
C’è un momento, nel rito dell’elezione papale, in cui diciassette secoli di storia si concentrano in una domanda di quattro parole: «Quo nomine vis vocari?» – con qual nome vuoi essere chiamato? L’eletto ha appena pronunciato il suo «accepto»; non si è ancora mostrato a nessuno; e la prima cosa che la Chiesa gli chiede non è un programma, ma un nome. Gli antichi dicevano nomina sunt omina, i nomi sono presagi; la tradizione petrina dice qualcosa di più: il nome è un’eredità che si accetta, un debito storico che si contrae con tutti coloro che lo hanno portato.
“Come vuoi essere chiamato”?
L’8 maggio 2025, giorno della Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei, Robert Francis Prevost – agostiniano, missionario in Perù, poi Prefetto del Dicastero per i Vescovi, primo papa nato negli Stati Uniti d’America – ha risposto con un nome che mancava all’appello da oltre centovent’anni: Leone.
Perché proprio Leone? E, soprattutto: che cosa si prende in consegna, quando si prende in consegna un nome come questo? Sono due domande che sembrano una sola e non lo sono.
Alla prima ha risposto, in parte, lo stesso Pontefice, richiamando esplicitamente Leone XIII e la Rerum novarum davanti alla nuova rivoluzione dei nostri tempi: la proprietà privata dei dati e la privativa nella gestione dell’intelligenza artificiale.
Alla seconda – la più profonda – dedica ora un volume mons. Vincenzo Bertolone, SdP: «Mi chiamerò Leone». 14 papi di nome Leone, ventottesimo titolo della «Biblioteca di Scenari» (che dirigo presso la Valle del Tempo, Napoli 2026, pp. 378).
È il terzo volume che l’arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace affida alla nostra collana, dopo La valigetta di padre Spoto (n. 9) e Camminare sperando sul Giubileo riletto nella luce di Nicea, come suggerito dall’Anno giubilare del 2025 (n. 13); e chi conosce l’autore – canonista, a lungo postulatore di cause di beatificazione, dal beato Rosario Livatino al beato Pino Puglisi – riconoscerà qui il suo gesto più caratteristico: interrogare le vite del passato, remoto e recente, per capire il presente. Un postulatore, d’altra parte, lavora così: non parte dalle idee, parte dai testimoni; e questo libro tratta i quattordici Leoni come si trattano, appunto, i testimoni nel tribunale della storia, facendoli come “deporre” uno per uno.

Diciamo subito che cosa questo libro non è. Non è un instant book. La pubblicistica seguita al conclave ha prodotto molto, e in fretta in questi ultimi tempi; queste pagine hanno preso un’altra strada. Sono nate, sì, nei mesi successivi all’elezione, ma sotto gli occhi di tutti: i lettori di SettimanaNews ne hanno seguito come la gestazione, medaglione dopo medaglione: dodici ritratti pubblicati con cadenza fedele – fino al tredicesimo, quello del grande papa Pecci.
Mi sia consentito, da direttore di collana, un ringraziamento che non è di maniera. Ospitare per mesi un progetto seriale di quest’ampiezza richiede a una rivista digitale due virtù che raramente stanno insieme: la pazienza della lunga durata e il coraggio di sottrarre spazio all’attualità per darlo alla profondità e all’interrogazione critica dei documenti passati.
SettimanaNews le ha esercitate entrambe, confermandosi ciò che i suoi lettori sanno da tempo: non una rassegna che commenta i libri già nati, ma un laboratorio che li aiuta a nascere. Il libro a stampa, che ora raccoglie quei medaglioni, li completa con apparato critico, conclusione generale e quel respiro d’insieme che la pubblicazione digitale, per sua natura, non poteva dare: chi ha letto gli articoli troverà, dunque, una casa, non una ripetizione, peraltro con non poche nuove aggiunte e precisazioni.
I tredici papi di nome Leone
La costruzione è limpida. Dodici capitoli ripercorrono i tredici papi di nome Leone storicamente attestati – le figure di Leone VIII e Leone IX sono riunite in un unico capitolo per esigenze storico-biografiche e documentali – dal V secolo agli inizi del XX.
In apertura, naturalmente, Leone Magno: il papa che con il Tomus ad Flavianum diede a Calcedonia le parole per dire chi è Cristo, vero Dio e vero uomo, e che andò incontro ad Attila disarmato; da lui il nome Leone riceve quello che Bertolone chiama il suo codice genetico, la compresenza di dottrina teologica e di coraggio antropologico.
Seguono Leone II, che confermò il discernimento del terzo concilio di Costantinopoli contro il monotelismo; Leone III che, nella notte di Natale dell’800, incoronò Carlo Magno quale advocatus sanctae ecclesiae e si trovò al centro della controversia teologica sul Filioque; Leone IV, il santo «restauratore» di Roma.
E poi i Leone del saeculum obscurum – il quinto, papa per due mesi soltanto; il sesto, eletto nel «secolo di ferro», dominato da quelle che un capitolo chiama, con formula memorabile, le «donne di ferro» della successione papale; il settimo, chiamato a «ruggire come un leone» per sostenere la disciplina del Vangelo in piena epoca ormai feudale.
Bertolone ha il merito di non saltarne nessuno: anche i pontificati brevi, poco documentati e oscuri, appartengono alla verità della storia, e una serie si capisce solo se ne accettiamo tutte le maglie.
Il capitolo ottavo congiunge il Leone «in dubbio» – l’ottavo, dal pontificato conteso – al Leone coronato santo, il nono, difensore del primato della Sede romana nell’ora drammatica che condusse al 1054. Poi il Rinascimento di Leone X, il papa della Exsurge Domine davanti a Martin Lutero e alla lacerazione riformata; i ventisette giorni di Leone XI nel 1605 – velut ex ungue leonem: basta l’unghia a riconoscere il leone e la memoria di un papa «assai buono»; Leone XII, «un leone e un’aquila» del primo Ottocento, di cui il libro conserva ritratti d’epoca di sorprendente freschezza; e, infine, Leone XIII, il papa che traghettò la Chiesa dalla condanna degli errori moderni alla riproposizione organica del suo Magistero, riformando il pensiero cristiano, la devozione mariana e configurando, in senso contemporaneo, la cosiddetta dottrina sociale della Chiesa e che, della serie, è insieme il culmine e la consegna.
Tre fili rossi tengono insieme l’arco, e sono anche la vera tesi del libro.
Il primo è cristologico: il nome Leone ricorre puntualmente là dove la Chiesa è chiamata a dire chi è Cristo, da Calcedonia al rilancio dottrinale dell’Ottocento; e Bertolone lo legge con finezza ecumenica – la fedeltà alla verità cristologica non come arroccamento, ma come condizione del dialogo, come mostrano le dense pagine sul cammino di avvicinamento, ancora in corso, tra Roma e Costantinopoli.
Il secondo è il rapporto fra la Chiesa e i poteri del mondo, dall’impero alla Questione Romana; e la domanda che ne scaturisce per l’oggi è precisa: come parlare di Dio quando i poteri non hanno più volto – quando non si chiamano più imperi, ma algoritmi, piattaforme, finanza globale, deterrenza nucleare riemergente?
Il terzo è culturale e sociale: il nome Leone si è ripetutamente legato a stagioni in cui la Chiesa ha come rimesso mano al pensiero, alla scuola, al lavoro, alla giustizia. Chi somma i tre fili, ottiene i chiaroscuri di un nome che – come recita uno dei paragrafi d’apertura del volume – «diventa còmpito».
Il tredicesimo capitolo – «Rerum Novissimarum? Un documento dal passato remoto» – cambia deliberatamente registro: non più ritratto, ma diagnosi; è come la cerniera fra la storia e ciò che la storia non contiene ancora.
Un’enciclica non ancora scritta
Perché poi c’è il quattordicesimo capitolo. Ed è qui che il libro osa. Bertolone vi compone, per intero, un’enciclica che il Leone XIV storico non ha ancora scritto: la Rerum Novissimarum.
L’onestà è totale, e dichiarata in una nota che va citata alla lettera: «Tutto quanto segue, fino alla Conclusione generale è frutto di fantasia dell’Autore di questo libro». Non un apocrifo, dunque, e nemmeno una previsione: un esercizio di teologia narrativa, costruito filologicamente sui discorsi che il papa ha realmente pronunciato – da Hiroshima e Nagasaki a Gaza e all’Ucraina, fino alle guerre dimenticate che non fanno notizia – e sulla lunga catena del magistero sociale che da Pecci arriva fino a lui.
Il capitolo censisce nove «cose nuovissime» che attendono una parola pontificia, come peraltro è cominciato frattanto ad accadere con Magnifica humanitas: l’intelligenza artificiale e la nuova rivoluzione industriale; le biotecnologie che ri-disegnano i confini della vita; la crisi ecosistemica e il suo «debito ecologico»; la riconfigurazione geopolitica e i conflitti; le nuove povertà e le disuguaglianze globali; la trasformazione delle identità e delle relazioni umane, con la crisi del trascendente che la accompagna, particolarmente nel quadrante post-moderno dell’era contemporanea; le grandi migrazioni; la società della disinformazione e la crisi della verità; l’evoluzione dei diritti umani verso nuove generazioni di diritti, che il magistero non ha ancora pienamente nominato.
Ma l’inventario non è il punto. Il punto è la risposta, che non ha la forma di un programma bensì di un vocabolario: fraternità, discernimento, cura, speranza – quattro parole antiche, chiamate a dire, appunto, cose nuovissime, recenti e, insieme, ultime.
La fraternità evangelica vi compare non come sentimento, ma come architrave: fondamento dell’agire ecclesiale, criterio di un possibile ordine globale, e perfino – pagina coraggiosa – condizione di tenuta della democrazia; il discernimento come servizio alla persona concreta, in una Chiesa «dalle braccia aperte»; la cura come cultura, accanto al dialogo e alla pace; la speranza, infine, custodita da quella «riserva escatologica» che impedisce al cristianesimo di risolversi in un programma mondano tra i programmi dei nostri tempi.
E, dentro questo vocabolario, stanno pagine di rara intensità: l’eucaristia come medicina immortalitatis, i sacramenti come custodi della dignità umana, la preghiera contemplativa come «resistenza» – la quiete dell’anima in Dio come atto spirituale di opposizione all’idea che l’essere umano sia soltanto ciò che produce.
Qualcuno discuterà la legittimità della mossa narrativa; è un dibattito che non temiamo. Chi ha familiarità con la letteratura teologica, sa che il «come se» è tra le forme più antiche del pensiero credente, per cui immaginare un pontificato può essere il modo più rispettoso di accoglierlo: non interpretarlo prima del tempo, ma apparecchiargli uno spazio di possibilità.
Perché nella “Biblioteca di Scenari”
Un direttore di collana deve anche dire perché un libro sta dove sta. La «Biblioteca di Scenari» è nata, appunto, per aprire lo sguardo su nuovi scenari, ovvero per mettere in dialogo la memoria della tradizione, anche cristiana, con gli scenari del presente, rifiutando tanto la cronaca quanto l’erudizione fine a sé stessa; questo volume ne è, credo, una realizzazione esemplare, perché fa dell’erudizione uno strumento di discernimento e della cronaca un’occasione di lunga durata.
Lo leggeranno con profitto gli studiosi e gli studenti di storia della Chiesa e di dottrina sociale; le comunità ecclesiali e gli istituti di vita consacrata, che vogliano collocare il pontificato dentro una genealogia; e il lettore colto, credente o no, che, dall’8 maggio 2025, si porta dietro una curiosità che la cronaca ha acceso e non può saziare.
Alla fine, il lettore si accorge che la domanda del rito si è rovesciata su di lui. «Quo nomine vis vocari?» non interroga soltanto un papa: interroga la Chiesa intera, e ciascuno. Quale memoria intendiamo assumere, quale eredità siamo disposti a far vivere, con quale nome vogliamo essere chiamati dal nostro tempo?
Quattordici Leone, da Attila all’algoritmo e alla custodia della persona umana, suggeriscono che un nome non si porta: si serve. Ed è forse questa la lezione più semplice e più esigente del libro.
Pasquale Giustiniani è Direttore della Collana «Biblioteca di Scenari»





