
Francesca Anessi Pessina studia “Politiche europee ed internazionali” (biennio magistrale) presso la Facoltà di scienze politiche dell’Università Cattolica. Questa presentazione del libro American Idolatry è l’elaborato presentato dall’autrice in occasione del’esame del corso seminariale “Letture politiche della Bibbia /1”.
Negli Stati Uniti, religione e identità nazionale sono state spesso presentate come elementi di una medesima narrazione. Nei discorsi politici, nelle celebrazioni pubbliche e persino in molti luoghi di culto, la bandiera americana e il linguaggio cristiano compaiono frequentemente fianco a fianco.
Tale vicinanza non costituisce, di per sé, un problema, perché una comunità religiosa può partecipare alla vita civile senza trasformare la nazione in un oggetto sacro. La criticità emerge, invece, quando si afferma che Dio abbia affidato agli Stati Uniti una missione particolare e quando una determinata cultura religiosa pretende di rappresentare l’intero Paese.
In questa prospettiva, fede religiosa e identità nazionale finiscono per sovrapporsi, con la conseguenza che scelte politiche, privilegi consolidati e gerarchie sociali possono essere legittimati come espressioni della volontà divina.
È proprio su questa sovrapposizione che Andrew L. Whitehead concentra la sua analisi in American Idolatry: How Christian Nationalism Betrays the Gospel and Threatens the Church. Il libro parte da una domanda solo apparentemente semplice, ovvero che cosa accade quando le espressioni “buon cristiano” e “vero americano” diventano quasi sinonime?
Whitehead risponde spostando l’attenzione dalle convinzioni religiose individuali a una struttura culturale più ampia. Nella sua interpretazione, il nazionalismo cristiano non coincide né con una fede particolarmente intensa, né con il semplice conservatorismo politico. Esso rappresenta, piuttosto, un criterio attraverso il quale si stabilisce chi appartenga pienamente alla nazione, chi sia ritenuto legittimato a guidarla e quali gruppi debbano adeguarsi a un modello definito prevalentemente da cristiani bianchi e conservatori.
Questa tesi consente di rileggere sotto una luce diversa alcune delle principali contraddizioni della storia statunitense. La retorica della libertà e dell’uguaglianza ha infatti convissuto con l’espulsione delle popolazioni native, la schiavitù, la segregazione razziale e l’esclusione di numerosi gruppi di immigrati.
Secondo Whitehead, patriottismo e cristianesimo possono certamente coesistere. La nazione diventa però un idolo quando viene identificata con il progetto di Dio e quando dal suo potere ci si attende protezione, sicurezza e salvezza. Il libro sviluppa questa critica attorno a tre concetti fondamentali, che sono potere, paura e violenza, mostrando come essi si alimentino reciprocamente.
Stati Uniti: lettura analitica e memoria biografica
American Idolatry non è concepito come uno studio sociologico esclusivamente accademico, poiché Whitehead affianca all’analisi di dati e ricerche ricordi personali, interpretazioni bibliche, episodi storici e testimonianze provenienti dalle comunità religiose.
Questa scelta riflette anche il pubblico a cui il libro si rivolge, composto soprattutto da credenti americani che avvertono una distanza tra il messaggio del Vangelo e il modo in cui il cristianesimo viene impiegato nelle guerre culturali. Ne deriva un testo dalla natura composita, nel quale la prospettiva dello studioso, interessato a definire con precisione concetti e correlazioni, si intreccia con quella del credente che interroga criticamente la propria formazione e riconosce di aver considerato naturali idee che, in seguito, ha imparato a interpretare come il prodotto di una storia e di un contesto culturale ben precisi.
La componente autobiografica occupa un posto importante nel libro. Whitehead racconta di essere cresciuto in una piccola comunità evangelica bianca del Midwest, dove la famiglia, la Chiesa e l’orgoglio nazionale formavano un ambiente culturale quasi indivisibile.
La presenza simultanea della bandiera americana e di quella cristiana nei luoghi di culto rendeva visibile un legame più profondo, poiché amare Dio sembrava comportare anche un determinato modo di amare gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, fenomeni molto diversi tra loro, come il secolarismo, il femminismo, il socialismo, l’omosessualità, il divorzio e il Partito democratico, venivano ricondotti a un’unica narrazione di declino morale e sociale.
La ricostruzione della propria formazione religiosa consente a Whitehead di mostrare come il nazionalismo cristiano possa essere trasmesso attraverso simboli, gesti, paure condivise e pratiche quotidiane, anche in assenza di una dottrina esplicitamente formulata.
Il cambiamento di prospettiva dell’autore avviene gradualmente, a partire da alcune letture storiche che mettono in discussione l’idea di un’America originariamente ed essenzialmente evangelica. In seguito, gli studi di sociologia gli permettono di comprendere che il nazionalismo cristiano non coincide con la fede o con la pratica religiosa, ma costituisce un sistema culturale distinto, che può quindi essere criticato senza mettere in discussione il cristianesimo nel suo insieme.
Le ricerche citate da Whitehead mostrano che il nazionalismo cristiano è associato ad atteggiamenti autoritari, discriminatori e xenofobi e che questa relazione non può essere spiegata soltanto dall’orientamento politico o dal grado di partecipazione religiosa. Ad essere determinante, quindi, non è l’intensità della fede in sé, ma il modo in cui il cristianesimo viene intrecciato con l’identità nazionale e la difesa delle gerarchie sociali.
All’analisi sociologica Whitehead affianca una lettura esplicitamente teologica. A suo giudizio, la fede non può ridursi all’adesione a dottrine corrette o alla salvezza individuale, ma deve riflettersi anche nel modo in cui i cristiani si rapportano ai poveri, agli oppressi e agli stranieri.
Per questo il peccato non riguarda soltanto le intenzioni e i comportamenti dei singoli, ma anche le istituzioni e le pratiche sociali che continuano a produrre ingiustizie, persino in assenza di un’ostilità apertamente dichiarata. È proprio qui che emerge il carattere particolare del libro, poiché Whitehead non si limita a presentare i risultati della ricerca sociologica, ma li interpreta alla luce della propria concezione del Vangelo.
Questa scelta rende l’argomentazione più personale e coerente con il pubblico a cui si rivolge, ma ne rappresenta anche un possibile limite, dal momento che un lettore che non condivida la sua interpretazione biblica potrebbe riconoscere la validità dell’analisi sociale senza accettarne tutte le conclusioni teologiche.
Potere, paura e violenza
Il nucleo dell’argomentazione di American Idolatry ruota attorno a tre elementi: il potere, la paura e la violenza, che Whitehead considera strettamente legati tra loro.
La ricerca del potere, quando serve a garantire il predominio di un gruppo, alimenta la paura nel momento in cui quella posizione sembra indebolirsi. Da questa paura nasce poi una maggiore disponibilità a giustificare l’esclusione e l’uso della forza. Questa chiave di lettura consente di mettere in relazione fenomeni che, considerati singolarmente, potrebbero apparire come semplici espressioni del conservatorismo americano, tra cui la nostalgia per un passato cristiano idealizzato, il sostegno a leader disposti a difendere con fermezza i valori e gli interessi del proprio gruppo, la diffidenza verso le minoranze, l’attaccamento quasi assoluto alle armi e la tendenza a contestare le procedure democratiche quando producono risultati ritenuti inaccettabili.
Whitehead giudica il potere soprattutto in base agli scopi per cui viene utilizzato. Esso può servire a modificare leggi ingiuste, a proteggere le minoranze e a costruire istituzioni più eque; mentre nel nazionalismo cristiano viene spesso impiegato per difendere la centralità culturale dei cristiani bianchi e imporre all’intera società una particolare interpretazione religiosa.
Anche il significato della libertà religiosa finisce così per restringersi, fino a coincidere soprattutto con il diritto del gruppo maggioritario a conservare la propria influenza, anziché indicare uno spazio condiviso nel quale persone di fedi diverse, o prive di appartenenza religiosa, possano convivere.
In questa prospettiva, la condivisione del potere viene vissuta come una perdita, anche se rappresenta una conseguenza normale della vita in una società pluralista.
È proprio in questo passaggio che entra in gioco la paura. I cambiamenti demografici, il calo dell’appartenenza religiosa e la maggiore visibilità di gruppi un tempo marginalizzati possono generare un reale senso di disorientamento, che Whitehead riconosce e prende sul serio.
Il problema nasce quando questa esperienza viene trasformata in una narrazione politica secondo cui gli Stati Uniti starebbero perdendo la propria anima, la famiglia sarebbe sotto attacco e i “veri” cittadini rischierebbero di essere sostituiti.
Attraverso il linguaggio della perdita, un gruppo che ha occupato a lungo una posizione dominante può arrivare a percepirsi come vittima e a considerare moralmente necessaria la riconquista dei privilegi messi in discussione. La paura diventa così una lente attraverso cui leggere la realtà, dividendo il mondo tra un “noi” innocente e un “loro” ritenuto responsabile del declino.
Quando il potere del proprio gruppo viene presentato come parte del progetto di Dio, anche la violenza può assumere l’aspetto di una difesa legittima. Whitehead ricostruisce questa tendenza richiamando una lunga storia che comprende la conquista delle terre native, la schiavitù, la segregazione razziale e la celebrazione della forza militare. Nel libro, l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 rappresenta un esempio contemporaneo particolarmente significativo, poiché durante il tentativo di interrompere la certificazione del risultato elettorale comparvero simboli cristiani, preghiere e riferimenti a Gesù.
Whitehead non riconduce l’intero evento a una sola causa, ma richiama l’attenzione sul ruolo svolto dal linguaggio religioso, capace di attribuire un valore assoluto a un obiettivo politico contingente e di trasformare chi vi si oppone in un nemico del partito, della nazione e persino di Dio.
Il legame tra potere, paura e violenza costituisce probabilmente uno degli aspetti più utili del volume, perché aiuta a distinguere il nazionalismo cristiano dalle comuni posizioni conservatrici. Si possono sostenere politiche restrittive sull’immigrazione, difendere un modello tradizionale di famiglia o esprimere un forte sentimento patriottico senza ritenere che un determinato gruppo religioso possieda un diritto naturale a dominare la società.
La logica descritta da Whitehead emerge con particolare evidenza quando il privilegio viene percepito come un diritto, l’uguaglianza come una minaccia e l’aggressività come una qualità necessaria. La triade elaborata da Whitehead offre quindi una chiave di lettura efficace, anche se la sua chiarezza può talvolta semplificare un fenomeno complesso, nel quale confluiscono esperienze e motivazioni molto diverse.
Discriminazioni, immigrazione e identità nazionale
Whitehead usa spesso l’espressione “nazionalismo cristiano bianco” per collocare il fenomeno nella storia degli Stati Uniti, dove l’idea di piena appartenenza alla nazione è stata a lungo associata all’essere bianchi, cristiani, nati nel Paese e culturalmente conservatori.
Questo modello ha continuato a influenzare istituzioni e aspettative sociali anche dopo la fine delle forme più evidenti di discriminazione, senza che ciò richiedesse necessariamente un’ostilità consapevole verso altri gruppi. È da qui che nasce la distinzione tra pregiudizio individuale e disuguaglianza strutturale, centrale nell’analisi di Whitehead. Una persona può infatti trarre vantaggio da un ordine sociale formatosi quando altri disponevano di minori diritti e opportunità, pur senza considerarsi razzista o discriminatoria.
La storia del cristianesimo americano riflette la stessa complessità, perché la fede è stata usata per giustificare la schiavitù e la segregazione, ma ha anche sostenuto movimenti di liberazione e lotte per l’uguaglianza. Whitehead osserva infine che il nazionalismo cristiano non assume ovunque lo stesso significato. Tra gli afroamericani può accompagnarsi a una maggiore apertura verso la partecipazione civica di altri gruppi, mentre tra i bianchi tende più spesso a rafforzare la difesa di una posizione storicamente dominante.
Questa stessa tensione emerge anche nella scelta delle questioni considerate più urgenti sul piano morale. Negli ambienti descritti da Whitehead, temi come l’aborto, la sessualità e la famiglia occupano spesso il centro del discorso pubblico, mentre problemi come la discriminazione razziale, la povertà, la violenza delle istituzioni e il trattamento riservato agli immigrati ricevono un’attenzione più discontinua.
È proprio questo squilibrio a essere messo in discussione dall’autore, secondo cui una fede concentrata soprattutto sulle norme che regolano la vita privata rischia di trascurare le condizioni sociali in cui le persone vivono e le ingiustizie che ne derivano. Whitehead invita quindi a giudicare la fede anche a partire dai suoi effetti concreti, osservando se protegge le persone più vulnerabili, dà spazio alle voci marginalizzate e rende visibili disuguaglianze che spesso vengono ignorate.
Il tema dell’immigrazione rende particolarmente evidente il rapporto tra identità religiosa e appartenenza nazionale. Una parte della destra religiosa presenta il cristianesimo come fondamento dell’identità americana e, allo stesso tempo, descrive immigrati e rifugiati attraverso immagini legate all’invasione, alla criminalità e alla contaminazione culturale.
Whitehead mostra che, in alcune forme di nazionalismo, il termine “cristiano” non indica soltanto una fede condivisa, ma anche un determinato modello di cittadino americano. Per questo persino un immigrato cristiano può restare escluso dal “noi” quando la lingua, l’origine o il colore della pelle lo collocano al di fuori dell’immagine dominante degli Stati Uniti.
Whitehead rende visibile questa contraddizione attraverso un episodio della propria esperienza personale, ricordando i viaggi missionari compiuti durante la giovinezza. Durante questi viaggi, attraversare il confine per trascorrere qualche giorno in un’altra comunità era considerato un gesto di servizio, mentre suscitava molte più resistenze l’arrivo di chi compiva lo stesso percorso in senso opposto con l’intenzione di stabilirsi nel Paese.
Questa differenza dipende anche dal controllo che il missionario conserva sulla propria esperienza, scegliendo quando partire, quanto restare e quando tornare a casa, mentre l’immigrazione incide in modo duraturo sulla vita comune e richiede di condividere risorse, spazi e possibilità di partecipare alle decisioni collettive. Accogliere significa quindi accettare che la comunità cambi nel tempo e che la maggioranza non sia più l’unica a stabilirne l’identità.
Nel parlare di immigrazione, Whitehead evita di usare la Bibbia come se fosse un manuale da cui ricavare quote, procedure d’asilo o criteri di cittadinanza. Riconosce che una politica migratoria debba confrontarsi con problemi concreti di sicurezza, risorse e organizzazione, mentre alle Scritture attribuisce il compito di offrire un orientamento morale fondato sull’amore del prossimo, sull’ospitalità e sulla cura di chi è costretto a lasciare la propria terra.
Questa distinzione assume particolare rilievo, poiché consente di affrontare il tema dei confini senza trasformarli in criteri morali attraverso cui separare le persone ritenute degne da quelle considerate indegne. Richiede inoltre di riconoscere immigrati e rifugiati come soggetti capaci di raccontare e interpretare la propria esperienza, anziché ridurli a semplici destinatari di assistenza o a strumenti della propaganda politica.
Le conseguenze per le Chiese
Il sottotitolo di American Idolatry presenta il nazionalismo cristiano come un tradimento del Vangelo e, allo stesso tempo, come una minaccia per la Chiesa. Quest’ultima affermazione può sembrare meno immediata della critica politica, eppure occupa un posto centrale nel ragionamento di Whitehead, perché l’identificazione sempre più stretta tra cristianesimo e schieramento conservatore finisce per trasformare il modo in cui la fede viene percepita nello spazio pubblico.
Agli occhi di molte persone, soprattutto tra i giovani e tra chi si sente escluso o poco rappresentato dalle comunità ecclesiali, la parola “cristiano” tende così a evocare controllo, aggressività e ostilità verso le differenze, mentre il servizio, la misericordia e la cura dei più vulnerabili diventano meno riconoscibili.
Whitehead interpreta una parte dell’allontanamento dalle chiese come una reazione a questa perdita di credibilità e osserva che, nel tentativo di difendere la propria influenza sociale e politica, le comunità religiose rischiano di legare il futuro della fede al successo di un partito o di un leader.
Per Whitehead, cambiare le convinzioni dei singoli rappresenta soltanto il primo passo, perché il problema riguarda anche il funzionamento delle comunità e delle istituzioni. Dichiararsi contrari alla discriminazione o affermare di accogliere gli immigrati risulta insufficiente se non si considera chi prende le decisioni, quali esperienze vengono riconosciute come autorevoli, come sono distribuite le risorse e quali politiche ricevono sostegno.
Questo aspetto assume particolare rilievo perché invita il lettore a considerare, accanto alle responsabilità altrui, anche quelle delle comunità a cui appartiene. Whitehead si rivolge soprattutto ai cristiani bianchi, invitandoli a confrontarsi con le chiese nere e con le tradizioni cristiane nate nelle comunità marginalizzate, nelle quali la fede si è spesso accompagnata all’impegno politico per la libertà, la sicurezza e il riconoscimento. L’ascolto di queste esperienze consente infatti di comprendere ingiustizie e dinamiche sociali che restano più facilmente invisibili a chi ha beneficiato dell’ordine esistente.
Whitehead propone una presenza pubblica della fede fondata sulla libertà religiosa di tutti, sulla collaborazione con persone di convinzioni diverse e sull’uso del potere a favore di chi ne dispone meno. Una prospettiva di questo tipo richiede anche la disponibilità a rinunciare a privilegi che il nazionalismo cristiano tende a presentare come diritti naturali.
La critica ai tre idoli del nazionalismo cristiano si traduce così in un orientamento concreto, nel quale il servizio prende il posto del dominio, la vicinanza riduce la distanza creata dalla paura e il riconoscimento della dignità altrui limita il ricorso alla violenza. Non è semplice, però, tradurre nella pratica questi principi, perché richiede di rinunciare a una parte del controllo esercitato sugli altri, di rivedere il modo in cui vengono percepiti gli avversari e di non interpretare ogni perdita di potere politico come una minaccia al cristianesimo.
Uno dei maggiori punti di forza del libro è il fatto che Whitehead sviluppi la propria critica dall’interno del cristianesimo americano. Conosce bene l’ambiente evangelico conservatore in cui è cresciuto e riesce a descriverlo senza semplificarlo eccessivamente, mostrando come convinzioni apprese in buona fede possano comunque contribuire a produrre esclusione e ingiustizia. Questa impostazione rispecchia lo scopo del volume, rivolto soprattutto alle comunità cristiane e concepito come una riflessione morale e teologica sostenuta dalla ricerca sociologica.
L’interpretazione del Vangelo proposta dall’autore orienta quindi l’intera argomentazione e può risultare meno persuasiva per chi legge i testi biblici in modo diverso o non riconosce loro la stessa autorità morale. Un lettore potrebbe perciò considerare validi i dati e convincente l’analisi sociale, senza condividere tutte le conclusioni teologiche di Whitehead. Anche la ricerca sociologica viene presentata in forma sintetica, coerentemente con la scelta di rivolgersi a un pubblico ampio, e il libro dedica maggiore spazio ai risultati che alla spiegazione dei metodi, dei campioni utilizzati e delle possibili interpretazioni alternative.
Rimane inoltre aperta la questione del rapporto causale, poiché le associazioni rilevate tra nazionalismo cristiano e atteggiamenti autoritari o xenofobi non permettono di stabilire con certezza se il primo contribuisca a produrre tali orientamenti o se offra una giustificazione religiosa a convinzioni già presenti.
Impressioni di una giovane italiana
Prima di leggere American Idolatry avevo sempre considerato quasi spontanea l’associazione tra la destra politica e il cristianesimo. Nel dibattito pubblico, soprattutto in quello statunitense, la fede cristiana viene spesso presentata come uno degli elementi che definiscono l’identità conservatrice, insieme alla difesa della famiglia tradizionale, dell’ordine sociale e della nazione.
Proprio perché ero abituata a vedere queste realtà procedere insieme, non avevo mai percepito una contraddizione tra il richiamo al cristianesimo e l’ostilità verso immigrati e rifugiati. Il libro di Whitehead mi ha colpita perché ha messo in discussione un legame che fino a quel momento avevo dato per scontato. Attraverso il confronto con il Vangelo e con gli insegnamenti di Gesù, l’autore evidenzia come la fede cristiana richiami all’accoglienza dello straniero, alla cura delle persone vulnerabili e a una solidarietà capace di superare i confini della propria comunità. Questa prospettiva mi ha portata a riconoscere un paradosso che prima non vedevo.
Una parte della destra americana rivendica con forza la propria identità cristiana e costruisce, nello stesso tempo, una parte rilevante del proprio discorso politico sulla paura. La spiegazione proposta nel libro riguarda il significato che il cristianesimo assume all’interno del nazionalismo cristiano. In questo contesto, la fede tende a trasformarsi in un’identità culturale e politica, legata a una determinata idea degli Stati Uniti, alla popolazione bianca, al conservatorismo e a un modello tradizionale di famiglia. Essere cristiani finisce così per coincidere con l’appartenenza a un gruppo che si considera il vero rappresentante della nazione.
Chi proviene da un altro Paese, appartiene a una religione diversa o non condivide lo stesso modello culturale viene percepito come estraneo rispetto alla comunità nazionale. L’ostilità verso immigrati e rifugiati acquista quindi una funzione precisa, perché contribuisce a rafforzare il confine tra chi viene riconosciuto come pienamente americano e chi viene collocato ai margini. È proprio questo aspetto ad aver cambiato il mio modo di leggere il rapporto tra religione e politica.
Prima della lettura consideravo il legame tra destra e cristianesimo come un dato consolidato e non avevo mai sentito la necessità di verificarne la coerenza. Whitehead mi ha spinta a distinguere l’uso pubblico della fede dalla fedeltà concreta agli insegnamenti evangelici, facendo emergere la distanza che può esistere tra un’identità politica dichiaratamente cristiana e il trattamento riservato a chi si trova in una condizione di fragilità.
Questa riflessione porta anche a guardare con maggiore attenzione agli effetti prodotti dal linguaggio religioso nella vita collettiva. Una persona può essere sinceramente convinta di difendere la propria fede e, allo stesso tempo, sostenere una visione della società che tutela soprattutto il gruppo al quale appartiene.
La sincerità individuale, quindi, non è sufficiente per valutare la coerenza di una posizione con il messaggio cristiano, ma diventa necessario osservare anche le conseguenze concrete delle idee e delle politiche sostenute.
Una comunità può richiamarsi all’amore, alla libertà e alla giustizia e contribuire comunque all’esclusione di chi viene percepito come estraneo. Questo non significa considerare ogni credente conservatore una persona incoerente o priva di una fede autentica o attribuire automaticamente un valore positivo a qualsiasi richiamo al cristianesimo. Whitehead invita piuttosto a interrogarsi sull’idea di fede che viene proposta e sugli effetti che essa produce sulle persone più vulnerabili.
Ho apprezzato anche il fatto che l’autore affronti il tema dell’immigrazione senza ridurlo a una contrapposizione tra posizioni assolute. La gestione dei confini, delle risorse e dell’accoglienza presenta difficoltà reali e può essere affrontata attraverso scelte politiche differenti. La questione decisiva riguarda il modo in cui queste difficoltà vengono rappresentate e discusse.
È possibile parlare di limiti e responsabilità senza trasformare lo straniero in un nemico o descrivere intere popolazioni come pericolose. Quando la paura diventa il principale strumento di mobilitazione politica, il dibattito supera la semplice amministrazione dell’immigrazione e coinvolge una questione più profonda, legata alla definizione del prossimo e al tipo di comunità che si desidera costruire.
Dal punto di vista accademico, questo aspetto del libro mi è sembrato particolarmente significativo perchè mostra quanto la religione possa incidere sulla costruzione dell’identità collettiva. Definire gli Stati Uniti una nazione cristiana significa scegliere una determinata interpretazione della storia, attribuire un valore centrale ad alcuni simboli e stabilire quali gruppi rappresentino l’immagine autentica del Paese. Anche la paura dello straniero e degli immigrati, in questa prospettiva, appare come il risultato di discorsi e narrazioni che trasformano persone reali in una categoria associata al pericolo e alla perdita dell’identità.
Il fenomeno analizzato da Whitehead appartiene alla storia specifica degli Stati Uniti e richiede cautela quando viene confrontato con altri contesti. Il libro pone comunque una domanda utile anche al di fuori del caso americano, ovvero che, quando una religione maggioritaria viene presentata come fondamento dell’identità nazionale, il suo richiamo amplia la responsabilità verso chi è diverso oppure restringe i confini del “noi”?
È soprattutto questa domanda ad avermi colpita, perché mi ha portata a riconoscere una contraddizione che prima accettavo come una componente normale del dibattito politico.
Conclusione
In American Idolatry, Whitehead descrive il nazionalismo cristiano come una deformazione della fede che nasce quando una certa idea di nazione viene fatta coincidere con il progetto di Dio. Da quel momento, il successo politico assume anche un valore religioso, la perdita di influenza viene vissuta come una persecuzione e chi non rientra nel modello dominante finisce per essere considerato meno americano degli altri. Il potere, la paura e la violenza sono gli elementi che tengono insieme questo meccanismo.
Si cerca di mantenere il controllo per proteggere il proprio gruppo, si alimenta il timore di perderlo e, con il tempo, anche forme di aggressività e di esclusione possono apparire giustificate. Whitehead mostra come questa logica abbia avuto conseguenze profonde nella storia degli Stati Uniti, soprattutto nei rapporti razziali, nelle politiche verso immigrati e rifugiati, nel modo di concepire la democrazia e nella credibilità delle chiese.
L’autore invita quindi i cristiani a partecipare alla vita pubblica senza trasformare la fede in uno strumento di dominio. Nella sua prospettiva, essere fedeli al Vangelo significa difendere la libertà di tutti, ascoltare chi vive ai margini e usare il proprio potere per ridurre le disuguaglianze.
Il punto centrale riguarda la capacità di riconoscere come prossimo anche chi appartiene a un’altra cultura, a un’altra religione o a un altro gruppo sociale. È in questo senso che Whitehead parla di idolatria. Quando la difesa della nazione, del potere e dei privilegi del proprio gruppo diventa più importante degli insegnamenti di Gesù, la fede perde il suo significato originario e viene usata per giustificare la paura e l’esclusione.





