
Il seguente contributo prende le mosse da una breve riflessione di Enzo Bianchi, Dopo lo scisma, «bisogna andare avanti», pubblicata su Vita Pastorale, agosto-settembre 2026, dove l’autore liquida un po’ perentoriamente l’attualità della costituzione pastorale. La riflessione critica del teologo milanese Marco Vergottini prende spunto dalla pubblicazione: Al cuore del Concilio. Una ri-lettura teologico fondamentale, Queriniana 2026, che considera le quattro costituzioni: DV (F.G. Brambilla), SC (A. Grillo), LG (Vito Impellizzeri), GS (M. Vergottini).
Ho letto con sorpresa, e con qualche amarezza, le recenti considerazioni di Enzo Bianchi sulla Gaudium et spes (GS). Non perché una costituzione conciliare debba essere sottratta al vaglio critico, né perché il Vaticano II possa essere trasformato in un oggetto di venerazione indiscriminata. Mi sorprende però l’idea che la costituzione pastorale possa essere sostanzialmente ricondotta all’«ottimismo del tempo», considerata «sociologica più che ispirata dalla parola di Dio» e, per questa ragione, privata di una reale capacità di orientare la recezione del Vaticano II.
Il problema non riguarda anzitutto il giudizio su un singolo documento. bensì il modo stesso di leggere il Concilio. Ripensando teologicamente il Vaticano II, mi sono vieppiù persuaso che non sia possibile interpretarne il corpus dividendo, da una parte, i testi dogmatici, affidabili e permanenti, e, dall’altra, quelli di carattere pastorale, esposti alla contingenza e dunque facilmente relativizzabili. Francamente, è un’ermeneutica fallace e inconsistente da un punto di vista critico.
Nessuna delle costituzioni del Vaticano II costituisce una trattazione teologica compatta, omogenea e conclusiva. In tutte convivono acquisizioni innovative, formulazioni che conservano tracce dei paradigmi precedenti, compromessi redazionali, tensioni non completamente risolte. Ciò vale per Dei Verbum, Lumen gentium, Sacrosanctum concilium. E, ovviamente, per Gaudium et spes.
La domanda decisiva non può essere allora quali testi del Vaticano II risultino ancora validi sessant’anni dopo. Occorre piuttosto domandarsi quali principi teologici, espliciti e impliciti, reggano l’architettura conciliare e, ancor più, quale eredità il Vaticano II abbia consegnato alla teologia cattolica. In altri termini, occorre «andare al cuore». Il mio maestro, don Pino Colombo, ci insegnava a cercare l’intentio profundior dei testi magisteriali.
La stratificazione del corpus conciliare
In primis, il Vaticano II non è una summa theologica. Né avrebbe potuto esserlo. È il risultato di un processo nel quale sensibilità teologiche differenti, scuole diverse ed esperienze ecclesiali lontane hanno cercato faticosamente una forma condivisa. Proprio questa stratificazione impedisce di leggere i documenti come blocchi monolitici.
In Lumen gentium, per esempio, la riscoperta della Chiesa come popolo di Dio convive con categorie che risentono della precedente ecclesiologia gerarchico-giuridica. In Dei Verbum, la concezione personale e storico-salvifica della rivelazione introduce un cambiamento radicale senza cancellare ogni residuo dell’impostazione manualistica. Sacrosanctum concilium innova profondamente la comprensione della partecipazione liturgica, entro un equilibrio nel quale continuità e riforma rimangono in tensione.
Anche GS presenta tessuti «duri» e tessuti «molli», se vogliamo utilizzare – con cautela – un linguaggio mutuato dalla tecnica radiografica. Non perché alcuni testi sarebbero veri e altri falsi, alcuni impegnativi e altri trascurabili, ma perché vi si incontrano differenti gradi di maturazione teologica.
La sua stessa storia redazionale lo mostra. GS nasce dall’incrocio di diverse concezioni del rapporto Chiesa-mondo: la Chiesa maestra, che espone principi; la Chiesa missionaria, che annuncia il Vangelo; la Chiesa dialogante, che ascolta i «segni dei tempi»; la Chiesa solidale, che riconosce come proprie le gioie e le sofferenze dell’umanità. Questi modelli non vengono semplicemente sostituiti l’uno dall’altro, ma rimangono stratificati nel testo definitivo.
Da qui derivano la sua ricchezza e, insieme, la sua fragilità. Sarebbe perciò metodologicamente impertinente richiedere alla costituzione pastorale una compattezza teoretica che neppure le altre costituzioni possiedono. Se la presenza di elementi storicamente contingenti fosse sufficiente a ridurre la portata di un documento conciliare, dovremmo applicare lo stesso criterio all’intero corpus del Vaticano II.
Il punto è individuare ciò che, dentro testi inevitabilmente storici, costituisce una struttura portante. Una rilettura teologico-fondamentale del Concilio dovrebbe tentare precisamente questa operazione: eseguire una sorta di radiografia del corpus conciliare per riconoscere lo «scheletro» che regge l’organismo.
Sotto questo profilo, il principio antropologico costituisce uno degli assi decisivi del Vaticano II e non appartiene esclusivamente a GS. Attraversa Dei Verbum, dove l’uomo è interlocutore della rivelazione; Sacrosanctum concilium, dove il credente diventa soggetto partecipante dell’azione liturgica; Lumen gentium, dove la dignità battesimale precede la differenziazione dei ministeri; Dignitatis humanae, dove la libertà della coscienza è condizione dell’adesione alla verità; Ad gentes, dove culture e popoli cessano di essere semplici destinatari passivi dell’evangelizzazione.
GS porta allo scoperto questa antropologia diffusa e la sottopone alla prova della storia.
Gaudium et spes, luctus et angor
È curioso che il rimprovero di ottimismo rivolto alla costituzione sembri talvolta fermarsi alle sue prime due parole. Gaudium et spes. Ma l’incipit va letto fino in fondo: Gaudium et spes, luctus et angor. Gioie e speranze, tristezze e angosce. Questo impedisce di identificare GS con un’ingenua fiducia nelle «magnifiche sorti e progressive» della modernità.
La costituzione conosce il peccato, la violenza, la guerra, l’ingiustizia, l’ateismo, l’ambivalenza della tecnica. Durante la redazione non mancarono critiche severe circa un possibile eccesso di ottimismo e un’insufficiente considerazione del male; quelle critiche entrarono nel processo conciliare e contribuirono a rafforzare la dimensione cristologica e il realismo circa il peccato.
Per questo, non mi convince la contrapposizione tra ottimismo e «segni dei tempi». Discernere i segni dei tempi non significa canonizzare il proprio tempo. Significa leggerlo. E leggere cristianamente la storia significa riconoscerne l’ambivalenza: possibilità di liberazione e nuove schiavitù, solidarietà ed egoismo, progresso e distruzione. Il cristianesimo non pratica una filosofia ottimistica della storia. Possiede una speranza. E la speranza non va confusa con l’ottimismo.
Ma la vera novità della costituzione riguarda soprattutto il metodo teologico. Per lungo tempo il discorso ecclesiale aveva prevalentemente proceduto dai principi verso la realtà: prima l’enunciazione della dottrina, poi la sua applicazione alle situazioni storiche.
GS tenta un percorso più complesso. Parte dall’esperienza concreta degli uomini e delle donne, dalle loro domande e inquietudini, per lasciarle illuminare dalla rivelazione. La realtà non diventa criterio della verità; diventa luogo nel quale la verità domanda di essere ascoltata e annunciata.
Per questo la qualifica di «pastorale» non significa teologicamente debole. Significa che la verità cristiana viene pensata nella sua destinazione storica. Dottrina e pastorale cessano di essere due piani sovrapposti: la seconda non è semplicemente l’applicazione pratica di una teoria già confezionata, ma appartiene al modo stesso in cui la verità del Vangelo incontra l’uomo.
La storia redazionale di GS mostra precisamente il passaggio dalla giustapposizione tra principi e applicazioni a una forma nella quale famiglia, cultura, economia, politica e pace diventano luoghi in cui il giudizio della fede prende corpo. È qui che l’accusa di sociologismo deve essere maneggiata con cautela. La sociologia diventa problema quando pretende di essere il punto d’arrivo della riflessione teologica. In GS il mondo reale costituisce invece il punto di partenza di una domanda radicalmente teologica: chi è l’uomo?
La risposta culmina in GS 22: «Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo». Difficile immaginare un approdo meno sociologico. L’uomo non prende il posto di Dio: è il luogo nel quale il mistero di Dio si lascia incontrare, perché il Verbo si è fatto carne. Cristologia e antropologia non sono poste in concorrenza. L’una rinvia all’altra.
L’uomo di GS è creato, ferito, redento; libero e responsabile; storico, comunitario, aperto alla trascendenza. La costituzione non sviluppa sempre perfettamente questa intuizione: vi sono oscillazioni e passaggi nei quali il principio cristologico appare più «reclamato» che realmente generativo. Proprio questo rende legittima la critica teologica.
Ma una cosa è rilevare un’incompiutezza. Tutt’altra è concluderne l’irrilevanza.
Un testo di «soglia»
Sessant’anni dopo, naturalmente, molte analisi di GS mostrano la loro età. Sarebbe sorprendente il contrario. Il mondo del 1965 non conosceva la rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, l’attuale crisi ecologica, le nuove questioni biotecnologiche, l’emancipazione femminile nelle forme odierne, le trasformazioni della comunicazione e le migrazioni planetarie delle attuali dimensioni.
Ma un testo conciliare non rimane vivo perché contiene anticipatamente le risposte ai problemi futuri. Rimane vivo se offre alla Chiesa strumenti per porre le domande.
Da questo punto di vista GS può essere interpretata come un «testo di soglia»: non una sintesi definitiva dell’antropologia cristiana, ma un passaggio che consente alla teologia di uscire da alcune strettoie precedenti. La sua recezione ha prodotto linee differenti e persino divergenti; proprio questa pluralità mostra che la costituzione non ha chiuso il dibattito, lo ha aperto.
Qui occorre distinguere tra relativizzazione e recezione. Ricevere un Concilio non significa ripeterne sessant’anni dopo le formulazioni come se nulla fosse accaduto. Significa accogliere le acquisizioni fondamentali, svilupparle, correggere eventuali insufficienze, reinterpretarle davanti a problemi nuovi. Tra idolatrare un Concilio e congedarlo esiste una terza possibilità, più faticosa. Si chiama recezione.
Sotto questo profilo GS rimane uno dei grandi laboratori teologici del Vaticano II. In essa la Chiesa impara a pensare sé stessa nel mondo e non sopra il mondo, a proclamare Cristo come senso dell’uomo senza usare Cristo contro l’uomo, ad assumere le gioie e le angosce dell’umanità senza identificarle con il Regno di Dio.
Il principio antropologico che emerge dalla costituzione non rappresenta un settore della teologia accanto alla cristologia o all’ecclesiologia. È un principio trasversale. Il Vaticano II non ha semplicemente aggiunto un capitolo sull’uomo alla teologia. Ha costretto la teologia a ripensare sé stessa alla luce dell’uomo, proprio perché l’incarnazione impedisce di separare la verità su Dio dalla verità sull’umano.
Questo non significa che ogni affermazione di GS possieda la stessa densità teologica, che ogni diagnosi storica continui a essere convincente o che la costituzione abbia risolto una volta per tutte il rapporto tra Chiesa e mondo. Significa qualcosa di più modesto e, insieme, più impegnativo: ha cambiato la domanda.
Non più soltanto: che cosa deve insegnare la Chiesa al mondo? Ma anche: che cosa deve ascoltare? Come deve discernere? In quale linguaggio deve annunciare? In che modo la storia diventa luogo nel quale la fede comprende meglio sé stessa?
A sessant’anni di distanza, si può naturalmente discutere GS. Si può criticarla. Si deve persino farlo. Quello che non si può fare è archiviarla e ignorarla. Ne andrebbe di mezzo non un singolo mattone, ma l’intero edificio conciliare.
Lo dico senza intenzione polemica e con una piccola confessione conclusiva da docente non più alle prime armi. Nel corso sul Vaticano II che tengo in Facoltà teologica a Palermo non pretenderei mai che uno studente condividesse tutte le mie valutazioni sulla GS. Potrebbe criticarla con Rahner, Ratzinger, Barth, de Lubac; illustrarne le ingenuità, mostrarne le tensioni, sostenere che alcuni passaggi siano ormai irrimediabilmente datati. Ma lui se all’esame mi dicesse che, proprio perché «pastorale», GS può essere tranquillamente accantonata mentre il vero Vaticano II starebbe altrove, nelle tre costituzioni «maggiori» (?), gli consiglierei con molto tatto di non insistere. Meglio per lui ritirarsi. E ripresentarsi al prossimo appello.






Premesso che non ho mai seguito Enzo Bianchi, non lo conosco e non posso giudicare eventuali cambiamenti o contraddizioni con il suo percorso precedente, leggendo l’intervento il punto più debole mi pare quello sull’ecumenismo, dato che Bose era nato come esperimento ecumenico. (Quando ormai alcuni “addetti al dialogo interreligioso” che si definiscono teologi improvvisano preghiere con credenti di altre religioni o affermano che tutte le religioni portano a Dio, allora anch’io mi irrigidisco e giudico queste posizioni non più cattoliche! )
Detto ciò mi sembra criticare anche molti eccessi dell’ambiente tradizionalista (I cardinali con gli strascichi di 7 metri che ben conosciamo) mentre la sua riflessione è centrata su alcune comunità tradizionaliste (Barroux, Randol, Triors..) che vede come una forma di ritorno al monachesimo ( Chi va a visitarli si ritrova in un’abbaziale di Cluny, con la liturgia delle ore cantata in gregoriano ed eseguita creando un clima che invita alla preghiera quanto la liturgia della chiesa ortodossa.).
Non so, chi conosce queste comunità magari è in grado di giudicare meglio, è possibile che si sia creata una certa affinità tra spiritualità orientale (a cui in effetti anche Bose guardava) e queste più tradizionaliste cattoliche?
Il riferimento a Gaudium et spes non mi pare nulla di particolare. (Ad esempio se “il mondo è sotto il maligno” bisogna vigilare che queste comunità non si lascino trasportare dalla radicalità dei lefebvriani. Un po’ come diceva Bergoglio: «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» non basta essere ottimisti..)
Dove si può trovare il testo completo di Enzo Bianchi? Sarebbe utile linkarlo…anche per capire esattamente su che cosa stiamo riflettendo. Grazie
https://www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/626130/dopo-lo-scisma-bisogna-andare-avanti Forse è questo.
Grazie Angela per il link. Molto parte del dibattito che si è sviluppato attorno alla posizione di Enzo Bianchi mi è sembrato una tempesta in un bicchiere. Dopo Andrea Grillo anche Marco Vergottini sono andati, in questa calda estate, in collisione con le posizioni di Enzo Bianchi, colpendo parti non essenziali dei suoi scritti, ma interlocuzione e parti che servivano per avallorare indirettamente il senso dei suoi ragionamenti. In definitiva la posizione di Enzo Bianchi mi pare sia più di tipo pastorale che ideologica, animata dalla volonta di salvaguardare l’unità della chiesa cattolica e cercando di rintuzzare spinte divisionistiche che in questo momento animano il corpaccione ecclesiale.
Grazie professore. Penso che sia proprio la recezione del Concilio vaticano II il punto. Sessant’anni di resistenze e disinformazione che continuano a riprodursi in vario modo, con diversi linguaggi e da diversi soggetti.
Simpatico questo E. Bianchi, un tempo osannato ora caduto in conclamata disgrazia. Ringrazio l’articolista per chiarezza e adesione al magistero.
Ottimo articolo.
Grazie
Sempre indietro di una Rivoluzione…
Enzo Bianchi dichiara che la Gaudium et Spes può essere sostanzialmente ricondotta all’«ottimismo del tempo» e considerata «sociologica più che ispirata dalla parola di Dio». Così, per la seconda volta in pochi giorni, riesce a sorprendermi positivamente.
Comunque, è curioso il destino di personaggi come Enzo Bianchi. Infatti essi, sino a che ripetono con variazioni sul tema la vulgata postconciliare, sono portati in palmo di mano dai militanti progressisti, ma -non appena dicono qualcosa che se ne discosta- subito vengono bacchettati e giudicati indegni di un misero 18 ad un esame di teologia.
Mah.
Ma che ragionamento fa? Che c’entra progressismo o conservatorismo? L’esposizione di Vergottiini è profonda e ben argomentata, analizza il contesto storico e chiarisce il significato teologico della lettura dei “segni dei tempi”
Se rilegge il mio breve commento, vedrà che:
1) Non parlo di conservatorismo.
2) Non parlo di progressismo, ma di militanti progressisti e del loro atteggiamento verso chi a un certo punto scrive qualcosa che si discosta da ciò che aveva scritto precedentemente in sintonia con loro.
3) Concludo con un tono scherzoso, echeggiando l’equiparazione che l’Autore fa tra Enzo Bianchi e un proprio studente, che verrebbe bocciato se durante un esame di teologia sostenesse le argomentazioni del ormai ex priore di Bose.
Per il resto, ho apprezzato anch’io la chiara e onesta esposizione del Prof. Vergottini e mi dispiace che una non attenta lettura delle mie 8 righe (compreso il “Mah” finale) l’abbia portata a chiedermi perentoriamente che ragionamento io faccia. Pace e bene.
Ringrazio il professore per la chiarezza con cui ha fornito una chiave di lettura della costituzione conciliare GS oltre alla chiave di lettura generale dei vari testi conciliari. Non essendo teologo recepisco questi concetti: I documenti non sono un testo finito ma un testo soglia, un punto di ripartenza, un modo per superare le letture troppo rigide del passato e dialogare col presente in prospettiva futura. In caso contrario rischiamo una nuova cristallizzazione dopo aver faticosamente (e non compiutamente) superato le precedenti. Poi l’invito a una lettura completa del testo e non del solo titolo: alle gioie e speranze di questa nuova epoca che usciva da strettoie di povertà, lutti, guerre (ma rischia continuamente di ricadere negli errori del passato) si devono aggiungere realisticamente tristezze e angosce che non mancano oggi come non mancavano ieri. Infine una osservazione sul tema dell’ottimismo. Esso non è affermazione di uno sguardo superficiale sulla realtà da parte di gente presa nel vortice di droghe allucinogene o da un delirio di onnipotenza di chi scommette sul genio dell’umanità capace di condurre a buon fine il proprio destino. Ottimismo, di cui non disconosco la possibile ambiguità, può offrire una modalità di apertura al futuro segnata dal tema della Speranza, speranza cristiana che il destino ultimo è nelle mani di Dio e troverà la sua risposta anche in mezzo alle ambiguità e i rischi del presente. E’ corretto?
“Per questo, non mi convince la contrapposizione tra ottimismo e «segni dei tempi». Discernere i segni dei tempi non significa canonizzare il proprio tempo. Significa leggerlo. ” Vero, però diciamo che soprattutto con Bergoglio il termine “segni dei tempi” significava abbandonare il pessimismo ratzingeriano in favore di una forte apertura al mondo.
Per cui si, la sensazione che si prendesse di peso l’ottimismo anni ’60 per riportarlo in un mondo nel frattempo cambiato c’è stata. L’immagine di Papa Francesco da solo in piazza San Pietro al tempo del covid era un segno dei tempi?
Ovvio che in quel caso si può dire che il segno dei tempi alla fine è sempre il bisogno di speranza, anche quando la speranza sembra assente.
“Significa qualcosa di più modesto e, insieme, più impegnativo: ha cambiato la domanda.
Non più soltanto: che cosa deve insegnare la Chiesa al mondo? Ma anche: che cosa deve ascoltare? Come deve discernere? In quale linguaggio deve annunciare? In che modo la storia diventa luogo nel quale la fede comprende meglio sé stessa?”
Grazie prof Vergottini per questa sua analisi seria, scientificamente approfondita e aperta all’oggi ma sempre con lo sguardo fisso su di Lui, la pietra scartata dai costruttori.
Davvero un bel contributo alla ricezione di questo Documento del Concilio Vaticano II.
Premesso che non ho mai avuto simpatia per Enzo Bianchi e non mi va di cercare le sue parole precise, ho visto un pò della polemica su Facebook. Gaudium et Spes è stata “criticata” anche da sinistra (ad esempio Gutierrez, lo stesso Dossetti) in quanto troppo vicina alla teologia liberale americana. Troppa fiducia nel mondo inteso come mercato borghese in grado di regolarsi da solo. Ne parla anche Prodi in Dossetti e le officine bolognesi. Il Vaticano II (o per lo meno una sua lettura) ridotto ad una lotta contro i mulini a vento, cioè visto come la ricerca di far cadere una società tridentina che è già scomparsa da tempo.