
Gli eventi del XIII secolo, preceduti dall’esaurimento della spinta rinnovatrice post-millenaria e dal ritorno della Chiesa ai suoi antichi vizi, sembrano rispecchiare quanto stiamo vivendo in questi decenni. Ne potremmo ricevere qualche insegnamento?
Su queste pagine, Marcello Neri ha scritto che il cristianesimo che finisce rischia di ricevere il colpo di grazia proprio da chi cerca sicurezza in un precedente storico che ha già funzionato, perché rifarsi al passato, anche a stagioni in apparenza affini, può essere solo il colpo di coda che un’istituzione matura oppone a ogni germinazione nuova. È un avvertimento da prendere sul serio: il Duecento di Domenico e Francesco non offre un modello da restaurare, offre un meccanismo da interrogare, la prova che una forma nuova di partecipazione ecclesiale può nascere da una spinta laicale, a patto che incontri un riconoscimento istituzionale tempestivo.
È questa la tesi che intendo argomentare, su tre passaggi. Il primo è storico: la genesi dei terzi ordini nel Duecento non fu un adattamento ma un’invenzione, e la sua tenuta dipese da un atto di ricezione che arrivò in tempo utile, non da una germinazione lasciata a sé stessa.
Il secondo è attuale: la teologia del laicato fondata sulla dignità battesimale rappresenta oggi una genesi dello stesso tipo, e le condizioni perché venga accolta, sinodalità, sensibilità magisteriale, lavoro teologico, esistono ma non bastano se restano isolate.
Il terzo è un allarme, ed è il punto più tagliente dell’articolo: il tempo a disposizione perché quelle condizioni convergano è oggi più breve che nel Duecento, perché il digitale accelera insieme la possibile convergenza e la fuoriuscita irreversibile, e l’esito peggiore a cui si rischia di arrivare, l’apateismo diffuso, è più povero e meno recuperabile di qualunque eresia organizzata medievale.
Una chiesa che si stava esaurendo
Il tredicesimo secolo si apre con un’apparente contraddizione. Al vertice, il papato attraversa il proprio apogeo istituzionale: l’elezione di Innocenzo III nel 1198 segna il passaggio dal Papa come Vicario di Pietro al Papa come Vicario di Cristo e la rivendicazione della plenitudo potestatis, la pienezza del potere spirituale sopra ogni potere temporale, si accompagna a un intervento diretto negli equilibri geopolitici europei.
Non è, dunque, un’istituzione debole quella che governa dall’alto. Proprio questa forza al vertice rende più visibile il vuoto che si apre nel tessuto pastorale intermedio (vescovi in larga parte assorbiti dall’orbita della curia, un clero locale che procede per conto proprio, una domanda di rinnovamento spirituale, alimentata dalla rapida crescita delle città e da un’economia mercantile che rende sempre più insopportabile il contrasto con la ricchezza e la corruzione ecclesiastiche) che non trova interlocutori nella struttura ordinaria.
Di conseguenza, la domanda prende forma in movimenti che nascono fuori dai canali istituzionali, non contro la chiesa nelle intenzioni, ma fuori dalla chiesa nei fatti, semplicemente perché nessuno, nel tessuto pastorale che avrebbe dovuto intercettarla, ha saputo farlo in tempo
Francesco appartiene a questa area. Nasce come figura laicale ai margini, vicino nella sensibilità, prima ancora che nella biografia, a quei movimenti pauperistici che chiedevano una vita evangelica più radicale di quanto l’istituzione fosse disposta a riconoscere. Domenico appartiene, invece, a un’altra area fin dall’inizio. Canonico regolare, la sua opposizione all’eresia catara nasce da dentro l’istituzione e la sua novità, un predicatore che rivendica autorità dottrinale nella predicazione, è essa stessa un’anomalia rispetto a un sistema che aveva sempre riservato la predicazione alla funzione episcopale.
I due movimenti nascono da poli opposti, uno da fuori, l’altro da dentro, eppure, entrambi si aprono a una forma di partecipazione ecclesiale che prima non esisteva: i terz’ordini, la partecipazione dei laici alla vita degli ordini religiosi. La distinzione fra un’origine prevalentemente extra-istituzionale del movimento francescano e un’origine maggiormente intra-istituzionale di quello domenicano è qui utilizzata come tipologia interpretativa, funzionale al confronto con l’oggi, non come descrizione esaustiva delle rispettive genesi storiche, in cui i rapporti fra movimenti pauperistici, nuovi ordini ed eresia furono assai più intrecciati. I movimenti pauperistici non si evolvono in terzi ordini come un adattamento di una prassi laicale già presente.
Sono un’invenzione, un modo nuovo di appartenere alla chiesa che il Duecento non aveva ereditato mai da nessuno.
La tempestività, fattore da non ignorare
La ricostruzione storica impone una precisazione. Senza il passaggio attraverso la bolla Religiosam vitam di Onorio III nel 1216, l’Ordine dei Predicatori sarebbe rimasto un gruppo di chierici itineranti attivi attorno a Tolosa, privo di statuto giuridico, privo della capacità di insegnamento che gli aprirà le università, privo dell’autonomia dai vescovi locali che gli permetterà di espandersi. La novità nasce dal basso o ai margini dell’istituzione, ma la sua tenuta storica dipende da un atto di ricezione che le dà forma.
Questo passaggio arriva, è bene ricordarlo, in tempo utile, cosa affatto scontata. Dopo l’approvazione dell’Ordine di Predicatori, con a capo san Domenico, i movimenti pauperistici iniziano a riconoscere nell’Ordine un modo autentico di vivere il Vangelo e iniziano cercare i frati come guide spirituali finché il maestro generale dei domenicani Munio di Zamora scrisse e promulgò la prima regola del Terz’Ordine della Penitenza (oggi Fraternite Laiche di San Domenico) nel 1285.
Concorrono a questo esito diversi fattori, ma concorre anche, in modo meno visibile e più decisivo, una scadenza. I movimenti pauperistici che non ricevettero mai un analogo riconoscimento, i valdesi in primo luogo e alcuni gruppi di umiliati prima della riforma promossa da Innocenzo III, finirono fuori dalla comunione.
Non tornarono a bussare. Si consolidarono altrove come eresie organizzate o come comunità separate. Il riconoscimento del Terz’Ordine arriva prima che quella soglia venga superata per i loro movimenti. Se fosse arrivato in ritardo, il bacino umano a cui entrambi attingevano sarebbe stato già in larga parte eroso o già confluito altrove.
Lo schema, applicato a oggi
Oggi la crisi non riguarda (solo) un clero ritirato in curia, colpisce un’ecclesiologia costruita per funzioni, dove organizzazione e gerarchia si subordinano al titolo e al grado in una struttura verticistica, invece che per servizi, dove la stessa organizzazione si subordinerebbe alla competenza e al carisma effettivo.
In questo quadro, sono proprio i laici i primi a spingere per un cambiamento, mentre l’inerzia frenante si concentra nel clero. Lo schema duecentesco si ripresenta identico, sia nell’origine sia nella struttura: una domanda di rinnovamento che nasce dal basso e un’istituzione che tarda a riconoscerla.
È una teologia che, come i terzi ordini nel Duecento, non inventa la partecipazione dei laici alla vita della chiesa, che è antica quanto la chiesa stessa. Inventa una sua sistematizzazione ecclesiologica fondata sulla dignità battesimale comune a ogni credente, non sulla concessione discrezionale di funzioni da parte della gerarchia.
È questo passaggio, da una partecipazione per funzioni concesse a una partecipazione per servizi fondati sul battesimo, il punto teorico su cui l’intero paragone con il Duecento si regge
Ma anche qui vale la correzione fatta sopra a proposito di Domenico. Non basta che questa teologia sia fondata perché si consolidi. Servono cause che ne favoriscano la ricezione e oggi possiamo citare: il lavoro sinodale sulla corresponsabilità battesimale, che ha già prodotto materiale su cui costruire, settori del magistero non ostili a questa direzione, il lavoro teologico accademico in corso che può fare da preparazione dottrinale a una ricezione più ampia.
Nessuna di queste tre cause, da sola, è sufficiente. Devono convergere, come nel Duecento, l’appoggio gerarchico, l’urgenza dottrinale e la cornice conciliare.
La scadenza, non la quarta causa
Un elemento va tenuto distinto dalle tre cause appena elencate. Lo svuotamento del laicato, l’abbandono di chi non si riconosce più nelle funzioni che l’istituzione gli assegna, non è una quarta forza che spinge nella stessa direzione delle altre tre: è la scadenza che le rende urgenti.
Se sinodalità, sensibilità magisteriale e lavoro teologico convergono in tempo, quello svuotamento può essere intercettato e trasformato in una nuova forma di partecipazione, come accadde per i movimenti pauperistici che confluirono nei terzi ordini. Se non convergono in tempo, l’esito non è il semplice mantenimento dello status quo, è la dispersione di ciò che le tre cause avrebbero dovuto raccogliere.
Qui la situazione attuale presenta un aggravante assente nel Duecento. Chi restò fuori dal riconoscimento nel tredicesimo secolo non sparì nel nulla, ma confluì in un corpo dottrinale alternativo, organizzato, comunitario e per questo, in linea di principio, ancora recuperabile come interlocutore in futuro. Chi esce oggi da una chiesa che non riconosce la propria domanda di partecipazione, nella maggioranza dei casi scivola nell’indifferenza religiosa, un esito che non lascia alcun corpo con cui la chiesa possa in futuro tornare a dialogare. È una dispersione senza residuo, strutturalmente più povera di quella duecentesca.
Questa dispersione, oggi, non avviene nel vuoto: si compie nello spazio digitale, che è insieme la piazza dove la domanda di rinnovamento oggi circola più rapidamente e il luogo dove l’uscita trova la sua via più immediata. Il digitale non gioca a senso unico.
Da un lato, accelera la convergenza delle cause appena descritte, perché una teologia del laicato può circolare, trovare riscontro e aggregare consenso indipendentemente dalla collocazione geografica, cosa che nel Duecento richiedeva decenni di predicazione itinerante. Dall’altro, accelera altrettanto l’uscita, perché chi non si sente riconosciuto trova online, con la stessa rapidità, un surrogato di appartenenza che rende l’allontanamento meno traumatico e quindi più facile da compiere.
La finestra di tempo entro cui sinodalità, magistero e lavoro teologico devono convergere si restringe per effetto del digitale (il tema, qui solo accennato, meriterebbe un secondo articolo dedicato).
Cosa significherebbe, oggi, un riconoscimento
Non esiste oggi un atto equivalente alla Regola del 1285, e sarebbe avventato indicarne uno come se fosse già in arrivo. Quello che si può dire con più fondamento è che il riconoscimento, se arriverà, non sarà un evento singolo ma un percorso in due tappe distinte.
La prima tappa è il lavoro teologico stesso: costruire, attorno alla dignità battesimale, un impianto dottrinale abbastanza solido da reggere un confronto critico, non una semplice rivendicazione. È il lavoro cui, nel mio piccolo, cerco di partecipare ed è l’unico su cui chi scrive di teologia ha effettivamente potere di incidere.
La seconda tappa, più impegnativa, sarebbe un atto del magistero che nominasse esplicitamente questa forma di partecipazione, oggi ancora senza un nome ufficiale: un documento, un passaggio sinodale recepito in un testo normativo, un intervento pontificio che le desse statuto, sul modello di quanto la Regola di Munio fece per il Terz’Ordine domenicano.
Tra le due tappe non c’è alcun automatismo. Un buon lavoro teologico non genera da solo un atto magisteriale, così come la coerenza dottrinale di Domenico non gli garantì da sola l’approvazione di Onorio III, servì anche l’appoggio di cardinali come Ugolino d’Ostia e l’urgenza pastorale del momento. Il lavoro teologico può solo preparare il terreno perché, quando quell’occasione si presenterà, trovi già una struttura concettuale pronta ad appoggiarsi.
Ma il riconoscimento iniziale, quando arriva, non chiude il rischio una volta per tutte, lo sposta soltanto. Quando nel 1285 Munio de Zamora, Maestro dell’Ordine dei Predicatori, scrive e promulga la regola del Terz’Ordine domenicano, l’opposizione arriva dal vertice stesso della chiesa: nel 1291 papa Niccolò IV, di estrazione francescana, lo depone da Maestro dell’Ordine in un clima di scontro proprio su questo terreno.
La regola, tuttavia, non viene sospesa: resta in vigore e osservata ininterrottamente dai laici domenicani per oltre un secolo, finché nel 1405 papa Innocenzo VII non le dà forma giuridica definitiva con la bolla Sedis Apostolicae. Il conflitto colpisce dunque la persona che aveva promosso la novità, non la novità stessa, che sopravvive al proprio promotore.
Una posta più alta di quanto l’analogia lasci intendere
Il Duecento, allora, non va letto come un modello da restaurare. Va letto come un testimone doppio: la prova che un cambiamento coraggioso, la nascita di una forma di partecipazione ecclesiale che nessuno aveva previsto, poté davvero compiersi, e insieme la prova di due pericoli distinti, entrambi scongiurati ma nessuno dei due scontato.
Il primo è la fuoriuscita verso forme più o meno eretiche di dissenso, il destino toccato ai valdesi e agli umiliati non riformati, che il tempestivo riconoscimento di Domenico e Francesco evitò. Il secondo, meno visibile ma non meno reale, è il tentativo dell’istituzione di disinnescare dall’interno una novità già accolta, come mostra la vicenda di Munio de Zamora, deposto da un papa proprio mentre difendeva l’estensione della partecipazione laicale, e vendicato solo un secolo più tardi.
Questo è ciò che rende il confronto utile oggi, non come consolazione ma come misura del rischio, e di un rischio duplice. Nel tredicesimo secolo, chi restava fuori dal primo riconoscimento trovava comunque, fuori dalla comunione, un corpo dottrinale organizzato a cui appartenere, e chi subiva il secondo rischio, il disinnesco interno, poteva contare su una regola scritta che restava lì, in attesa del papa giusto. Oggi chi esce da una chiesa che non riconosce la propria domanda di partecipazione non confluisce, nella maggior parte dei casi, in nulla di organizzato: matura l’apateismo, una dispersione senza residuo, senza corpo con cui la chiesa possa un giorno tornare a dialogare, e senza nemmeno una regola scritta ad attendere tempi migliori.
Il Duecento vinse entrambe le proprie scommesse. Non è affatto scontato che la nostra epoca vinca la sua, e la posta, per le ragioni appena dette, è più alta di quanto lo fosse allora.
Edoardo Mattei è docente di Sociologia della tecnologia presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum) di Roma.






La testi di Mattei è intrigante e, per certi versi, condivisibile. Certo non si tratta, come detto, di ritornare ad un passato. Però a me pare che oggi la spinta laicale posso davvero rinnovare la Chiesa, allora come oggi. Ricordo solo che diversi anni fa ci fu un teologo (tanto citato, tanto osannato, ma poco capito a mio parere) Hans Urs von Balthasar (https://youtu.be/G6iti_li41E?si=Db8cpkVs0wjtI5Yv) che ha scritto un libricino potente “Cordula” che poneva la questione dei laici e, quindi, già intuiva il travaglio che la Chiesa sta vivendo in questo tempo. Sulla sinodalità che trovo l’asse sul quale incanalare una sana riforma della Chiesa mi pare – forse sbaglio – ci sia una diversità di modi di intenderla tra Francesco (Papa) e Leone XIV.