Perché la sinodalità domanda la riforma del Codice

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All’ultima riunione promossa dalla Segreteria generale del Sinodo (Incontro con i responsabili degli organismi continentali della Chiesa continentali, Roma, 23-26 giugno 2026 − ndr), il card. Mario Grech riassumeva il da farsi per attuare il Sinodo, in quattro punti: fare memoria, interpretare, orientare, celebrare.

Una riforma necessaria

Io aggiungerei un quinto punto: riformare. È la riforma del Codice che si impone.

È vero che, a prima vista, non sembra che il Codice abbia una grande influenza esplicita sulla vita ordinaria delle comunità. Raramente lo si trova sul tavolo degli uffici parrocchiali. Ma le sue norme sono state ormai ampiamente introiettate nella mentalità dei vescovi e dei parroci, al punto da orientarne abitualmente il modo di comprendere e di esercitare il ministero.

È per forza d’inerzia, più che per convinzione, ma, di fatto, la prassi diffusa ne resta comandata e, nonostante il gran parlare che si è fatto di sinodalità, si continua fare come si è sempre fatto e, quando si tratta di prendere qualche decisione importante, o non si decide nulla o chi decide resta il vescovo e rispettivamente il parroco.

Accade che i consigli pastorali vengano convocati più per giudicare il presente e individuare gli orientamenti generali da prendere nell’ordinaria attività pastorale, che per prendere insieme, vescovo o parroco e fedeli, una determinata decisione per una concreta questione importante che si è aperta nella vita della comunità.

Solo una vera e propria, esplicita e conclamata riforma di alcuni canoni del Codice potrà far sì che questa lunga stagione del cammino sinodale, con i suoi entusiasmi e le sue fatiche, non risulti alla fine la classica montagna che partorisce il topolino.

Non basterebbe poi che se ne trattasse solo nella stretta cerchia dei competenti, ma che la riforma venisse ampiamente pubblicizzata, in modo che la notizia raggiungesse anche il più pigro e isolato degli operatori pastorali, perché non solo nei luoghi alti, ma anche nelle periferie, negli ambienti ecclesiali meno raggiunti dal questionare sulle cose della Chiesa, c’è bisogno di promuovere prassi sinodali.

Il fedele si renderà conto, e ne trarrà le conseguenze, di essere, effettivamente soggetto responsabile della vita della comunità, solo quando avrà constatato che il suo giudizio, per una qualche decisione importante, è stato determinante, anche se diverso da quello del vescovo o del parroco. Solo con questa esperienza alle spalle, i fedeli laici, come da tempo e da tutti viene auspicato, si renderanno veramente attivi nella missione della Chiesa.

Valorizzare i carismi

Il frequente appello, che risuona qua e là, a non bloccare il discorso sulle questioni procedurali, ma di orientarlo alla missione della Chiesa, al servizio del Vangelo per il mondo, ha una sua incontestabile ovvietà, ma non deve servire per sfuggire al problema cruciale della sinodalità, che riguarda il modo in cui, in ordine agli orientamenti della missione, come rispetto ai problemi immediati della vita quotidiana, si prendono le decisioni.

L’atto della decisione è il luogo cruciale della sinodalità e, per esercitarvi un ruolo determinante, i fedeli vi sono deputati in forza della fede, del battesimo e dei carismi di cui ciascuno risulta dotato.

Non tutti, e neanche coloro che sono costituiti in autorità, hanno tutti i carismi e l’autorità ha il dovere di ritrarsi quando, nella questione che si apre, sono in gioco competenze di cui il pastore non gode, mentre nella comunità non mancano fedeli dotati degli adeguati carismi.

Si pensi in particolare, tanto per portare un esempio, alle grandi questioni dell’economia, della politica e della giustizia sociale. Una Chiesa missionaria non può continuare ad affidare alla sola autorità dei pastori l’elaborazione e le decisioni delle sue linee di azione, senza giovarsi di tutti carismi presenti nella comunità. Lo farà in una seria pratica di sinodalità, nella quale chi ha il carisma dell’autorità non oserà imporlo negli ambiti per i quali non ha competenza, sui quali il suo carisma proprio non si estende, ma cederà il passo all’autorevolezza dei fedeli che si rivelano dotati dei carismi necessari nella determinata res de qua agitur.

Al tempo della XIV Assemblea del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, i media fecero dell’ironia su questa accolta di uomini, tutti maschi e solo maschi, celibi, in buona parte sopra i sessantacinque anni, che si mettevano a insegnare agli sposi come impostare cristianamente la vita della famiglia. Come se il sacramento dell’ordine avesse dato loro anche i carismi della vita familiare, e il sacramento del matrimonio non li avesse elargiti agli sposi.

Dopo la lunga riflessione comune sulla sinodalità di questi ultimi anni, non si potrà non considerare un’anomalia il fatto che i grandi documenti della Chiesa sulle questioni economiche, politiche, sociali, quelle riguardanti l’educazione e la formazione a una buona pratica sessuale e su mille altri problemi, di volta in volta insorgenti, siano stati tutti pubblicati con la firma del papa, come se egli godesse di tutti i carismi.

Si dirà che, certamente, saranno stati il frutto di ampie consultazioni di vari esperti, ma ci si potrà sempre chiedere perché costoro non dovrebbero risultare pubblicamente come i loro veri autori, assieme ai vescovi, i quali vi sarebbero rimasti coinvolti in ordine ai risvolti dottrinali delle questioni.

Le proposte non mancano

A proposito della capacità decisionale dei fedeli, l’attuale ordinamento canonico non va al di là dell’attribuzione a loro di un voto consultivo. Il cardinale Francesco Coccopalmerio, che è stato dal 2007 al 2018 il presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, è da sempre convinto, e lo ha esplicitato in diverse sue pubblicazioni, fra cui nel recente libro Chiesa sinodale in cammino (LEV, 2026), che non si farà un vero passo in avanti verso la sinodalità, fino a che non sarà eliminato quel «solamente consultivo», imposto dal Codice al voto del consiglio presbiterale, a quello del consiglio pastorale, sia diocesano che parrocchiale, a sbarramento del potere esclusivo del vescovo e del parroco sulle intraprese della comunità (Cann. 500, §2; 514, §1; 536, §2).

Se non si superano i limiti dell’attribuzione agli organi sinodali del solo potere consultivo e non si attribuisce loro, a certe condizioni, un vero e proprio potere decisionale, non si dà alcuna vera attuazione della sinodalità. L’attuale ordinamento canonico, come il cardinale Coccopalmerio argutamente si esprime, non prevede altro che una «sinodalità a responsabilità limitata».

La sua tesi è molto precisa e, dal punto di vista canonistico, anche piuttosto innovativa. Con molta decisione egli sostiene che «un atto di governo della Chiesa fatto dal solo parroco o dal solo vescovo è come una celebrazione della Messa fatta dal solo sacerdote. Tutti devono partecipare a questo atto, così come tutti devono partecipare alla Messa» (intervista a Salvatore Cernuzio, Vatican News, 27 marzo 2026).

Se la diocesi e la parrocchia, per natura loro, sono la Chiesa come soggetto attivo nel mondo, bisogna anche riconoscere che sono un «soggetto comunionale deliberante», altrimenti risulterebbero non un soggetto, ma uno strumento in mano a chi effettivamente delibera.

Per Coccopalmerio si dovrebbero rivedere soprattutto i canoni 511-514, riguardanti il Consiglio pastorale diocesano e il can. 536 sul Consiglio pastorale parrocchiale. Alla formula del «votum tantum consultivum» andrebbe sostituita una qualche espressione che dica in maniera adeguata che i fedeli vi godono di un potere deliberativo. I fedeli che si radunano come Chiesa sono, infatti, il popolo di Dio, che l’unzione dello Spirito Santo «rende infallibile in credendo» (Francesco, Evangelii gaudium, n. 119). Non vi si attua semplicemente una consultazione sociologica, perché vi è presente lo Spirito Santo che opera nel discernimento comune.

Il vescovo e il parroco vi conservano il loro ruolo particolare, legato al loro sacramento ma, di volta in volta, è necessario discernere se nella res de qua agitur si tratta della dottrina o della pratica dei sacramenti, o se vi sono in gioco questioni capaci di compromettere l’unità della Chiesa-comunità, oppure no, perché solo in questi casi l’intervento dell’autorità è davvero necessario.

Ci sono anche canonisti che scavalcano questa problematica, prospettando non già una riforma del Codice, ma un suo superamento fino ad una sua sempre possibile eliminazione, visto che per milleottocento anni la Chiesa ne ha fatto meno. È sempre possibile, inoltre, in una direzione diversa, anche una sua moltiplicazione, passando dai due Codici attualmente vigenti a tre o quattro, a seconda dei contesti culturali diversi nei quali vive la Chiesa, o magari cinque, uno per ciascun continente, visto che i continenti si presentano ciascuno con un’identità culturale loro propria.

L’attesa, però, di una riforma più radicale rischia di mandare in letargo quella che oggi è doveroso attuare, perché il Sinodo non resti lettera morta.

Ogni Chiesa locale verifichi la ricezione

Le più recenti esternazioni del card. Mario Grech sul cammino sinodale (23 giugno 2026) insistono su alcuni punti chiave (cf. discorso di apertura all’Incontro dei responsabili continentali, Roma, 23-26 giugno − ndr).

  • La sinodalità deve sfociare nella missione

In un intervento alla riunione promossa dalla Segreteria generale del Sinodo, Grech ha affermato che occorre fare memoria, interpretare, orientare, celebrare: «Se la sinodalità non porta a un rinnovato impegno missionario, se non infiamma i cuori e non spinge le persone all’azione, se non dà origine a comunità che proclamano Cristo con gioia e con parresia, allora rischia di restare incompiuta».

È una presa di posizione significativa: il Sinodo non va concepito come un processo organizzativo o di riforma istituzionale fine a sé stesso, ma come un rinnovamento della capacità evangelizzatrice della Chiesa.

  • La pluralità non è una minaccia all’unità

Grech ha ribadito che le differenze tra le Chiese locali sono un valore: «Le varietà teologiche, liturgiche, pastorali e disciplinari non sono una minaccia all’unità, ma una delle sue condizioni vitali».

Secondo lui, la sinodalità permette alla Chiesa di integrare questa pluralità senza ridurla a un unico modello culturale o pastorale.

  • Il Sinodo entra nella fase di attuazione

Grech sta insistendo sul fatto che il Sinodo non è terminato con l’Assemblea del 2024. La Chiesa è entrata in una fase di attuazione che culminerà nell’Assemblea ecclesiale del 2028. Per questo sono state pubblicate le linee guida che prevedono quattro tappe: fare memoria; interpretare; orientare; celebrare.

L’idea è che ogni Chiesa locale verifichi concretamente come il Documento finale venga recepito nella vita ordinaria delle diocesi.

I fedeli non hanno bisogno di essere formalmente deputati a operare nella missione della Chiesa, perché già lo sono, in forza del battesimo, e ciascuno lo è nei modi e nelle forme proprie dei particolari carismi di cui risulta dotato. È necessario, quindi, che nei processi del discernimento e delle decisioni, chi ha il carisma dell’autorità, consapevole di non possedere tutti i carismi, sappia ritrarsi, al fine di creare uno spazio nel quale i fedeli, che hanno altri carismi diversi dai suoi, vengano a determinare la decisione comune.

Il discorso sui carismi, non di rado, deve ancora liberarsi dall’idea che i doni dello Spirito debbano manifestarsi in forme straordinarie, mentre è necessario, al contrario, che si riconosca la presenza e l’azione dello Spirito dovunque un fedele rende un qualche servizio a qualcuno, come dice san Tommaso, il quale rende onore, più che ad altri, al carisma del contadino, perché senza l’esercizio del suo carisma nessuno potrebbe restare in vita (In 1Cor 12, lectio 3).

Prima di tutto, infatti, il cristiano manifesta i suoi carismi nell’esercizio delle sue abilità lavorative e nelle competenze professionali, che si acquisiscono con l’esperienza e con un determinato curriculum formativo. La spiritualità cristiana ha sempre saputo trascendervi il puro riconoscimento dei meriti dell’uomo per rendere grazie allo Spirito di Dio. Il Catechismo non manca di riprendere la tradizionale dottrina delle «grazie di stato che accompagnano l’esercizio delle responsabilità della vita cristiana e dei ministeri in seno alla Chiesa» (n. 2004).

Dal punto di vista dell’operosità della Chiesa nell’attuazione della sua missione, tutti i carismi, nessuno escluso, hanno una loro parte da svolgere. Si pensi concretamente ai tanti fedeli che offrono le loro competenze lavorative ai missionari, contribuendo così a fare della proposta del vangelo l’offerta di una forma di vita e non di verità da credere.

Una Chiesa missionaria non può permettersi di ignorarlo, continuando ad affidare alla sola autorità dei pastori l’elaborazione e le decisioni delle sue linee di azione, senza giovarsi di tutti carismi presenti nella comunità. Lo farà in una seria pratica di sinodalità, nella quale chi ha il carisma dell’autorità non oserà imporlo negli ambiti per i quali non ha competenza, sui quali il suo carisma proprio non si estende, ma cederà il passo all’autorevolezza dei fedeli che si rivelano dotati dei carismi necessari nella res de qua agitur.

Non posso fare a meno, infine, di dire il mio stupore per il fatto che nell’Instrumentum laboris, in tutto il gran parlare di ministeri, non si dica una parola su un ministero, di cui i fedeli vengono investiti da un sacramento, tanto quanto questo è vero per i ministri ordinati, cioè il ministero degli sposi, coniugi e genitori.

È un ambito nel quale il vuoto di sinodalità ha creato e continua a tenere in vita una situazione del tutto paradossale: preti e vescovi, tutti solo uomini, nella stragrande maggioranza celibi, insegnano agli sposi, con autorità magisteriale, come vivere da cristiani la vita di famiglia e guidano pastoralmente i fedeli nella vita coniugale e nell’opera di educazione dei figli, senza avere ricevuto dal loro sacramento quei carismi che invece gli sposi ricevono celebrando il sacramento del matrimonio.

È vero che i pastori ne attingono i valori dalla Parola di Dio, che essi sono deputati a predicare, però è anche vero che la Parola di Dio non si dà in pienezza solo nella lettura del testo, ma si dipana nello svolgersi dell’esperienza della vita.

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5 Commenti

  1. Enrico G. Pirotta 9 luglio 2026
  2. Fabrizio Rinaldi 9 luglio 2026
  3. Angelico Sibona 9 luglio 2026
  4. Marco 9 luglio 2026
  5. Fabio Cittadini 9 luglio 2026

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