
Foto di Bilal Kashmar/Getty Images
Valentina Pazé è docente di Filosofia Politica presso l’Università di Torino. È autrice del recente volume Le parole della guerra, Bollati Boringhieri, Torino 2026. Al lavoro di docenza e di pubblicazione unisce il personale impegno di formazione per la pace e la nonviolenza. La prof.ssa Pazé ha risposto ad alcune domande di Giordano Cavallari sul suo recente lavoro.
- Gentilissima Professoressa, perché questo suo libro ora?
Le ragioni per cui ho scritto questo libro sono abbastanza facili da comprendere: stiamo vivendo una fase drammatica, di prepotente ritorno della guerra in Europa e nel mondo. Di più: di “normalizzazione” della guerra come strumento ordinario di risoluzione delle controversie internazionale, in aperto contrasto con il divieto stabilito dalla Carta dell’ONU e dalla Costituzione italiana.
E di riabilitazione, anche sul piano etico, della guerra e del militarismo: da Scurati a Nathalie Tocci, tutti ci invitano a uscire dal “rammollimento” a cui ci avrebbero portato troppi anni di pace e a trovare “il fegato” per combattere…
Capita di leggere, in un testo che si presenta come una trattazione “scientifica” sul tema, che «soltanto nella guerra […] un popolo impara realmente a conoscere tutta la sua energia come nazione, perché soltanto allora sussiste», verità che varrebbe «per i greci del V secolo, come per gli italiani del XX e gli ucraini del XXI» (G. Sadun Bordoni, Guerra e natura umana. Le radici del disordine mondiale, il Mulino 2025)!
Siamo al sonno della ragione, in un clima che ricorda gli anni precedenti lo scoppio della Prima guerra mondiale. Ma il mondo in cui viviamo oggi è ancora più pericoloso, perché è disseminato di testate nucleari e di politici squilibrati disposti a usarle, per non parlare dei rischi legati alle applicazioni belliche dell’intelligenza artificiale.
Ciò che ho provato a fare nel libro è riflettere su tutto ciò a partire da alcune parole-chiave, che oggi vengono manipolate per giustificare la guerra – “democrazia”, “difesa”, ma anche “diritto” invocato non per riferirsi all’ONU, ma alla finzione (denunciata dal premier canadese Carney a Davos) dell’«ordine fondato su regole» – o che vengono assoggettate a discutibili regole d’uso, come “genocidio”, che diventa un tabù se riferito all’eccidio dei palestinesi da parte di Israele.
Il mio volume si chiude con un capitolo dedicato alla diserzione, nell’accezione letterale del termine e in quella più ampia, di non collaborazione con le politiche di guerra: pratiche che oggi – credo – dovremmo riscoprire.
- Le chiedo di prendere in considerazione le prime due parole: democrazia, e poi difesa.
“Democrazia” è una bella parola, che siamo abituati ad associare al dialogo, all’apertura, alla convivenza pacifica. In democrazia “le teste si contano, non si rompono”. E si tende a sostenere che le democrazie non fanno la guerra, se non quando sono proprio costrette, per difendersi. Purtroppo, la realtà è diversa.
La vocazione pacifica delle democrazie ha incontrato innumerevoli smentite empiriche: da Atene, a capo di un vasto impero, agli Stati Uniti che siamo stati abituati a considerare “la più grande democrazia del mondo” ma che, dalla nascita, sono stati continuamente in guerra (Lucio Caracciolo ha calcolato circa 240 interventi militari in 250 anni); e oggi hanno basi militari (circa 800) ovunque nel mondo.
- Ma lei quale rapporto vede tra regime politico e pace (o guerra)? Non aveva ragione Kant a sostenere che le democrazie sono tendenzialmente pacifiche?
Nella Pace perpetua (1795) Kant sosteneva che un contributo fondamentale alla costruzione di un mondo senza guerre sarebbe stata la trasformazione di tutti gli stati in repubbliche (nel nostro linguaggio, democrazie).
Il suo ragionamento era suggestivo: se a decidere sulla guerra fossero i cittadini, ossia coloro su cui ricadono le conseguenze negative della guerra – il rischio di morire, la distruzione delle proprie case – «rifletteranno molto prima di iniziare un gioco così brutto».
Viceversa, se le guerre continueranno ad essere dichiarate da un sovrano che non è «concittadino», ma «proprietario dello Stato», questi deciderà a cuor leggero, perché la guerra «non toccherà minimamente i suoi banchetti, le sue battute di caccia, i suoi castelli di campagna, le sue feste di corte»; e oggi potremmo aggiungere: le sue partite di golf, i weekend nella tenuta di Mar al Lago o in una lussuosa dacia in Siberia…
L’argomento kantiano non è affatto privo di fondamento. Ma, per reggere, necessita di alcune condizioni. La prima è che coloro che sono chiamati a decidere sulla guerra siano effettivamente gli stessi che ne subiranno le conseguenze. Questo oggi non accade, non solo perché, nei nostri sistemi politici “post-democratici”, le guerre non le decidono i parlamenti, ma perché la guerra è cambiata.
Quasi ovunque gli eserciti di leva sono stati sostituiti da eserciti di professionisti, reclutati su base volontaria, o contractors. Le democrazie occidentali, inoltre, negli ultimi decenni, hanno potuto sfruttare la propria superiorità in armi e tecnologie per combattere guerre asimmetriche, di stampo coloniale, in cui la morte e la distruzione toccano (quasi) esclusivamente gli avversari.
Gli Stati Uniti, in particolare, non hanno mai fatto l’esperienza della guerra “in casa”, con le città sventrate dalle bombe e i civili seppelliti sotto le macerie. Questo contribuisce a spiegare la disinvoltura con cui hanno deciso interventi militari ovunque, salvo ritirarsi quando il prezzo, in termini di perdita di preziose vite americane, rischiava di apparire troppo alto ai loro cittadini-elettori.
Nel ’94, a Mogadiscio, bastarono 18 soldati americani uccisi – a fronte di migliaia di somali – per indurre a una precipitosa ritirata; nel ’99 la prima “guerra umanitaria” della storia fu combattuta esclusivamente dagli aerei, ad altezze altissime, per risparmiare il più possibile le vite dei militari della Nato. Con la conseguenza di moltiplicare le vittime tra i civili kossovari che si diceva di voler difendere…
Oggi qualcosa sta nuovamente cambiando. La guerra che è tornata nel centro dell’Europa con l’invasione russa dell’Ucraina ha caratteristiche per certi versi novecentesche: si combatte nelle trincee, in condizioni di sostanziale equilibrio, con un alto tributo di sangue tra i soldati di entrambi gli schieramenti. E un po’ ovunque stanno tornando forme di coscrizione obbligatoria.

- “Difesa”: è possibile, secondo lei, oggi, tracciare un limite tra guerra di difesa (diciamo legittima) e di offesa (che nessuno dice di voler fare)?
In astratto, è possibile distinguere chi attacca per primo da chi si difende. Dal punto di vista del diritto internazionale non ci sono dubbi sul fatto che gli ucraini avessero il diritto di reagire alla violazione dei propri confini da parte della Russia, al pari degli iraniani aggrediti da Israele e USA. Ed è straniante che, nel primo caso, siano state adottate sanzioni contro l’aggressore e nel secondo… contro l’aggredito!
Sempre in punto di diritto, la resistenza – anche armata – di popoli vittime di occupazione illegale è lecita. È il caso, oggi, dei palestinesi o dei curdi. Ma, naturalmente, quando ci si difende, non tutti i mezzi – e non tutti gli obiettivi – sono ammissibili. Valgono le regole dello ius in bello a protezione dei civili, il divieto di tortura, il rispetto dei prigionieri, la messa al bando di armi particolarmente letali. Vale il principio della proporzionalità. Come ci insegna il caso di un noto gioielliere oggi in carcere per omicidio volontario, non tutto è lecito a chi si difende…
Detto ciò, il concetto di “difesa” è problematico, perché si presta a fungere da comoda foglia di fico per coprire, e giustificare, guerre combattute per ragioni ben diverse. Tucidide osservava, riferendosi alla spedizione militare in Sicilia del 415 a. C., che «contro una terra così grande gli Ateniesi erano desiderosi di fare una spedizione; ché, da un lato, erano bramosi – e questo era il vero motivo – di sottometterla tutta, dall’altro, avevano il plausibile argomento di voler portare soccorso ai propri consanguinei e a quanti erano in precedenza divenuti loro alleati» (Tuc. VI, 6). Quante volte nella storia, anche recente, sia accaduto qualcosa di simile lascio a giudicare ai lettori.
Oggi, inoltre, non dovremmo dimenticare che siamo nell’era atomica e anche conflitti convenzionali possono evolvere e degenerare in conflitti atomici. Di fronte all’incubo nucleare, che potrebbe essere innescato anche solo dal ricorso, da parte di una grande potenza, di un’atomica “tattica”, qualsiasi ragionamento in termini di proporzionalità tra offesa e difesa diventa insensato.
- Un’altra difesa – non armata – è possibile?
È possibile, e ne abbiamo testimonianze nella storia: la resistenza dei danesi ai nazisti, su cui aveva attirato l’attenzione Hannah Arendt, le esperienze dei “scudi umani volontari” in Iraq nel 2003, a protezione delle infrastrutture civili dai bombardamenti. Oppure il caso dei volontari europei, americani, israeliani, che si affiancano alle comunità palestinesi, in Cisgiordania, per proteggerle dagli assalti dei coloni, o quello degli attivisti di Minneapolis impegnati a difendere gli immigrati dalle squadracce dell’ICE: sono esempi di ciò che si può fare in contesti di grande asimmetria tra le forze in campo, in cui una reazione violenta sarebbe assolutamente controproducente. Queste forme di difesa non armata possono essere sostenute anche da lontano, ad esempio boicottando i prodotti di aziende complici del genocidio e dell’apartheid israeliani. Come ci invita a fare il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), a guida palestinese, rigorosamente nonviolento.
- Quando il papa parla di pace «disarmata e disarmante», lei come interpreta le parole?
A me questa formula piace molto. Penso che non abbia solo una grande forza evocativa, ma esprima in modo chiaro la logica sottostante a una efficace politica di disarmo: solo accettando di disarmarci possiamo indurre l’altro, il “nemico”, a fare altrettanto. Il modo migliore per indurre l’Iran a sottoporre il proprio programma nucleare alle ispezioni è mettere sul piatto una analoga disponibilità da parte di Israele e delle altre potenze atomiche. Il miglior modo per convincere la Russia a ritirare i propri missili puntati verso l’Europa è che gli Stati Uniti e la NATO assumano impegni analoghi. E così via.
- Cosa pensa della “deterrenza” su cui, tuttora, la politica occidentale sta contando e quindi dell’attuale, ormai massiccio, “riarmo”, anche in Italia e in Europa?
Del riarmo – come si sarà ben capito – penso tutto il male possibile, non solo perché sottrae risorse al welfare e alla transizione ecologica, ma perché ci dà solo l’illusione della sicurezza. Può sembrare un paradosso, ma più armi ci sono in circolazione più l’insicurezza aumenta. Ce ne accorgiamo se pensiamo a Paesi come gli Stati Uniti o il Brasile, in cui la diffusione delle armi tra i privati è altissima e il numero di omicidi e reati di sangue è incomparabilmente più alto di quello che si registra nei Paesi europei.
Ma pensiamo anche all’Italia: siamo più sicuri, ospitando le basi americane sul nostro territorio, che ci rendono un target perfetto nella prossima – possibile – guerra tra Russia e NATO, o saremmo più sicuri senza? Chi si arma sostiene sempre di essere costretto a farlo per difendersi dalla minaccia altrui, ma il miglior modo per difendersi è un altro: disarmare i potenziali aggressori. Obiettivo che si può raggiungere solo accettando, a nostra di volta, di partecipare a negoziati di pace.






Partendo dal principio che la guerra è da evitarsi prima di tutto per l’ inutile spreco di vite umane che comporta, solo due osservazioni. Per prima che gli esempi che vediamo di legittima difesa applicati dagli Stati o dalle popolazioni, come nel caso di quella palestinese o dalle guerre iniziate da una provocazione unilaterale come fu nel caso dell’ Ucraina, è assai difficile seppure ci sia la possibilità di ricorrere a mezzi di reazione, che si ponga il problema che questa venga commisurata in termini proporzionati perché già l’ iniziativa in atto (generalmente) testimonia di una sproporzione di forze a favore dell’ aggressore. Certo successivamente il conflitto si può allargare, come sta succedendo adesso nel Medio Oriente (vedi gli insistenti attacchi subiti dal Libano), o come accadde nel corso dell’ ultima guerra mondiale e la situazione esporsi a strumentalizzazioni ulteriori, specialmente appunto quella legata al mercato delle armi. Quanto ai metodi di difesa alternativi, perché aderenti all’ ideale non violento o la pratica degli “scudi umani” cui è accennato sopra, che forse sono addirittura ammirevoli, mi paiono incolpevolmente quantitativamente aumentare le perdite a livello umano.
Credo che acquisterò il libro. Suppongo che avrò molto da imparare. Per parte mia mi limito a sostituire il termine ‘guerra’ con il verbo ‘uccidere’. È solo utopia?
https://www.leuropeista.it/il-mito-dellaccordo-mancato-di-istanbul-realta-e-propaganda/
Qui si capisce come molti ancora usano la frottola del mancato accordo di Istanbul per insistere sulla versione di Putin che lui negozia e gli altri no. Pura propaganda filo russa, più o meno inconsapevole. Del resto trattare questi temi sui social comporta sempre imbattersi in tesi del tutto inventate dai filo russi che ci sono ovunque e in Italia sono tantissimi. Tempo perso spiegare loro che sono vittime (forse) di chi li vuole tirare dalla loro parte. Si deve negoziare, ma i negoziati si fanno tra due parti convinte a negoziare e non tra una che crede di poter negoziare e l’atra che vuole solo la resa di chi da anni sta massacrando. Se non capiamo questo continueremo a farci prendere in giro da Putin. Ma c’è chi evidentemente si diverte ad essere preso in giro.
Una volta che si è entrati in guerra il negoziato dipende da chi vince, è quello che uno cerca di fare capire. Se non valgono più i trattati, la diplomazia e la politica e vale solo lo contro sul campo sul campo vince chi è più forte non chi è più buono.
E’ un po’ come il conclave in cui entri Papa ed esci cardinale, i conflitti cambiano le gerarchie di potere da sempre.. (pensi al Giappone entrato in guerra come impero e uscito come staterello..)
Lei vede il male infernale nella Russia e la purezza celestiale nell’Ucraina. Un punto di vista maggiormente obiettivo gioverebbe la discussione. Tutti, in questa questione, hanno responsabilità. L’Ucraina ha facilitato la penetrazione occidentale, cosa che si sapeva essere una linea rossa per la Russia. Le conseguenze nel valicare questa linea erano facilmente prevedibili.
I negoziati si fanno con i nemici e non con gli amici.
Bellissimo intervento, equilibrato, pieno di affermazioni sensate e ragionevoli. Purtroppo il nostro tempo sembra condannarci alla guerra, ma il voto in tutto Europa, particolarmente di questi giorni in Germania, manifesta come le forze politiche che sostengono lo sforzo bellico e rappresentino il conflitto come ineludibile, siano state seppellite. E’ il caso della CDU, che da partito moderato si è rivelato per tramite del cancelliere Merz, tutt’altro. Quindi facilmente AFD e Die Linke sopravanzano. Qualcuno voleva raccontare che il tema dell’avanzare delle destre estreme vertisse esclusivamente sui migranti, ma l’affermazione della Linke a Berlino dimostra che il tema è altro, non sono i migranti; il tema centrale è la guerra. I nostri popoli non la vogliono. Anche in Italia le forze contrarie al riarmo stanno emergendo e prenderanno sempre più corpo. In effetti soltanto il 18% degli italiani, ad esempio, è concorde con la continuazione delle forniture belliche all’Ucraina e, poco più, sono favorevoli all’aumento delle spese militari per raggiungere l’agognato 5% del PIL che tanto interessa ad i nostri amici statunitensi, che più che alleati sono fornitori , in uno strano mercato nel quale i clienti non possono scegliere: sono obbligati all’acquisto.
Quindi lei è contento che forze estremiste si stiano facendo largo in Europa? Ma è proprio quello che vuole chi davvero vuole la guerra e cioè chi la fa contravvenendo a tutte le regole che ha sottoscritto. Putin voleva disastrale la democrazia e ci sta riuscendo e questo per lei sarebbe “sensato e ragionevole”? Non mi meraviglia che siamo a questo punto: chi voleva questo lo sta ottenendo in pieno e noi pensiamo alla resa dei valori democratici per fare un piacere ai dittatori?
Che io abbia detto che sono contento della vittoria degli estremismi è sua interpretazione; magari rileggendo con attenzione il mio commento la rivedrà. Gli estremismi dilagano, è un fatto, e, al di là di cosa sollazzi l’uno o l’altro, il fenomeno va analizzato e compreso con lucidità se lo si vuole contrastare. Dire che chi vota agli estremi vota contro la guerra è una realtà della quale personalmente non sono contento, anche perché contro la guerra dovrebbero normalmente proporsi le forze moderate, le quali invece si muovono su registri ben differenti, ma negarlo non aiuta, anzi, rifiutare che la realtà sia questa non solo ci condanna irreparabilmente alla guerra, ma al probabile governo di forze illiberali del tutto simili a quelle che proviamo a contrastare. Poi, veda, ha totalmente ragione riguardo Putin, ma non è sminuire la sua affermazione dire che il nostro Occidente fa esattamente lo stesso in giro per il pianeta attaccando paesi sovrani come l’Iran, rapendo di fatto presidenti ed agendo regime change come in Venezuela, non contrastando se non a parole il genocidio palestinese. Finché non si capisce che se non siamo coerenti non siamo credibili, le forze illiberali trionferanno.
AFD e alte forse estremiste non sono affatto contro la guerra, sono per la guerra di Putin e sono russofili, cioè non vogliono che si aiuti gli ucraini a difendersi dall’invasore e questo è ben diverso dal “non volere la guerra”, ma rientra nel piano di Putin (e non solo) di destabilizzare le democrazie europee. Lei e chi la pensa come lei, sembra non rendersene conto. Trump è di questa partita, sostiene Putin e la sua guerra . è un manigoldo pregiudicato che ha irretito coi soldi e la sua eloquenza fasulla una buona parte degli americani che ora hanno capito lo sbaglio che hanno fatto. Lei non sminuisce quanto affermo, al contrario, lo conferma perché Trump è un elemento di rottura totale col passato e non rappresenta affatto i valori dell’occidente ma li snatura e tradisce ogni giorno. Prima si toglie di mezzo e meglio è.
No. Le forze citate sono contro gli investimenti militari a trecentosessanta gradi; che poi le loro politiche si tradurranno in altra violenza, probabile, ma d’altro canto chi è al potere oggi mi pare se la stia cavando bene per essere pari loro.
Trump sostiene sé stesso, prima che tutto, successivamente sostiene gli uomini e le situazioni che hanno potere, comunque si chiamino e dovunque siano. Gli USA non forniscono forse direttamente armi all’Ucraina, ma hanno raggiunto un ben miglior risultato: le fanno comprare dai paesi UE, con i soldi delle nostre tasse e del nostro lavoro. Splendido, non trova? Per di più considerando che la maggior parte degli stati UE stanno agendo queste forniture al di fuori di trattati ed alleanze, senza mandati popolari diretti, anzi in barba alla stragrande maggioranza del pensiero comune, ed in violazione delle proprie carte costituzionali. Questo è il realismo attorno al quale le forze estremiste crescono. Poi devo ribadire che non si può mostrificare qualcuno se guardandosi allo specchio si è identici ad esso; è paradossale. In Europa solo Pedro Sanchez ha alzato la testa contro il genocidio palestinese e, sempre la Spagna, è l’unica nazione che ha mostrato nerbo nel negare basi per sostenere l’attacco indiscriminato USA in Iran. Sempre noi Occidente, ancora, non alziamo un dito per risolvere l’assedio di Cuba, dove si muore di fame. Non le pare che quelle citate, situazioni ad i quattro angoli del pianeta, manifestino come il nostro democraticissimo mondo sia mostruosamente aggressivo? O vogliamo proprio fare finta di nulla, perché il cattivo è soltanto uno.
Ottimo! Una voce ragionevole, informata e saggia che smentisce le argomentazioni dei guerrafondai. Purtroppo stiamo assistendo alla normalizzazione dell’idea di guerra e ciò è estremamente preoccupante. Le guerre sono sempre state anticipate e preparate dalla propaganda bellicista e oggi ci risiamo. Coloro che avevano vissuto gli orrori della seconda guerra mondiale, e magari anche quelli della prima, al ritorno della pace esclamavano con decisione: “Mai più la guerra!”. Ora, spentesi quelle generazioni, sembra che le attuali non si rendano conto di ciò che sarebbe una guerra, tanto più oggi in cui si farebbe uso di armi micidiali che potrebbero porre fine all’umanità
Ma perché non lo dice a Putin? O a Trump? O a Netanyahu? Le pare che le loro siano in grado di capire il senso di questo articolo? No, vorrei che me lo spiegasse visto che lo trova ottimo.
Ma Trump e Netanyahu non fanno parte del glorioso occidente che si difende in Ucraina? In ogni caso siamo alle solite cara Mariagrazia, se si ricorre alle armi e si rinuncia alla politica poi si deve vincere. E se non ci riesci perchè l’avversario è più armato e brutale di te, non ti puoi lamentare.
La tipica risposta di chi si dichiara pacifista senza però dire come si fa a fermare i veri guerrafondai. Putin per esempio, ti ha chiesto il permesso prima di invadere l’Ucraina^ E te lo chiederebbe secondo te se volesse invadere noi? Non credo che chiedergli di negoziare mentre ti invade con tutta la parafernalia sarebbe di grande aiuto, ti riderebbe in faccia, da remoto ovviamente. Trump è un manigoldo un pregiudicato che ha maneggiato per stare dove sta e maneggerà ancora per non andarsene, con “l’occidente” e i suoi valori, lui non ha nulla da spartire. Netanyahu è suo compare e neppure lui con l’occidente ha molto a che fare ma ha potuto fare quello che ha fatto (provocato da Hamas) perché amico del megalomane.
Tutta questa storia che basta negoziare è ridicola, serve negoziare certo, ma con chi negozia, chi ti bombarda e ti massacra lo fa anche se tu ripudi la guerra perché lui ripudia te.
Tutti ripudiamo la guerra il problema è che c’è chi la guerra la fa lo stesso e se non sei in grado di difenderti puoi alzare tutti gli stendardi che vuoi e fare il pacifista in tempo di pace, ma se le bombe arrivano sul tuo palazzo speri solo di trovare un buco dove nasconderti e un patriot che le intercetti.
No, io non sono pacifista. Io dico che se ti lanci in una guerra, due guerre, tre guerre poi le devi vincere, altrimenti qua le riserve finiscono e altri stati che attualmente non sono coinvolti nel conflitto si creano un esercito (anche sfruttando i proprio progressi nell’automazione) superiore al tuo e buona notte al secchio.
Non ho mai detto che bisogna solo negoziare, dico che se soffi sulla guerra poi devi essere certo di vincere la guerra, altrimenti fai la fine di Putin e di Trump e ti impantani. Purtroppo dal 2022 si è riempito di generali da divano che pensano davvero che basti la volontà o un po’ di spesa militare in più per vincere.
Facciamo che la guerra è come la pandemia, puoi bloccarla sul nascere, se metti in atto tutte le misure necessarie, se ti scappa il contenimento brucerà fino a che c’è legna.
La guerra va sempre prevenuta con tutti i possibili sforzi diplomatici e anche, eventualmente, con dei compromessi che saranno sempre un male minore rispetto alla guerra. La NATO, invece, non solo non l’ha prevenuta. ma, con la sua politica ottusa e arrogante di espansione nell’Est europeo fino a voler inglobare anche l’Ucraina portando i propri missili atomici fino ai confini della Russia l’ha perfino provocata. Con questo non voglio certo giustificare la guerra scatenata da Putin, ma finiamola di vedere sempre la realtà in bianco e nero con i cattivi dall’altra parte e i buoni, che devono difendersi, dalla nostra parte. Con le trattative svoltesi ad Istambul poche settimane dopo lo scoppio delle ostilità si era giunti molto vicini al cessate il fuoco, ma a farle fallire sono stati soprattutto ceri governi del Nord Europa, in particolare quello inglese, che volevano a tutti i costi la sconfitta della Russia e la caduta di Putin. Si vede con quale risultato! E ora che si fa? Continuare a combattere, e con armi sempre più micidiali, nell’illusione di battere la Russia sul campo di battaglia? La guerra è ormai tra Russia e NATO con i poveri ucraini ridotti a carne da macello-. Ma non ci si rende conto che ci troviamo coinvolti in una spirale della violenza e della corsa agli armamenti che ci porta sempre più verso la terza guerra mondiale? Se non abbiamo perso la ragione, non possiamo non reagire e mobilitarci non a favore di una o dell’altra parte, ma per far pressione sui governi perchè inducano i contendenti a fermarsi e a trattare. Comunque, prima o poi si dovrà pur trattare. Meglio prima che dopo la catastrofe.