
Foto di Bilal Kashmar/Getty Images
Valentina Pazé è docente di Filosofia Politica presso l’Università di Torino. È autrice del recente volume Le parole della guerra, Bollati Boringhieri, Torino 2026. Al lavoro di docenza e di pubblicazione unisce il personale impegno di formazione per la pace e la nonviolenza. La prof.ssa Pazé ha risposto ad alcune domande di Giordano Cavallari sul suo recente lavoro.
- Gentilissima Professoressa, perché questo suo libro ora?
Le ragioni per cui ho scritto questo libro sono abbastanza facili da comprendere: stiamo vivendo una fase drammatica, di prepotente ritorno della guerra in Europa e nel mondo. Di più: di “normalizzazione” della guerra come strumento ordinario di risoluzione delle controversie internazionale, in aperto contrasto con il divieto stabilito dalla Carta dell’ONU e dalla Costituzione italiana.
E di riabilitazione, anche sul piano etico, della guerra e del militarismo: da Scurati a Nathalie Tocci, tutti ci invitano a uscire dal “rammollimento” a cui ci avrebbero portato troppi anni di pace e a trovare “il fegato” per combattere…
Capita di leggere, in un testo che si presenta come una trattazione “scientifica” sul tema, che «soltanto nella guerra […] un popolo impara realmente a conoscere tutta la sua energia come nazione, perché soltanto allora sussiste», verità che varrebbe «per i greci del V secolo, come per gli italiani del XX e gli ucraini del XXI» (G. Sadun Bordoni, Guerra e natura umana. Le radici del disordine mondiale, il Mulino 2025)!
Siamo al sonno della ragione, in un clima che ricorda gli anni precedenti lo scoppio della Prima guerra mondiale. Ma il mondo in cui viviamo oggi è ancora più pericoloso, perché è disseminato di testate nucleari e di politici squilibrati disposti a usarle, per non parlare dei rischi legati alle applicazioni belliche dell’intelligenza artificiale.
Ciò che ho provato a fare nel libro è riflettere su tutto ciò a partire da alcune parole-chiave, che oggi vengono manipolate per giustificare la guerra – “democrazia”, “difesa”, ma anche “diritto” invocato non per riferirsi all’ONU, ma alla finzione (denunciata dal premier canadese Carney a Davos) dell’«ordine fondato su regole» – o che vengono assoggettate a discutibili regole d’uso, come “genocidio”, che diventa un tabù se riferito all’eccidio dei palestinesi da parte di Israele.
Il mio volume si chiude con un capitolo dedicato alla diserzione, nell’accezione letterale del termine e in quella più ampia, di non collaborazione con le politiche di guerra: pratiche che oggi – credo – dovremmo riscoprire.
- Le chiedo di prendere in considerazione le prime due parole: democrazia, e poi difesa.
“Democrazia” è una bella parola, che siamo abituati ad associare al dialogo, all’apertura, alla convivenza pacifica. In democrazia “le teste si contano, non si rompono”. E si tende a sostenere che le democrazie non fanno la guerra, se non quando sono proprio costrette, per difendersi. Purtroppo, la realtà è diversa.
La vocazione pacifica delle democrazie ha incontrato innumerevoli smentite empiriche: da Atene, a capo di un vasto impero, agli Stati Uniti che siamo stati abituati a considerare “la più grande democrazia del mondo” ma che, dalla nascita, sono stati continuamente in guerra (Lucio Caracciolo ha calcolato circa 240 interventi militari in 250 anni); e oggi hanno basi militari (circa 800) ovunque nel mondo.
- Ma lei quale rapporto vede tra regime politico e pace (o guerra)? Non aveva ragione Kant a sostenere che le democrazie sono tendenzialmente pacifiche?
Nella Pace perpetua (1795) Kant sosteneva che un contributo fondamentale alla costruzione di un mondo senza guerre sarebbe stata la trasformazione di tutti gli stati in repubbliche (nel nostro linguaggio, democrazie).
Il suo ragionamento era suggestivo: se a decidere sulla guerra fossero i cittadini, ossia coloro su cui ricadono le conseguenze negative della guerra – il rischio di morire, la distruzione delle proprie case – «rifletteranno molto prima di iniziare un gioco così brutto».
Viceversa, se le guerre continueranno ad essere dichiarate da un sovrano che non è «concittadino», ma «proprietario dello Stato», questi deciderà a cuor leggero, perché la guerra «non toccherà minimamente i suoi banchetti, le sue battute di caccia, i suoi castelli di campagna, le sue feste di corte»; e oggi potremmo aggiungere: le sue partite di golf, i weekend nella tenuta di Mar al Lago o in una lussuosa dacia in Siberia…
L’argomento kantiano non è affatto privo di fondamento. Ma, per reggere, necessita di alcune condizioni. La prima è che coloro che sono chiamati a decidere sulla guerra siano effettivamente gli stessi che ne subiranno le conseguenze. Questo oggi non accade, non solo perché, nei nostri sistemi politici “post-democratici”, le guerre non le decidono i parlamenti, ma perché la guerra è cambiata.
Quasi ovunque gli eserciti di leva sono stati sostituiti da eserciti di professionisti, reclutati su base volontaria, o contractors. Le democrazie occidentali, inoltre, negli ultimi decenni, hanno potuto sfruttare la propria superiorità in armi e tecnologie per combattere guerre asimmetriche, di stampo coloniale, in cui la morte e la distruzione toccano (quasi) esclusivamente gli avversari.
Gli Stati Uniti, in particolare, non hanno mai fatto l’esperienza della guerra “in casa”, con le città sventrate dalle bombe e i civili seppelliti sotto le macerie. Questo contribuisce a spiegare la disinvoltura con cui hanno deciso interventi militari ovunque, salvo ritirarsi quando il prezzo, in termini di perdita di preziose vite americane, rischiava di apparire troppo alto ai loro cittadini-elettori.
Nel ’94, a Mogadiscio, bastarono 18 soldati americani uccisi – a fronte di migliaia di somali – per indurre a una precipitosa ritirata; nel ’99 la prima “guerra umanitaria” della storia fu combattuta esclusivamente dagli aerei, ad altezze altissime, per risparmiare il più possibile le vite dei militari della Nato. Con la conseguenza di moltiplicare le vittime tra i civili kossovari che si diceva di voler difendere…
Oggi qualcosa sta nuovamente cambiando. La guerra che è tornata nel centro dell’Europa con l’invasione russa dell’Ucraina ha caratteristiche per certi versi novecentesche: si combatte nelle trincee, in condizioni di sostanziale equilibrio, con un alto tributo di sangue tra i soldati di entrambi gli schieramenti. E un po’ ovunque stanno tornando forme di coscrizione obbligatoria.

- “Difesa”: è possibile, secondo lei, oggi, tracciare un limite tra guerra di difesa (diciamo legittima) e di offesa (che nessuno dice di voler fare)?
In astratto, è possibile distinguere chi attacca per primo da chi si difende. Dal punto di vista del diritto internazionale non ci sono dubbi sul fatto che gli ucraini avessero il diritto di reagire alla violazione dei propri confini da parte della Russia, al pari degli iraniani aggrediti da Israele e USA. Ed è straniante che, nel primo caso, siano state adottate sanzioni contro l’aggressore e nel secondo… contro l’aggredito!
Sempre in punto di diritto, la resistenza – anche armata – di popoli vittime di occupazione illegale è lecita. È il caso, oggi, dei palestinesi o dei curdi. Ma, naturalmente, quando ci si difende, non tutti i mezzi – e non tutti gli obiettivi – sono ammissibili. Valgono le regole dello ius in bello a protezione dei civili, il divieto di tortura, il rispetto dei prigionieri, la messa al bando di armi particolarmente letali. Vale il principio della proporzionalità. Come ci insegna il caso di un noto gioielliere oggi in carcere per omicidio volontario, non tutto è lecito a chi si difende…
Detto ciò, il concetto di “difesa” è problematico, perché si presta a fungere da comoda foglia di fico per coprire, e giustificare, guerre combattute per ragioni ben diverse. Tucidide osservava, riferendosi alla spedizione militare in Sicilia del 415 a. C., che «contro una terra così grande gli Ateniesi erano desiderosi di fare una spedizione; ché, da un lato, erano bramosi – e questo era il vero motivo – di sottometterla tutta, dall’altro, avevano il plausibile argomento di voler portare soccorso ai propri consanguinei e a quanti erano in precedenza divenuti loro alleati» (Tuc. VI, 6). Quante volte nella storia, anche recente, sia accaduto qualcosa di simile lascio a giudicare ai lettori.
Oggi, inoltre, non dovremmo dimenticare che siamo nell’era atomica e anche conflitti convenzionali possono evolvere e degenerare in conflitti atomici. Di fronte all’incubo nucleare, che potrebbe essere innescato anche solo dal ricorso, da parte di una grande potenza, di un’atomica “tattica”, qualsiasi ragionamento in termini di proporzionalità tra offesa e difesa diventa insensato.
- Un’altra difesa – non armata – è possibile?
È possibile, e ne abbiamo testimonianze nella storia: la resistenza dei danesi ai nazisti, su cui aveva attirato l’attenzione Hannah Arendt, le esperienze dei “scudi umani volontari” in Iraq nel 2003, a protezione delle infrastrutture civili dai bombardamenti. Oppure il caso dei volontari europei, americani, israeliani, che si affiancano alle comunità palestinesi, in Cisgiordania, per proteggerle dagli assalti dei coloni, o quello degli attivisti di Minneapolis impegnati a difendere gli immigrati dalle squadracce dell’ICE: sono esempi di ciò che si può fare in contesti di grande asimmetria tra le forze in campo, in cui una reazione violenta sarebbe assolutamente controproducente. Queste forme di difesa non armata possono essere sostenute anche da lontano, ad esempio boicottando i prodotti di aziende complici del genocidio e dell’apartheid israeliani. Come ci invita a fare il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), a guida palestinese, rigorosamente nonviolento.
- Quando il papa parla di pace «disarmata e disarmante», lei come interpreta le parole?
A me questa formula piace molto. Penso che non abbia solo una grande forza evocativa, ma esprima in modo chiaro la logica sottostante a una efficace politica di disarmo: solo accettando di disarmarci possiamo indurre l’altro, il “nemico”, a fare altrettanto. Il modo migliore per indurre l’Iran a sottoporre il proprio programma nucleare alle ispezioni è mettere sul piatto una analoga disponibilità da parte di Israele e delle altre potenze atomiche. Il miglior modo per convincere la Russia a ritirare i propri missili puntati verso l’Europa è che gli Stati Uniti e la NATO assumano impegni analoghi. E così via.
- Cosa pensa della “deterrenza” su cui, tuttora, la politica occidentale sta contando e quindi dell’attuale, ormai massiccio, “riarmo”, anche in Italia e in Europa?
Del riarmo – come si sarà ben capito – penso tutto il male possibile, non solo perché sottrae risorse al welfare e alla transizione ecologica, ma perché ci dà solo l’illusione della sicurezza. Può sembrare un paradosso, ma più armi ci sono in circolazione più l’insicurezza aumenta. Ce ne accorgiamo se pensiamo a Paesi come gli Stati Uniti o il Brasile, in cui la diffusione delle armi tra i privati è altissima e il numero di omicidi e reati di sangue è incomparabilmente più alto di quello che si registra nei Paesi europei.
Ma pensiamo anche all’Italia: siamo più sicuri, ospitando le basi americane sul nostro territorio, che ci rendono un target perfetto nella prossima – possibile – guerra tra Russia e NATO, o saremmo più sicuri senza? Chi si arma sostiene sempre di essere costretto a farlo per difendersi dalla minaccia altrui, ma il miglior modo per difendersi è un altro: disarmare i potenziali aggressori. Obiettivo che si può raggiungere solo accettando, a nostra di volta, di partecipare a negoziati di pace.





