
Il teologo Jürgen Werbick ha recentemente pubblicato un saggio dal titolo molto provocatorio: «Cristianesimo – Si può buttare via? Credere in un tempo di esaurimento della Chiesa».[1] L’immagine di copertina dell’edizione tedesca non lascia nessun margine al dubbio: una croce gettata in un cestino dei rifiuti. Si tratta di uno scritto amaro, molto disincantato, quasi al limite del pessimismo, che ha il retrogusto di un processo senza sconti e senza alibi.
Sul banco degli imputati siede la Chiesa cattolica: a giudizio di Werbick, è l’istituzione ecclesiale – dunque non la «malvagità dei tempi» – la prima responsabile della riduzione del cristianesimo ad una sorta di spazzatura da smaltire.
La domanda che dà titolo al libro non è congegnata da Werbick come provocazione puramente retorica. È una domanda reale, che nasce dal constatare una situazione storica in cui il cristianesimo, almeno nella sua forma ecclesiale occidentale e soprattutto cattolica, non appare più accettato dal punto di vista sociale, trainante dal punto di vista culturale e credibile dal punto di vista istituzionale. Werbick sintetizza questo scenario nell’espressione «esaurimento ecclesiale».
Nella lingua tedesca, la parola usata per esprimere il concetto di «esaurimento» ha un’etimologia molto forte. Infatti, «Erschöpfung» contiene dentro di sé il termine «Schöpfung», che significa «creazione», mentre il prefisso «Er-» è privativo. Dunque, l’esaurimento deve essere inteso in senso forte come una sorta di «de-creazione», ovvero una condizione di radicale in-consistenza e in-sensatezza.
Quindi, non si tratta solo del fatto che una certa forma storica di Chiesa sembra aver consumato la propria forza e la propria affidabilità. Si tratta, ancora di più, del fatto che la Chiesa stessa in quanto tale si mostra incapace di immaginare con lungimiranza e con coraggio il proprio presente e il proprio futuro.
Il problema, dunque, non è soltanto il calo della pratica religiosa o la perdita di rilevanza pubblica, ma un profondo svuotamento spirituale, simbolico e istituzionale del cristianesimo, in particolare nella sua configurazione cattolica. Come scrive Werbick: «La Chiesa cattolico-romana ha creduto troppo in sé stessa e nei suoi strumenti di potere, nella sua pretesa di rappresentare Dio, e ora deve fare i conti con il fatto che questa precaria fiducia istituzionale in sé stessa si è esaurita, che la fiducia nella Chiesa ha lasciato il posto alla sfiducia nei confronti di un’istituzione religiosa, di cui si vede il ripiegamento irrisolto su sé stessa, fin dentro il suo “cuore istituzionale».[2]
I temi fondamentali del testo
La convinzione che sta alla base del libro è che la crisi in atto non coincida tanto con la fine del cristianesimo, quanto piuttosto con la fine – o almeno con il logoramento irreversibile – di una determinata configurazione della comunità ecclesiale. Per questo Werbick non si limita a difendere la Chiesa esistente e ancora meno a deplorare in maniera nostalgica la perdita dell’egemonia passata. Egli prova, invece, a distinguere, dentro la crisi, ciò che nel cristianesimo è contingente e storicamente sorpassato, da ciò che invece è essenziale e di conseguenza non può andare perduto senza che la fede cristiana si ritrovi snaturata. Perciò, la domanda precisa che questo libro pone a noi lettori non è tanto: «In quale modo si può salvare la Chiesa così com’è adesso?», quanto piuttosto: «Che cosa del cristianesimo non dovrebbe assolutamente essere gettato via?».
Werbick cerca di rispondere a questa domanda proponendo non una vera e propria argomentazione teologica, ma si potrebbe quasi dire un flusso di coscienza, che spesso assume anche la forma di una meditazione autobiografica; oppure, se preferiamo, una «confessione» sulla scia di Agostino, elaborata da un laico cristiano cattolico di ottant’anni, la maggior parte dei quali dedicati alla ricerca accademica e all’insegnamento della teologia.
Proprio in ragione di questo particolare genere letterario, non mi propongo di fare un puro riassunto del libro nelle sue varie parti. Provo invece a far emergere quattro temi di fondo, che strutturano il discorso portato avanti nel testo.
Attivare un processo di purificazione
Un primo tema di fondo è la necessità di attivare un processo di purificazione del cristianesimo cattolico a tutti i livelli e in tutti gli elementi che lo compongono.
Werbick ritiene che molto di ciò che, nel corso della storia, si è identificato con l’essenza del cristianesimo, in realtà sia da considerare come una sua deformazione o una sua sovrastruttura. Il cristianesimo, perciò, deve essere liberato, appunto purificato, da forme di agire ecclesiale che hanno finito per asservire il Vangelo invece di servirlo.
In questa ottica, la Chiesa istituzionale nel corso dei secoli si è ridotta, in definitiva, a funzionare come un sistema di potere, che avanza la pretesa di possedere la verità e tende a disciplinare in modo rigido i suoi aderenti.
In questo quadro, Werbick valorizza in maniera originale il fenomeno moderno della critica alla religione. L’illuminismo e la modernità non vengono considerati soltanto come forze distruttive da contestare per partito preso, ma anche come istanze di emancipazione da una forma del credere diventata sempre più infantile e controllata. Per questo, la crisi della Chiesa non è letta unicamente come catastrofe da deprecare e scongiurare: può diventare anche un’operazione di verità, grazie alla quale il credente può essere messo nelle condizioni di ristabilire un legame più autentico e maturo con Dio.
La celebre formula di Friedrich Nietzche «Dio è morto!» viene reinterpretata da Werbick come una perdita di plausibilità non tanto da parte di Dio in quanto tale, bensì piuttosto da parte di una certa immagine di Dio, che è stata plasmata dalla dottrina e dalla spiritualità. Werbick parla addirittura di un drammatico «esodo di Dio dalla sua Chiesa», ossia del fatto che l’iniziativa e la presenza di Dio non intende lasciarsi imprigionare dalla forma istituzionale problematica, che, nel corso dei secoli, è venuta ad assumere la comunità ecclesiale.
Questo non significa, però, che Werbick proponga una fuga dalla Chiesa in vista di un cristianesimo ridotto ad una fede individualistica. Il suo intento è più complesso: si tratta di mostrare che il cristianesimo è messo nelle condizioni di sopravvivere solo se accetta di ripensarsi in maniera più biblica, più umanizzante e più comunicativa. In altre parole, Werbick non si limita a denunciare il fallimento istituzionale della Chiesa; cerca piuttosto di operare un discernimento teologico riguardo al nucleo generativo della fede cristiana.
La riformulazione del credere
Qui si affaccia il secondo tema di fondo: un’approfondita riformulazione del credere. La fede cristiana non è, anzitutto, da intendere come l’adesione esteriore a un sistema dottrinale chiuso, bensì come l’ingresso in un dialogo, nel quale l’uomo si lascia interpellare dalla Parola di Dio e, attraverso questa Parola, scopre la propria esistenza come risposta personale a un’interpellazione che lo chiama in causa.
La fede, allora, non consiste, in primo luogo, in un possesso tranquillo di certezze definite formalmente. Al contrario, l’atto del credere cristiano è la disponibilità ad essere coinvolti in un cammino promettente, che ha come suo orientamento fondamentale il futuro aperto da Dio tramite Gesù Cristo nello Spirito.
Queste considerazioni permettono di comprendere meglio il senso del titolo del libro: il cristianesimo può rischiare di essere gettato via se lo si identifica con il suo involucro sociologico e istituzionale, ma non scomparirà finché vi saranno donne e uomini che continueranno a lasciarsi convocare e ad affidarsi alla Parola di Dio, per portare avanti la loro vita nella dedizione e nella speranza, appunto in forza di questo affidamento.
Il cristianesimo, quindi, non si garantisce da sé tramite l’apparato di un’istituzione che mira al controllo totale dei suoi membri. Al contrario, l’esperienza cristiana si presenta primariamente come un evento di fede.
Di qui ne consegue una decisiva relativizzazione delle pretese di autosufficienza ecclesiastica: l’appartenenza alla Chiesa non è mai il fine, ma la condizione affinché si possa rendere visibile e condivisibile l’azione di Dio in Cristo e il suo dono di salvezza tramite lo Spirito. Per citare ancora direttamente le parole di Werbick: «Il profeta Gesù di Nazaret non aveva pronto un modello alternativo di società, ma aveva parlato di come sarebbero le cose se fossero buone, se corrispondessero alla volontà buona di Dio. Lui ha compreso sé stesso come un seminatore e ha annunciato il Vangelo secondo cui ora si può iniziare quello che porta al bene, poiché Dio è alleato di coloro che iniziano il bene, e perché non fa andare a vuoto questo loro cominciare. Avere fiducia in questo vangelo presuppone un’immensa ingenuità, l’ingenuità della fede; ma anche l’ingegnosità della fede: voler trovare degli inizi in cui la signoria di Dio può cominciare nel nostro mondo umano, così com’è ora».[3]
A questo livello, emerge il rapporto tra fede, dubbio e libertà. Werbick non stigmatizza il dubbio come semplice difetto del credere, ma più profondamente lo valorizza come una possibile condizione di maturazione del credere stesso. La fede cristiana non elimina l’incertezza dell’esistenza e non offre una protezione ideologica totale contro il rischio. Al contrario, il credere autentico comporta di esporsi al futuro, all’imprevisto, alla prova.
In questo senso, la crisi contemporanea del cristianesimo può costringere il credente a uscire da una religiosità troppo convenzionale e a misurarsi con la serietà impegnativa, che caratterizza la decisione della fede. L’atto del credere non si illude di poter dominare il mistero; piuttosto, si lascia istruire con disponibilità dalle testimonianze bibliche e soprattutto dall’evento di Gesù Cristo.
Il riferimento centrale a Gesù Cristo
Qui ci colleghiamo al terzo tema di fondo, che contribuisce a strutturare il libro di Werbick: il riferimento centrale a Gesù Cristo. Il fondamento decisivo del credere è la testimonianza di un Dio che rivela la propria grandezza attraverso l’abbassamento della Croce. Questo elemento è fondamentale, perché impedisce che la riforma del cristianesimo venga intesa in senso genericamente moralistico o spiritualista.
Al cuore dell’esperienza cristiana c’è il paradosso di un Dio che salva non mediante il suo strapotere, ma mediante la solidarietà, la vulnerabilità, la dedizione incondizionata. Per questo il rinnovamento della fede non passa attraverso un rilancio trionfalistico della Chiesa, bensì attraverso una conversione alla forma kenotica, ossia alla dinamica di abbassamento e svuotamento, che caratterizza lo stile del Vangelo.
Allora anche l’idea di salvezza ha bisogno di venire ripensata in maniera conseguente. Secondo Werbick, la salvezza consiste nel consentire a Dio di abitare tra noi, nel voler vivere con Lui, nel fare spazio alla sua iniziativa di rinnovamento.
La concezione della salvezza sposta il baricentro dagli schemi giuridici o meramente cultuali verso una comprensione relazionale e comunicativa della fede. La redenzione non è, prima di tutto, un meccanismo sacrale amministrato dall’istituzione ecclesiastica, ma è l’apertura ad una forma nuova di comunione con Dio e fra gli esseri umani.
Scrive Werbick: «Dio ha piacere nel vedermi! Nel vedere me, che ho fallito tante volte, il frammento, la rovina, la mia bellezza, quello che io potevo apportare, e come mi sono perso. Questa sarebbe la prospettiva della speranza pasquale, che supera infinitamente la nostra preoccupazione creaturale di non essere apprezzati e di finire nell’esaurimento; che ci riconcilierebbe con la nostra esistenza umana, che potrebbe riconciliarci con coloro che abbiamo trascurato, che ci hanno trascurato. Questa è ovviamente una similitudine, in opposizione al tema dello sguardo critico e prevenuto, con il quale dovremmo fare i conti con Dio – secondo quanto abbiamo imparato nell’antico e venerabile catechismo – e che incontriamo ogni giorno sui volti di coloro che giudicano e condannano con insofferenza».[4]
Una rinnovata visione della Chiesa
Il quarto e ultimo tema di fondo ci porta a riflettere sulla visione rinnovata della Chiesa. Werbick propone una figura di Chiesa partecipativa, intesa come comunione di reciproco servizio, in cui Dio si comunica mediante lo Spirito attraverso la condivisione dei carismi.
Il senso della sua proposta ecclesiologica è sintetizzabile così: meno centralismo disciplinare, più fraternità, più sinodalità concreta, più ascolto dello Spirito attraverso la pluralità di voci dei credenti.
La crisi attuale costringe a distinguere in maniera più rigorosa tra il Vangelo di Gesù Cristo e la sua gestione istituzionale; proprio per questo, la stessa crisi può diventare anche il luogo in cui riemerge ciò che è davvero essenziale per il cristianesimo.
Quando la fede si irrigidisce nel potere, nella burocrazia, nel linguaggio autoreferenziale e nell’ossessione per la sopravvivenza, allora perde la sua trasparenza testimoniale verso Dio. Quando, invece, la fede torna ad essere una risposta libera alla Parola di Dio e una pratica effettiva della comunione, allora il cristianesimo può affrontare e attraversare la fine della «civiltà ecclesiastica» senza perdere la sua vitalità originaria.
Werbick senza dubbio non banalizza la crisi, non la riduce ad un passeggero incidente di percorso, ad una partentesi da chiudere il prima possibile; insomma, non cerca soluzioni a buon mercato. Il suo progetto è più complesso: accettare che qualcosa o molto del passato regime di cristianità debba finire, affinché qualcos’altro di più originario riesca a riemergere.
Per Werbick, il cristianesimo può certamente perdere molte delle sue forme storiche, delle sue presunte sicurezze istituzionali e delle sue pretese posizioni di vantaggio socio-culturale. Tuttavia, non rischierà di scomparire fino a quando vi saranno almeno due o tre, che, riunendosi in nome di Gesù, manterranno attivo il gesto fondamentale del credere: lasciarsi chiamare da Dio tramite lo Spirito di Cristo e rispondergli mettendo in opera una forma di vita più evangelica, più umana e quindi non dominata dalla logica dell’egocentrismo e della sopraffazione.
Nel complesso, la proposta di Werbick è importante perché ci obbliga a tornare sulle domande più radicali: che cosa rende credibile il cristianesimo oggi? Qual è il rapporto tra Gesù Cristo e la forma storica della Chiesa? In che modo la rivelazione può comunicare la verità senza trasformarsi in una imposizione? Come pensare una fede ecclesiale dentro una cultura post-cristiana?
Per tutti questi interrogativi il libro non offre una risposta sistematica, che abbia la pretesa di dichiararsi definitiva; ma nondimeno costringe a formulare in modo corretto e pensato le diverse questioni, che sono in gioco.
In sintesi, Werbick è molto forte nell’avvertire che il cristianesimo non è salvaguardato dal rischio di essere gettato via se si punta solo al riconsolidamento della sua forma istituzionale così com’è oggi. Il nostro autore si dimostra forse un po’ meno forte nel precisare in quali modalità, che siano teologicamente attendibili, la Chiesa debba essere ripensata, in maniera che il cristianesimo resti storicamente riconoscibile non soltanto come una credenza individuale, bensì come una fede ecclesiale, comunitaria.
Proprio qui troviamo il pregio e insieme il limite del volume: pregio, perché nell’ottica di Werbick i cristiani cattolici sono liberati dalla tentazione ingenua di identificare l’esperienza evangelica con l’apparato ecclesiastico; limite, perché la mediazione ecclesiale viene criticata con buone ragioni, ma non sempre il suo ripensamento costruttivo è portato avanti con la medesima intensità di impegno.
Si può dire che Werbick offre un contributo importante ad una reinterpretazione della fede cristiana dopo la fine della cristianità, ma lascia ancora sostanzialmente aperta la questione decisiva di una figura di Chiesa capace di essere, al contempo, profetica, sacramentale ospitale e non autoritaria.

Una messa a fuoco ecclesiologico-pastorale
Completo la mia presentazione con una messa a fuoco ecclesiologico-pastorale. Il libro di Werbick appare interessante perché non si limita a denunciare la crisi della Chiesa, ma costringe a chiedersi quale figura di comunità cristiana possa essere considerata oggi come teologicamente plausibile e pastoralmente praticabile.
Come abbiamo visto, la sua tesi di fondo è che l’attuale “esaurimento ecclesiale” non sia un semplice incidente di percorso, bensì il risultato del secolare logoramento di una forma di Chiesa, che fatica a rendere ancora credibile il Vangelo per la coscienza degli uomini e delle donne del nostro tempo.
Dal punto di vista ecclesiologico, il guadagno maggiore del libro sta nel fatto che Werbick relativizza con decisione ogni identificazione immediata tra cristianesimo professato e organizzazione ecclesiastica.
La Chiesa non coincide con il Regno di Dio né con la totalità dell’agire di Dio nel mondo; essa è piuttosto chiamata a essere un luogo di testimonianza, di ricerca di Dio e di accompagnamento alla maturazione dell’umano.
La Chiesa è credibile quando cerca Dio insieme agli uomini e alle donne nelle loro concrete situazioni di vita, e quando osa condividere con loro il suo cammino, senza paura di doversi misurare con una condizione di frammentazione e di incertezza.
Questa impostazione ha una forte rilevanza ecclesiologica, perché sposta il baricentro da una Chiesa pensata soprattutto come struttura di controllo, di autoconservazione e di gestione del sacro, a una Chiesa intesa come comunità di ricerca, di ascolto e di solidarietà reciproca. In tale prospettiva, la credibilità ecclesiale non dipende anzitutto dall’efficienza istituzionale o dalla compattezza disciplinare, ma dalla capacità di rendere visibile una forma di esistenza personale e collettiva, che si mostri autenticamente evangelica.
Qui il libro intercetta anche il tema della sinodalità, che spesso è diventata, purtroppo, più una formula suggestiva che un’esperienza effettiva.
Eppure, se non si riduce la sinodalità soltanto ad una tecnica organizzativa da applicare, potrebbe di per sé rappresentare una via di trasformazione del modo ecclesiale di stare nella storia, nella cultura e nella società. Si tratta di una Chiesa che deve imparare a camminare con Dio senza temere l’ignoto, trovando la sua forza nella debolezza e nella solidarietà con coloro che si ritrovano poveri di mezzi e di senso.
In termini più precisi, la proposta di Werbick sembra favorire un’ecclesiologia di comunione non trionfalistica. La Chiesa non è tanto il soggetto onnicomprensivo che possiede in esclusiva il mistero di Dio e lo porta agli altri, quanto piuttosto è il popolo che si lascia precedere da Dio in Cristo e si lascia continuamente riformare dall’iniziativa dello Spirito.
Questo è un punto molto fecondo, perché corregge un modello di Chiesa autoreferenziale e difensivo, diventato davvero sempre più sterile e addirittura insopportabile. In filigrana, emerge un’ecclesiologia più vicina alla categoria conciliare di «sacramento» inteso in senso dinamico: una comunità ecclesiale che sia segno e strumento di Cristo, non suo surrogato; una comunità che eserciti una mediazione reale, ma non autoreferenziale, rispetto all’iniziativa di Dio. La forza della proposta sta proprio qui: immaginare e attuare una Chiesa che torni a essere percepibile come realtà penultima, comunità a servizio, più povera di sé e perciò più trasparente rispetto al Vangelo.
In prospettiva pastorale
Nella prospettiva pastorale, questa intuizione è molto promettente. Werbick è convinto che l’azione ecclesiale già qui e ora non sia più in grado di contare sull’ovvietà sociale dell’adesione di fede e, tanto meno, sulla riproduzione sfibrata di pratiche religiose ereditate dal passato. L’azione della Chiesa è chiamata, invece, ad assumere il carattere di una pastorale dell’ascolto, dell’accompagnamento e del discernimento, capace di stare accanto alle persone dentro le esperienze sempre più frequenti di distanza dall’appartenenza ecclesiale, di dubbio e di assenza di Dio.
Werbick insiste proprio su questo aspetto: l’esperienza della lontananza di Dio, della sua inevidenza, non va censurata sul piano pastorale, in quanto può diventare uno spazio in cui ministri ordinati e fedeli laici si trovano sollecitati ad abbandonare linguaggi troppo assertivi e quindi si impegnano a cercare le tracce della presenza di Dio in un modo più esistenziale e condiviso.
Da questo punto di vista, il libro insiste sull’urgenza di operare un’importante correzione di rotta ad una pastorale troppo centrata sulla prestazione religiosa o sulla partecipazione formale. Se la fede è risposta libera ad una chiamata e non una pura conformazione esteriore, allora l’azione pastorale non può ridursi ad amministrazione di obblighi, ma deve diventare generazione di spazi in cui il Vangelo possa essere percepito come parola affidabile per la vita. Pastoralmente, questo porta con sé almeno tre conseguenze: maggiore attenzione alle biografie concrete delle persone che si incontrano; uno stile meno difensivo e più ospitale; disponibilità a riconoscere che il cammino di fede passa spesso attraverso una situazione di ambivalenza, di ferita e di incompiutezza, in cui le persone concrete si vengono a trovare.
C’è ancora un altro aspetto molto rilevante sul piano pastorale: la meditazione di Werbick si oppone senza tregua ad ogni strategia di restaurazione identitaria dell’essere e del fare Chiesa.
In tempi di esaurimento ecclesiale, la tentazione è spesso proprio quella di irrigidire i confini, di accentuare la distinzione tra “dentro” e “fuori”, di moltiplicare i richiami all’obbedienza e concepire l’azione ecclesiale come difesa ad oltranza della fedeltà verso tradizioni ormai usurate.
Werbick suggerisce di procedere nella direzione opposta: appunto quando la Chiesa si scopre minoritaria, dovrebbe vincere la tentazione di rifugiarsi in cittadelle assediate, per cercare al contrario tutte le strade possibili per attivare comunità comunicative, che investono le proprie forze nell’edificazione di realtà comunitarie che pongono al centro della propria identità le molte forme che è sollecitata ad assumere la prossimità evangelica verso chiunque.
Tuttavia, come abbiamo già osservato, precisamente qui emerge anche il limite ecclesiologico del libro. La critica alla forma istituzionale della Chiesa è convincente e necessaria, ma la meditazione teologica di Werbick sembra meno creativa quando si tratta di delineare in positivo come debba configurarsi una mediazione ecclesiale, in grado di sfuggire al destino del suo esaurimento.
Da una parte, si insiste molto sul fatto che l’azione di Dio non coincide con l’istituzione e che una Chiesa incurvata su sé stessa diventa inevitabilmente una contro-testimonianza. Dall’altra parte, tuttavia, resta aperta la domanda su quale figura concreta di Chiesa possa ancora custodire, trasmettere e celebrare autenticamente la fede cristiana.
In altri termini, il saggio di Werbick sul piano ecclesiologico è molto forte nella pars destruens e meno determinato nella pars construens. È ribadito con chiarezza che la Chiesa non può più essere pensata secondo modelli di autosufficienza gerarchica o di controllo delle coscienze. È meno chiaro come debbano essere ripensati, in un modo che sia teologicamente e antropologicamente adeguato, elementi decisivi come il ministero, l’autorità, l’appartenenza, la sacramentalità, la disciplina comunitaria, il magistero.
In chiave pastorale, questo problema non è affatto un dettaglio: un’azione ecclesiale attenta all’ascolto e all’accompagnamento ha bisogno anche di funzioni ecclesiali riconoscibili, di pratiche condivise, di forme stabili di vita comune, di ministeri efficaci. Se questi aspetti restano troppo sullo sfondo, il rischio è che la riforma dell’azione ecclesiale perda consistenza istituzionale e si traduca in una creatività magari esuberante, ma poco strutturata e quindi destinata a non superare la prova del tempo.
Si potrebbe dire allora che, a livello pastorale, Werbick offre soprattutto un criterio piuttosto che un modello. Il criterio è molto chiaro: ogni forma di azione e di organizzazione che non renda la Chiesa più evangelica, meno autoreferenziale, più solidale e più capace di cercare Dio insieme con gli altri, tradisce fatalmente la propria missione. Nondimeno, il modello operativo capace di attuare questo criterio resta volutamente aperto, indeterminato. Questo, da un lato, è un vantaggio, perché evita ricette facili; dall’altro lato, lascia irrisolto il problema di come tradurre tale criterio in riforme effettive ed efficaci delle comunità, dei ministeri e delle strutture.
Per andare verso la conclusione, nel complesso la mia valutazione del contributo di Werbick è che sia prezioso, nella misura in cui smonta senza reticenze una figura di Chiesa centrata sul possesso della verità e sul controllo delle coscienze, per rilanciare in alternativa una Chiesa più umile, più relazionale e più esposta evangelicamente.
Inoltre, sotto il profilo pastorale, la meditazione di Werbick è stimolante perché invita a passare da una logica di mantenimento e di conservazione, ad una logica di movimento e di trasformazione. Il suo limite sta nel fatto che questa sana provocazione, anche se si presenta forte dal punto di vista dell’intuizione teologica, fatica parecchio a tradursi in una proposta sufficientemente dettagliata di ristrutturazione della forma ecclesiale nella sua attuazione concreta.
Insomma, il saggio di Werbick ci aiuta molto a capire quale profilo di Chiesa non sia più sostenibile e quale stile pastorale non sia più evangelicamente credibile. Mi pare, tuttavia, ci aiuti meno a definire in modo realistico quale forma istituzionale positiva sia chiamata ad assumere la Chiesa, affinché quella conversione pastorale giustamente tanto auspicata possa produrre delle forme inedite dell’«essere e fare Chiesa», che siano davvero durevoli e praticabili.
Termino citando il paragrafo conclusivo del libro: «Molti resistono ancora in questa Chiesa, poiché riconoscono la volontà buona di Dio nella volontà buona e nell’impegno disinteressato al servizio della Chiesa da parte delle persone di chiesa ordinate o laici. Fanno parte del tesoro in vasi di creta. Sono Chiesa, grazia che si è fatta quotidianità, persone che hanno fiducia, incoraggiamento a resistere nell’esaurimento ecclesiale, nella contestazione espressa da una dispersione pandemica della fede. Mi testimoniano un Dio vicino, solidale eppure così indisponibile, un Dio che la Chiesa e il mondo non possono contenere».[5]
[1] J. WERBICK, Christentum – kann das weg? Glauben in Zeiten der Kirchen-Erschöpfung, Grünewald, Ostfildern 2023 (tr. it. F. Iodice, Il cristianesimo può scomparire? Credere in un tempo di esaurimento ecclesiale, Queriniana, Brescia 2026).
[2] J. WERBICK, Il cristianesimo può scomparire? Credere in un tempo di esaurimento ecclesiale, Queriniana, Brescia 2026, p. 149.
[3] Ivi, 284.
[4] Ivi, 210-211.
[5] Ivi, 299.






Innanzitutto più sintesi!
Il commento appare di poco meno lungo del testo in questione.
che la pars destruens sia più credibile della pars costruens è del tutto normale, perché la prima legge il passato e il presente, la seconda deve avere, pur partendo a posteriori, una qualità “profetica” sul possibile futuro.
Pur avendo io una fede povera che oscilla tra emotività ed eccesso di razionalità mi permetto di individuare in due punti essenziali la crisi della Chiesa cattolica.:
*eccesso di istituzionalità che rimanda alla ricerca del potere e del controllo
* nel vivere il Vangelo nel mondo la Chiesa ha perso il Vangelo(lettura solo rituale) e si è persa nel Mondo materiale
Ogni tanto mi chiedo… è la Chiesa che ha abbandonato il mondo (e si è chiusa in se stessa) o è vero il contrario (e quindi stiamo vivendo il tempo dell’apostasia)… .
O forse sono vere (e non vere) ambedue le ipotesi…e lo Spirito sta facendo nuove tutte le cose?
Sarete giudicati sull’amore… Non su altro. Siamo capaci di testimoniare Amore, e non solo giudizi? Cosa facciamo in concreto per rendere ragione della nostra fede? Mostriamo la bellezza del Vangelo? Io vedo tante persone, soprattutto di una certa età, incattivite dalla vita e dal tempo contemporaneo… ho 25 anni e mi piacerebbe vedere donne e uomini adulti felici del loro essere cristiani. Che il sistema della Christianitas sia finito è evidente ma onestamente non vorrei tornare indietro… sogno freschezza e non tradizionalismo.
Domanda retorica che possono farsi solo dei ciechi :il cristianesimo STA SCOMPARENDO sotto i nostri occhi. Nella mia non piu’ giovane eta’ non ho mai visto cose di questo genere: -a Milano, dove abito, processione del Corpus Domini cattiva porte chiuse per non disturbare il traffico, se vai in una patravvjia a chiedere in prete per venire a domicilio a letto di una nervosa in agonistica per dare l’ estrema unzione, ti rispondono che il parroco ed altri preti non hanno tempo/hanno altri impegni/ devi fare domanda scritta, e dulcis in fundo un monsignore mi ha assicurato che non bisogna confessarsi prima di fare la Santa Comunione, e che il concetto di peccato mortale e’ superato .
Seguira’ fra breve tempo l’ instaurazione della Religione Unica Mondiale, come nel libro di Benson “il Padrone del mondo” .
Fra cento anni un bambino chiedera’ al padre : papa’ ma tu c’eri al tempo del cristianesimo?
C’è da dire che se scompare o significa che il cristianesimo non è una religione superiore alle altre, o è giusto così e il cristianesimo stesso deve entrare in una nuova fase che ancora non vediamo.
Quello che trovo insopportabile è volere la botte piena e la moglie ubriaca. Siamo posteisti e il cristianesimo organizzato deve scomparire, ma voglio la caritas con i volontari stipendiati, il sinodo permanente e una pastorale su misura per ogni tipologia di fedele. Se entriamo in un tempo di scomparsa “apocalittico” ognuno attraversi il deserto senza lamentarsi con altri che si trovano nella stessa situazione.
Avevo già visto il libro. Da un punto di vista puramente razionale: si, può scomparire, come sono scomparse altre religioni, dal politeismo antico in poi. Resta che se arrivi ad una riflessione post-cristiana post-ecclesiale, post-teista ecc. poi coerentemente non dovresi nemmeno più scrivere denunciando questo e quello, ma assumerti la responsabilità di vivere da solo il tuo approccio alla religione, alla spiritualità o come si chiamerà il nuovo. Non puoi volere tenere insieme la scomparsa del vecchio e appelli alla coscienza altrui in nome di qualche cosa che non esiste più..
Si, il Cristianesimo può scomparire. Per suicidio. Sempre più veloce.
E la Pars Construens del saggio è “farmaco”, più nell’accezione di veleno che di cura, perché il dosaggio è totalmente sbagliato.
Chi ancora resiste in questa Chiesa lo fa perché la ama e sa che se essa continuerà, lo farà non per i rivoluzionari che l’hanno stravolta, né per gli autoproclamati “pochi, ma buoni” rimasti, bensì per i “pochi e fedeli”.
Non praevalebunt: la parola del Signore ci conforta. Anche se alcuni, specie in Germania, ce la mettono tutta