
Igino è un autore latino dall’identità piuttosto sfuggente, che tendenzialmente viene identificato con Gaio Giulio Igino, amico di Ovidio, direttore della Biblioteca Palatina ai tempi di Augusto.
Sotto il suo nome ci è giunta una raccolta mitografica intitolata Fabulae: si tratta di una serie di racconti di breve estensione, una sorta di prontuario mitologico a disposizione di chi avesse necessità di consultare il vasto e variegato repertorio dei miti della tradizione.
La qualità letteraria è di poco pregio, lo stile è disadorno, quasi dimesso, ma l’opera ha il merito di conservarci numerose varianti mitografiche non altrimenti attestate.
La fabula numero 220 si intitola Cura e si apre così:
Cura cum quendam fluvium transiret, vidit cretosum lutum…
Mentre attraversava un fiume, Cura vide del fango argilloso…
Senza indugiare in preamboli introduttivi, senza entrare nel merito dell’identità del personaggio principale (una donna? una dea? un’idea?), il racconto pone con immediatezza in primo piano la figura di Cura e ce la mostra mentre, servendosi di una manciata di fango argilloso, inizia a fingere hominem, a plasmare l’uomo. Altrettanto repentinamente sulla scena compare Giove, al quale Cura rivolge la richiesta di dare spiritum all’uomo che ha plasmato. Giove acconsente, pretendendo, però, in cambio di potergli dare il proprio nome. Interviene a quel punto Tellus, la Terra, che avanza la stessa pretesa, giacché è grazie al suo fango che è stato plasmato il corpo dell’uomo.
Per dirimere la questione diventa necessario prendere un giudice: il saggio Saturno, dio del tempo che scorre inesorabile. Saturno stabilisce che, quanto alla destinazione dopo la morte, Giove, che all’uomo ha dato lo spirito vitale, ne riceverà lo spirito e la Terra, che gli ha dato il corpo, ne riceverà il corpo. Ma, quamdiu vixerit Cura eum possideat: finché l’uomo vivrà, sarà Cura a possederlo. Quanto poi al nome, si chiamerà homo giacché fatto ex humo.
Cura, dunque, plasma la nostra vita e la possiede – ci dice l’antica fabula. Questa è l’umanità: vite impastate di fango e di spirito, destinate a fare ritorno alla terra e al cielo, consegnate alla cura per tutta la durata della loro esistenza.
Ma chi è, che cos’è cura?
Il significato della parola latina cura
Molte parole del lessico latino e greco vivono in mirabile equilibrio semantico tra accezione positiva e accezione negativa del loro significato. Si chiamano voces mediae: talvolta basta un aggettivo, talvolta il solo contesto, per inclinarne il significato verso l’una o l’altra polarità.
Fortuna, ad esempio, che in italiano ha sempre una connotazione positiva, nel suo significato primo in latino è semplicemente la sorte, ossia ciò che accade forte (per caso) e che, in quanto tale, si presta ad assumere una piegatura sia positiva (bona fortuna) sia negativa (mala fortuna).
Anche cura è in latino una vox media. L’etimologia incerta rimanda ad una possibile consonanza con il sostantivo cor, cordis (cuore) o con il verbo caveo, cavere (stare in allerta, fare attenzione). Cura è il pensiero occupato e preoccupato, perennemente in bilico fra la tenerezza della sollecitudine e l’ansietà dell’angoscia, la disposizione esistenziale per la quale nulla ci è indifferente – l’I care di don Milani contrapposto al me ne frego della propaganda fascista. È il pensiero fatto grembo che sa prevedere e immaginare, accompagnare e sostenere; un pensiero senza distrazioni, che ricorda e non dimentica e si traduce in concretezza di gesti e di attenzioni.
Quando questo pensiero preoccupato si trasforma in assillo tormentoso, ecco l’atra cura, anzi l’atra Cura con la maiuscola, che Orazio, nella prima ode del III libro, pone, insieme a Timor e a Minae, alle spalle di chi ha consacrato la propria esistenza alla brama di possesso e all’esibizione della ricchezza e del potere: nel Timore, nelle Minacce e nel nero Affanno trovano personificazione le ansie del vivere che impediscono di godere con serenità delle condizioni di privilegio conseguite, spesso, a danno di altri.
Ma cura è anche il pensiero capace di tradursi in gesti concreti di dedizione attenta e continua. È sempre Orazio, nell’Ars poetica, a contrapporre la cura peculi, la sollecitudine verso il denaro e gli aspetti materiali dell’esistenza, al labor limae, quel lavoro di cura e rifinitura stilistica che fa dell’impegno a nobilitare la forma del testo un impegno anche a nobilitare lo spirito, tanto di chi il testo lo scrive quanto di chi lo leggerà.
La parola latina cura esprime, dunque, un pensiero che non rimane circoscritto all’astrattezza del livello razionale, ma che, nella perenne ricerca di strade che lo dispieghino in concretezza premurosa, si trova continuamente sospeso al rischio di attraversare le terre oscure dell’ansietà carica d’angoscia.
Dalla Cura alla Sorge
Nella fabula di Cura, Igino riprende e riformula un antichissimo mito antropogonico, radicato nel patrimonio narrativo del vicino Oriente e riaffiorato in Grecia attraverso il mito di Prometeo. Nell’epopea di Atrahasis/Utnapishtim è la dea madre Nintu a creare l’uomo primordiale servendosi di argilla mescolata con sangue; nel racconto jahwista di Genesi, Dio plasma l’uomo con l’adamah, la polvere della terra, e soffia nelle sue narici l’alito di vita; nel mito di Prometeo plasticator, il titano modella gli uomini servendosi di un impasto di fango e acqua.
In Igino, la figura che modella l’uomo, Cura, più che una presenza divina è l’ipostasi di un concetto. In quanto tale, le sue potenzialità semantiche non potevano sfuggire alla riflessione filosofica. Nel 1787 il filosofo e teologo tedesco Johann Gottfried Herder (1744-1803), esponente della corrente preromantica, traspose in chiave poetica la fabula latina nel breve poemetto Das Kind der Sorge (Il figlio della Cura). Johann Wolfgang von Goethe, amico e sodale di Herder, riprese nel Faust la figura della Sorge herderiana, tingendola del fosco colore dell’atra cura di Orazio.
Nel notturno che apre il celebre poema, Faust, con l’animo oppresso dalla disperazione, riflette in solitudine sull’inconsistenza della vita e sul groviglio di turbamenti e dolori segreti suscitati dall’affanno (die Sorge) che s’annida nel profondo del cuore:
Die Sorge nistet gleich im tiefen Herzen…
S’annida subito l’affanno nel più profondo del cuore…
Nella scena finale della Mezzanotte, al palazzo di Faust, ormai carico di anni e di ricchezza, si presentano quattro vecchie grigie: sono Miseria, Colpa, Bisogno e Cura – die Sorge. La casa è ricca, perciò delle quattro fantasime solo Cura può entrare, insinuandosi per il buco della serratura. Faust la affronta in un drammatico dialogo, accusandola di tormentare perennemente gli uomini, schiacciati senza tregua tra paura del futuro e insoddisfazione del presente (Non ho fatto che desiderare e raggiungere, e poi nuovamente desiderare – le dice). Die Sorge tenta di sopraffarlo, soffiandogli sugli occhi e rendendolo cieco. Ma proprio questo accecamento accenderà in Faust la chiarità della luce interiore:
Die Nacht scheint tiefer tief hereinzudringen,
Allein im Innern leuchtet helles Licht…
La notte scende sempre più profonda,
ma nel mio interno luce chiara una luce…
Il filo della Cura/Sorge si dipana da Herder a Goethe a Heidegger che, in Essere e tempo, ne fa uno dei caposaldi della sua riflessione filosofica. Proprio nella fabula di Igino, Martin Heidegger trova la riconferma dell’interpretazione esistenziale dell’Esserci come Cura: il mito, nel suo procedere per via intuitiva e prefilosofica, rivela come il Dasein, l’essere dell’uomo, sia costitutivamente segnato dal suo affidamento alla Cura (Sorge), intesa dal filosofo come struttura ontologica originaria e modo fondamentale con cui l’uomo sta al mondo.
Cura e Medical humanities: Julia Kristeva
Il mito di Cura tramandato da Igino viene ripreso da Julia Kristeva, che ad esso fa riferimento in diversi suoi interventi per offrire nuove prospettive sulla psicoanalisi e sulle Medical humanities, un campo di studio interdisciplinare che integra l’approccio biomedico scientifico con le scienze umane e sociali, la filosofia e le arti espressive.
Kristeva rileva come la scissione creatasi a livello terminologico tra Care (cura nel senso di accudimento/avere a cuore) e Cure (cura nel senso di terapia/curare) abbia comportato la separazione tra un atteggiamento di cura considerato “morbido” e accessorio, in quanto basato su disposizioni soggettive emotive e relazionali, e un atteggiamento di cura dal carattere “duro”, basato su oggettività scientifica e tecniche terapeutiche.
Proprio a partire dal mito di Igino, Kristeva propone una decostruzione radicale di questa dicotomia: se l’essere umano è modellato dalla Cura e se alla Cura è affidato per tutta la durata della sua vita, se è Cura a “tenere insieme” l’uomo finché vive, è necessario superare non solo la divisione tra mente e corpo, ma anche tra cura del corpo e cura dell’anima. Il processo di cura deve proporsi come un incrocio culturale (crossing), capace di integrare l’atto curativo sul corpo (cure) e il tempo lungo dell’ascolto dell’interiorità del malato (care). Pertanto, non ci si può limitare a considerare psicoanalisi, letteratura, arte e parola come semplici strumenti consolatori, di supporto, assistenza e accompagnamento, ma è più che mai necessario ricomprenderne e valorizzarne la reale efficacia terapeutica e di guarigione.
Ritornando a Igino
Il testo della fabula di Igino è scarno, essenziale, disadorno. Eppure, proprio la sua essenzialità dà luce e rilievo alle scelte lessicali dell’autore. All’inizio del breve racconto si dice che Cura cogitabunda, pensierosa, raccoglie il fango con cui modellerà l’uomo e, nella conclusione, che lo possiederà quamdiu vixerit, per tutta la durata della sua vita: il gesto creativo della cura, mai estemporaneo, mai casuale, sempre preceduto e sostenuto da una apertura del pensiero, non si lascia circoscrivere entro la singolarità dell’evento eccezionale o della necessità momentanea che riduce la cura a mera prassi terapeutica, ma si dispiega lungo una processualità temporale che assume la cura come condizione permanente e continua dell’esistenza umana.
Proprio la ricchezza semantica racchiusa e custodita nella parola latina cura ci permette di pensare la cura nella prospettiva di un pensiero aperto e proteso, che si lascia continuamente toccare e coinvolgere dal mondo e nel mondo, traducendosi in gesti capaci di reintegrare in sé, oltre la dimensione del fare, la dimensione soggettiva dell’essere e del sentire.
Così da essere cura, per sé e per il mondo.





