
Potrebbe essere interessante restare un poco a riflettere sulla espressione “Vetus Ordo”, che certo è nata soltanto dopo che era stato approvato, nel 1970, il Novus Ordo Missae. Rispetto al rito del 1970 il termine indicava, semplicemente, il rito di prima, il rito vecchio, quello uscito dall’uso ecclesiale.
La terminologia, ovviamente, non è l’unica possibile. Il rito precedente può essere chiamato “rito tridentino”, mentre quello riformato può essere chiamato “rito vaticano”: il primo originava dal Concilio di Trento, mentre questo originava dal Concilio Vaticano II.
A sua volta questa espressione, nelle discussioni successive agli anni ’70, ha iniziato a identificare non solo il rito della messa, ma l’intero quadro della liturgia cattolica: non solo il messale, ma anche il rituale, il pontificale, il calendario, il lezionario…
Un “vetus ordo” in negativo
Questa premessa era importante per capire che la espressione “Vetus Ordo” è stata coniata nell’ambito dei dibattiti successivi alla riforma e ha identificato la forma rituale che il Concilio Vaticano II ha voluto modificare. Ma se il rito vigente è facile da identificare, sul rito precedente le cose non sono così semplici.
O, meglio, non è difficile dire che cosa c’era prima di ciò che è subentrato dopo il Concilio, ma è difficile coglierne appieno la realtà. Questa difficoltà è evidentissima nel momento in cui l’ordinamento liturgico e canonico subisce una rilettura radicale, proprio con il MP Summorum Pontificum, nel 2007. La cosa interessante è che questo provvedimento ha la pretesa di narrare diversamente la storia della Chiesa cattolica degli ultimi 40 anni.
L’invenzione della “forma straordinaria”
Non c’è più “Vetus Ordo” e “Novus Ordo”, ma “forma straordinaria” e “forma ordinaria” del rito romano. Per fare questa operazione audace e diremmo spericolata, SP deve introdurre due nuove evidenze che la Chiesa cattolica non aveva mai conosciuto prima:
- la “forma ordinaria” non sostituisce la “forma straordinaria”, ma la affianca. Questa sorprendente lettura utilizza due argomenti, entrambi ad alto rischio: il primo è quello che viene da M. Lefebvre e che ha sostenuto, 20 anni prima del 2007, lo scisma lefebvriano, ossia l’idea che la riforma liturgica non soppianta il rito tridentino, ma lo affianca, lasciando i presbiteri e le comunità libere di celebrare con la forma preferita. Il secondo è una sorta di razionalizzazione sapienziale di questo parallelismo rituale, trovando nella immutabilità del sacro il criterio di fondo che impedisce qualsiasi vera riforma liturgica. Ciò che è stato sacro per le generazioni precedenti non può essere censurato o superato dalle generazioni successive;
- la “forma straordinaria” deve poter essere identificata altrettanto bene rispetto alla “forma ordinaria”: per questo, circa il Messale, si stabilisce in SP che sia la edizione del Messale del 1962 (= M62), approvata da papa Giovanni XXIII, a diventare il testo di riferimento per il “Vetus Ordo”, o uso straordinario del rito romano.
La messa alla prova del reale
Queste due evidenze, tuttavia, entrano in profondo conflitto con la tradizione millenaria che ha portato alla riforma liturgica postconciliare. Mai, in nessun caso, si era letto il passaggio storico tra forme rituali diverse nella modalità di un parallelismo tra una forma ordinaria, su cui la Chiesa era intervenuta con autorità, e una forma straordinaria, che si imponeva per il semplice fatto di essere precedente.
Proprio a questo livello alcune spie del dibattito intorno a SP, già nei primi mesi dalla approvazione, avevano segnalato una questione di fondo, legata all’impianto sistematico che aveva concepito il provvedimento. Ne indico qui solo alcuni:
- il M62 era un testo fermo, appunto, al 1962. Il suo lezionario, il suo calendario, i suoi raccordi giuridici e istituzionali, il suo linguaggio era fermo alla Chiesa e alla autocoscienza di allora. Faceva riferimento al CJC del 1917 e non aveva subito nessun ritocco da 45 anni;
- una parte della curia romana era dell’idea di procedere alla riforma del M62, mentre un’altra si rendeva conto del paradosso. La riforma del M62 era in realtà avvenuta proprio con la elaborazione della “forma ordinaria”;
- tra le due forme non vi era alcuna coerenza temporale: calendario e anno liturgico non corrispondevano e risultavano sfasati;
- la più scottante delle questioni fu, fin da subito, quale formula utilizzare, nella celebrazione del Venerdì Santo, per riferirsi ai fratelli ebrei. Il testo del 1962 era troppo arretrato, ma il testo della forma ordinaria appariva troppo avanzato: senza arrossire, si preparò un testo intermedio, che suonava come se fosse stato scritto nel 1965 (ma eravamo tutti nel 2007).
L’aspetto più interessante, però, di tutta questa mistificazione senza limiti fu la cancellazione della memoria ecclesiale circa il M62. Appena fu approvato SP, alcuni cardinali dicevano, in interviste dalle pretese ragguardevoli, che ora era possibile celebrare la liturgia “secondo la grande riforma voluta da Giovanni XXIII”.
Fu allora che provai a fare un minimo di ricerca su questa grande riforma. E fu così che venne a galla una cosa grande, ma che non era la riforma, bensì la menzogna. Una grande menzogna veniva continuamente ripetuta come se fosse diventata una verità, ma le cose non stavano affatto come si diceva. Anzi, studiando la cosa, si vedeva bene che le bugie hanno sempre le gambe corte.
La natura provvisoria della riforma di Giovanni XXIII
Da dove veniva il M62? Potremmo rispondere da un momento di imbarazzo del nuovo papa Giovanni, che si trovò diviso tra due possibilità, proprio all’inizio del suo pontificato, nel 1960. Egli sapeva infatti due cose, che premevano in direzione diversa sul suo ministero: da un lato aveva ricevuto da Pio XII, in eredità, un lavoro già avanzato di riforma del Messale romano, che con poco lavoro avrebbe potuto diventare un testo importante per la vita della chiesa.
Ma dall’altro aveva già convocato un nuovo Concilio, che avrebbe avuto tra i suoi obiettivi un più completo ripensamento di tutta la materia liturgica. Di qui la esitazione: procedere subito o aspettare l’esito del Concilio? La soluzione fu intermedia e venne annunciata da papa Giovanni nel MP Rubricarum Instructum (1960) da cui si evince quanto segue:
- non aspettare ulteriormente e procedere con le riforme previste dal suo predecessore e giungere ad una nuova edizione del Messale tridentino, che sarà appunto la edizione M62;
- rimandare al Concilio gli “altiora principia” che avrebbero riguardato una generale riforma della liturgia.
La espressione utilizzata da Giovanni XXIII è la seguente: “Re itaque diu ac mature examinata, in sententiam devenimus, altiora principia, generalem liturgicam instaurationem respicientia, in proximo Concilio Oecumenico Patribus esse proponenda; memoratam vero rubricarum Breviarii ac Missalis emendationem diutius non esse protrahendam.”
Da questo testo è evidente che la decisione di Giovanni XXIII è prudenziale, nel senso che procede all’aggiornamento immediato delle rubriche, ma rimanda la “grande riforma” al lavoro conciliare e postconciliare. D’altra parte, nel 1960, chi poteva immaginare quanto sarebbe durato il Vaticano II?
Ironicamente, Giovanni XXIII, due anni dopo, poteva pensare di chiudere tutto entro il Natale del 1962, ma conosceva anche molto bene la storia della Chiesa e la vicenda di concili che si erano protratti per tempi imprevedibili. Cercare di interpretare come evento definitivo un fatto provvisorio come il M62 è uno degli aspetti più preoccupanti degli ultimi 20 anni di dibattito liturgico.
Certo è un fatto: il M62 è nato in vista di essere superato. Singolare destino è quello di essere diventato, 45 anni dopo, la espressione di una “forma immutabile” del culto cattolico. È evidente che qui una operazione sistematica troppo audace ha perso il senso della misura e ha cercato di imporre un modello di liturgia e di esperienza che non era compatibile con la realtà, senza lacerarla.
Aver inventato il “Vetus Ordo” come una zona franca della esperienza ecclesiale, addirittura degna di essere protetta, è stata la risorsa di una nostalgia invincibile, che ha raggiunto una forma quasi patologica. La guarigione è iniziata nel 2021, ma non pochi preferiscono anche oggi una patologia controllabile a una buona salute impegnativa.
- Pubblicato sul blog dell’autore (qui).





