebvriani sembra che si possa perdonare tutto: che neghino l’identità libera di ogni soggetto, che assumano come peccato ogni storia diversa da quella dei cattolici, che condannino ogni religione diversa dal cattolicesimo come perversione, che non capiscano il bene che è venuto anche alla Chiesa dal mondo tardo-moderno. L’unica cosa imperdonabile sembra il fatto che non accettino la sottomissione al Sovrano Pontefice.
Scisma, nella definizione giuridica, è questo e solo questo. È una questione di potere, che certo manifesta molto più di questo, ma che si riduce a questione di esercizio della giurisdizione. Questo modo di pensare, la realtà ecclesiale e i delitti che la feriscono, è del tutto fuori dal tempo: condivide, con i lefebvriani, la mancanza di storia e di coscienza.
Infatti, su tutto il resto, sembra che non ci siano problemi. Forse questo è inevitabile, data l’impostazione moderna della Curia romana. Forse però, come scrivono alcuni, sarà inevitabile che si passi dallo scisma alla contestazione dell’eresia: ossia che si passi da questioni formali, per quanto non secondarie, a questioni sostanziali. Solo così apparirà davvero la distanza temporale di Ecône da Roma.
Appariranno come errori irrimediabili tutte quelle affermazioni che, negli ultimi 20 anni, alcuni nella Curia romana, hanno pensato di poter addomesticare, fino a ipotizzare una sorta di riduzione del Vaticano II a pochi principi non negoziabili, lasciando tutti liberi sul resto (tra cui, ad es., la riforma liturgica).
Il gioco al ribasso, che si è fatto per venti anni in alcuni settori della Curia romana, ora diventa un punto molto imbarazzante che si può cercare di nascondere, lasciando il conflitto tra Ecône e Roma sul piano formale, come se si trattasse soltanto di un grave caso di insubordinazione – se non avessero ordinato quei 4 vescovi, tutto sarebbe a posto…
Questo passaggio sostanziale, che costringe tutti a prendere posizione, ora sarà inevitabile, anche per far maturare una differenza meno formale tra Roma e Ecône. Perché non si cada più nella trappola di condannare una setta che parla con le parole del 1864, facendo uso di una terminologia arretrata di 150 anni.
Perché sia più chiaro che cosa significa per Roma “noi dobbiamo andare avanti”: dal Decreto e dalla Nota esplicativa di questa mattina il nodo centrale non si capisce dove stia: forse non si doveva capire o forse non si è ancora voluto che diventasse del tutto chiaro.
Ma non tarderà a farsi manifesto. Purché anche i pastori e i teologi non stiano a guardare lo spettacolo, come se non li riguardasse.
- Pubblicato sul blog dell’autore (qui).






Rispondendo al titolo del contributo: e’ la stessa distanza che spesso si registra tra la formula: lex orandi , lex credendi e la pratica della lex caritatis. Per cui “emendando” quella nota formula-e soprattutto evitando eccessive enfatizzazioni liturgiche -,proporrei la seguente : lex orandi (Padre), lex caritatis ( Figlio ), lex credendi (Spirito del Padre e del Figlio). Scansione cristologico/trinitaria, che riposiziona al centro la legge dell’amore di Dio e degli uomini , il cuore dell’ annuncio/fede cristiana ,come anello di congiunzione e concreta testimonianza di ciò che si prega e si crede (MT 7,21-28).
X Adelmo. Il discorso è semplice in base al punto di vista che prendi in considerazione il cattolicesimo è caratterizzato dal magistero papale, da quel punto di vista è molto semplice, è il magistero a definire cosa è tradizione e cosa evoluzione e non lo fa attraverso improvvisi colti di testa personali ma attraverso lunghe e articolate decantazione sui vari problemi. Il magistero non dice che non esistono motivi giusti per la guerra (ad esempio per Ucraina difendersi) dice che ad un certo punto diventano sproporzionati i mezzi per farlo . Dopo 5 anni e migliaia e migliaia di morti valeva la pena? Abbiamo vinto, siamo più sicuri? Dopo di che rispetto alle indicazioni del magistero ci sono milioni di risposte soggettive come davanti ad un semaforo rosso ognuno farà a modo suo, si è rosso peró ho fretta e passo uguale oppure si è giallo, giallino, arancione che sarà mai se passo, e ci sarà pure l’opposto, qualcuno che allo scattare del verde impiegherà un secolo per ripartire. La confusione non è nel semaforo ma nel modo in cui i singoli interagiscono con il semaforo. Comprese le discussioni sul fatto di voler cambiare la gestione del semaforo secondo le mie priorità. Eh ma perché il semaforo è più lungo all’incrocio X invece che all’incrocio Y ? Anche se è evidente che all’incrocio Y passa il triplo dsl traffico ed e6 un vantaggio unicamente mio quello di passare per X.
Da quel punto di vista i lefebvriani non sono diversi da altri gruppi della Chiesa, vogliono il loro il Concilio, il loro magistero, i loro teologi e i loro canonisti esattamente come gli altri. Dopo di che non ci si può fare nulla. Non possiamo costringere nessuno a seguire il Papa e il magistero, essere cattolico in comunione con Roma. Ognuno deve decidere in coscienza se vuole farlo o meno e fine della storia. Alla fine numero Trento con tutto il suo armentario giuridico centralizzato è riuscito a fermare Lutero e la riforma, non ci sono riusciti allora perché dovremmo riuscirci noi? Proprio Trento ha difeso strenuamente il libero arbitrio. Se uno non vuole, non vuole è facciamoci pure una ragione. Vale anche per quello che si lamentano per i cattolici che votano Trump contro il magistero. La libertà di coscienza vale per tutti e alla fine ognuno renderà merito delle sue scelte, ha poco senso pure indignarsi di continuo.
Scusate gli errori. Riassumendo, dal mio personale punto di vista tutte queste discussioni sono un pò inutili. O abbiamo un criterio comune, una direzione, un filo d’Arianna che ci guidi a casa, oppure ognuno si deve rassegnare a fare da solo senza lamentarsi inutilmente. In un mondo atomizzato a chi dovrebbe interessare se a uno piace il Papa X o il Papa Y, quello dei poveri o quello con il triregno , Dio patria e famiglia invece di Lgbt, la teologia della liberazione invece che quella prosperità? Qual è il criterio con cui giudicare? Qualcuno se può risponda e se non c’è risposta faccia da sé.
In questo momento si sta ragionando su un piano teologico-canonico e forse siamo rimasti lì. Il discorso va portato su un piano ecclesiologico. Con questo atto si è costituita a tutti gli effetti una nuova “chiesa’ – il termine è ovviamente inappropriato -. Come ha detto un autorevole esponente della Chiesa cattolica, la Fraternità ha fatto quello che Lutero ha fatto secoli fa.
Mi sembrano minimo minimo quindici anni ( o per lo meno da quando la storia è tornata alla ribalta con la revoca della scomunica) che si parla di ecclesiologia, del resto se ti fai una Chiesa parallela è scontato che non ti piace quella comune. Va bene che su internet ogni giorno si scopre l’acqua calda ma se hai seguito un minimo la questione, è davvero strano parlarne come una novità.
Allora, per i corsi e ricorsi della Storia, vi è la possibilità che tra 500 anni un Papa definisca Lefebvre una medicina per la Chiesa e una sua effige compaia saltuariamente in Vaticano.
“Questo modo di pensare, la realtà ecclesiale e i delitti che la feriscono, è del tutto fuori dal tempo: condivide, con i lefebvriani, la mancanza di storia e di coscienza”.
Con questa acuta osservazione Andrea Grillo tocca uno dei nervi scoperti del problema: la destorificazione che affetta il magistero. In tal senso il magistero non riesce a prendere coscienza del fatto che continua ad adoperare un linguaggio e un’orizzonte (ovvero un “pensabile” giuridico-ecclesiologico) che comunque è preconciliare.
Molti, all’interno della Chiesa, hanno mantenuto per decenni un atteggiamento di grande comprensione nei confronti della Fraternità quando avrebbe dovuto essere chiaro, fin dall’inizio, che il problema non era la messa in latino ma l’idea stessa di Chiesa e che, quindi, tanta comprensione non sarebbe servita a niente: il problema vero era il rifiuto del Concilio e, in particolare, della libertà religiosa – un’idea “”assurda e delirante””, per usare il linguaggio della Enciclica Mirari vos di Papa Gregorio XVI (1832) – e la concezione del rapporto Chiesa/modernità: la Fraternità ha sempre sostenuto, ad esempio, che lo Stato deve riconoscere solo la Chiesa Cattolica e impedire il culto delle “false religioni”: ci troviamo, quindi, di fronte ad una questione dottrinale, non disciplinare. Le sponde che i lefebvriani hanno avuto all’interno della Chiesa ci sono state perchè, evidentemente, alcuni all’interno della Chiesa stessa la pensavano, e la pensano, in modo non molto difforme da loro
Il Prof. Grillo mette il dito nella piaga.
Il problema è dottrinale ma il Vaticano forse non ha interesse a farlo emergere.
Forse qualcuno a Roma avrebbe il coraggio di scrivere un’enciclica a tema “Tutte le religioni sono uguali”?
E cosa si fa poi, si scomunicano tutti quelli che pensano che il Cristianesimo sia l’unica via di salvezza?
Non credo sia possibile.
Allora si fa finta che il papa sia ancora il papa e si comminano scomuniche come ai tempi di Pio IX.
In realtà c’è molto di non detto in tutta questa storia e la FSSPX, che non è composta da gente improvvisata, ha gioco facile a far emergere le incongruenze logiche.
Questa è la mia professione di fede, dice Pagliarani, mi volete dire dove sbaglio?
La risposta è un silenzio di tomba più eloquente di qualsiasi discorso.
“Questa è la mia professione di fede, dice Pagliarani, mi volete dire dove sbaglio?”
Il problema non è che non glielo dicono, il problema è che non accetta quello che gli dicono, per dialogare bisogna essere in due. Alla fine si comportano anche loro come tutti gli altri, relativizzano e soggettivizzano il magistero, non sono fermi nel tempo, sono fissati ad un tempo che hanno ricostruito a tavolino e forse non è nemmeno mai esistito nei termini in cui se lo immaginano.
Va bene ma se io ti scrivo una dichiarazione di fede e tu pensi che sia estetica mi devi contestare puntualmente.
La proposizione x è eretica/erronea/sospetta perché….
Non ti puoi limitare a dire “tu non riconosci il Concilio Vaticano II”: dimmi dove sbaglio precisamente.
È qui l’inghippo.
Comunque è chiaro che cosa fatta capo ha.
La scomunica è stata comminata e amen.
In ogni caso non credo che sia una cosa grave, dico la scomunica, sappiamo tutti che non c’è bisogno di essere in comunione col papa per salvarsi.
Non lo dico io, lo dice il papa.
Il Papa di oggi. Diciamo che si sono infilati in un assurdo logico, gli piace Trento, ma vivo non secondo il VatII. Che poi Trento non è come lo rappresentano loro, prendi Teresa D’Avila e Giovanni della Corce.
Il papa di oggi che contraddice i papi di ieri. Mamma mia che confusione.
E i Gesuiti, Francisco de Vitória e la scuola di Salamanca, li ha citato Leone in Spagna. Oggi a Lampedusa non era fedele a loro? Per il resto, pazienza si ricucira’, ma che fatica…
Sinceramente non ho capito bene in cosa consista l’idea che adesso si dovrebbe parlare di eresia. Anche prima, soprattutto con Benedetto, era pacifico che per rientrare dovevano accettare un preambolo dottrinale (che sostanzialmente consisteva nell’accettazione del VatII) il che vuol dire che il problema non era solo liturgico ma appunto dottrinale. Al massimo finora hanno potuto godere del linguaggio più felpato della Chiesa postconciliare, ma che ci fossero forti divergenze teologico mi sembra che sia sempre stato chiaro a tutti.