
Quest’anno il 2 giugno è un giorno di ricorrenze molto significative per la storia della nostra democrazia: insieme agli ottant’anni della Repubblica e dell’elezione dell’Assemblea costituente, chiamata a redigere la nuova costituzione, ricordiamo, infatti, anche l’ottantesimo anniversario dell’estensione del diritto di voto alle donne alle elezioni politiche, nella forma dell’elettorato non solo attivo ma anche passivo.
Il 1° febbraio 1945, mentre la guerra era ancora in corso, il D.L.L.[1] n. 23 aveva concesso alle donne con più di 21 anni di età il diritto all’elettorato attivo. A guerra conclusa, il D.L.L. 1/1946, relativo alle votazioni amministrative, aprì alle donne l’elettorato passivo nelle elezioni amministrative; ma solo con il D.L.L. 74/1946 venne esteso alle donne maggiori di 25 anni il diritto all’elettorato passivo nelle elezioni politiche[2].
Già fra marzo e aprile, nei comuni in cui si erano tenute le elezioni amministrative, l’elettorato femminile aveva costituito una parte decisiva del corpo elettorale. Ma sarà nelle votazioni politiche del 2 e 3 giugno che la partecipazione in altissima percentuale (82%) delle donne si rivelerà determinante: in termini numerici, su quasi 25 milioni di votanti si presentarono al voto 12.998.131 donne, contro 11.949.056 uomini.
Dei 556 neoeletti all’Assemblea Costituente, 21 erano donne. Una percentuale quasi irrisoria – neanche il 4% -, decisamente lontana dalla percentuale attuale che, per quanto ancora distante dalla parità, si assesta attorno al 35%. Eppure, per quanto esigua, quella piccola percentuale è stata capace di fare la differenza.
Nell’ottantesimo anniversario del voto alle donne, ricordare, accanto ai padri costituenti, anche le nostre madri costituenti, impegnandosi a conoscerne la storia, non è solo un atto di giustizia nei confronti di chi troppo spesso dalla Storia viene dimenticata, ma è anche occasione significativa per riconoscere l’importanza della presenza, dello sguardo e della voce delle donne nei processi politici che hanno dato forma alla nostra attuale democrazia, tracciando la strada su cui ancora oggi continuiamo a camminare.
Una madre costituente
Angela Gotelli nacque il 28 febbraio 1905 a San Quirico, una frazioncina di Albareto di Borgo Taro, sull’Appennino parmense, in una famiglia dalle profonde radici cristiane. Sguardo vivace, predisposizione ad aiutare il prossimo, ma anche capacità di resistenza alla stanchezza e alla fatica fisica, sono le qualità che Angela respirò in famiglia fin da bambina, in particolare dal padre Domenico, infaticabile medico condotto, stimato da tutti per la dedizione con cui percorreva la Val di Taro a piedi o a cavallo, sempre pronto a rispondere alle chiamate dei malati.
Angela è una bambina dall’intelligenza pronta – salta alcune classi e presto si sposta a La Spezia per frequentare il rinomato liceo classico Lorenzo Costa. Qui incontra Itala Mela: sono le uniche due ragazze in una classe a netta maggioranza maschile ed è naturale per loro legarsi in amicizia. Insieme si sposteranno all’Università a Genova, dove Angela si laureerà con lode nel 1926, ad appena 21 anni, con una tesi su san Bernardino da Siena, mentre Itala intraprenderà la strada che la porterà ad assumere i voti come Oblata Benedettina, col nome di Maria della Trinità.
A Genova, le due ragazze condividono anche l’esperienza della Fuci, la Federazione Universitaria Cattolica. In particolare, Angela collaborò attivamente alle iniziative culturali e formative promosse dalla Federazione, divenendo prima delegata per il Nord Est e poi, dal 1929 al 1933, presidente nazionale delle universitarie cattoliche.
Sono gli anni in cui la Fuci è uno dei pochi avamposti culturali di resistenza al fascismo, una vera e propria palestra politica in cui vivono il loro percorso di formazione molti dei futuri protagonisti dell’Italia democratica. Angela collabora strettamente con il giovane Aldo Moro e con Giovanni Battista Montini, allora assistente ecclesiastico nazionale della Fuci.
Mentre il fascismo propaganda l’immagine di una donna consacrata al ruolo di angelo del focolare, moglie devota sottomessa al marito e madre prolifica di eroici soldati, Gotelli sviluppa tutt’altro ideale di protagonismo femminile: non solo sceglie la strada dell’apostolato sociale, ma decide anche di non sposarsi e, con un gesto decisamente controcorrente, scioglie la promessa di matrimonio con un medico, amico di famiglia.
Dopo la laurea, superato il concorso per l’insegnamento delle lettere classiche, si trasferisce a Trieste dove inizia ad insegnare al locale ginnasio.
Allo scoppio della guerra, ottenuto il trasferimento da Trieste ad una scuola spezzina, Angela fa ritorno a casa; a La Spezia segue un corso da crocerossina e nel 1941 è a Brindisi per assistere i soldati italiani che tornano dalla Grecia.
L’impegno nella resistenza e in politica
Dopo l’8 settembre, Angela Gotelli compie la scelta della resistenza, una resistenza disarmata, sostanziata di impegno politico e passione civile: nell’abitazione di famiglia ad Albareto vengono ospitati e nascosti i capi delle brigate Beretta e Cento Croci, alcuni membri del Comando Unico Parmense e del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), mentre la casa di villeggiatura di Porciorasco, a pochi chilometri da Varese Ligure, in provincia di La Spezia, diviene la sede del Comando della IV Zona dei Volontari della Libertà e rifugio per sfollati e sbandati delle frazioni vicine.
Grazie al suo lasciapassare da crocerossina internazionale può intervenire in modo attivo in diverse situazioni rischiose: non esita a mettere a repentaglio la sua stessa vita per dare sepoltura alle vittime dei rastrellamenti e, nell’estate del 1944, insieme al parroco di Albareto, tratta con i tedeschi uno scambio di ostaggi civili contro prigionieri tedeschi a Montegroppo di Albareto, riuscendo ad evitare rappresaglie sulla popolazione delle vallate del Taro.
A guerra conclusa, la troviamo impegnata in prima linea nel progetto di ricostruzione della Democrazia Cristiana, a fianco di Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira, Amintore Fanfani e Aldo Moro, nel solco della visione teorica e dell’azione politica di Giuseppe Dossetti.
Il referendum del 2 giugno 1946 la vede schierata apertamente per la Repubblica. Nella circoscrizione ligure, dove si candida, ottiene oltre 20.000 preferenze. Eletta all’Assemblea Costituente, entra nella Commissione dei 75, la commissione speciale incaricata di redigere il progetto della nuova Costituzione della Repubblica Italiana, in vista della discussione e poi dell’approvazione da parte dell’Assemblea stessa. Insieme a Nilde Iotti, entra a far parte della Prima Sottocommissione che si occupa dei diritti e doveri dei cittadini. Dirà:
Eravamo tutte donne con esperienze e sofferenze proprie, eravamo balzate un po’ in fretta, un po’ di colpo, all’elettorato attivo e all’elettorato passivo, unite nel desiderio di ricostruire la patria devastata e nella fondazione consapevole e coraggiosa di un nuovo ordinamento; alle spalle né per il periodo fascista né per il periodo prefascista trovavamo qualcosa che rispondesse in pieno ai nostri desideri e che ci rassicurasse per l’avvenire.
Forte dell’impegno maturato in ambito sociale, Gotelli, con Aldo Moro e La Pira, diede un contributo decisivo alla formulazione dell’art. 31 della nostra Costituzione, che recita:
La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.
Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.
La lotta per l’accesso delle donne in magistratura
In Assemblea Costituente partecipò attivamente alla discussione sul potere giudiziario, battendosi, in accordo con Maria Federici e Nilde Iotti, per sostenere il diritto delle donne di accedere agli alti gradi della magistratura.
In un intervento del 31 gennaio 1947, contestando chi era contrario a tale diritto – tra questi il futuro presidente della repubblica Giovanni Leone –, Gotelli ribadì con forza che impedire alle donne l’accesso alla carriera in magistratura significava inficiare il principio fondamentale dell’uguaglianza affermato nella costituzione. Era l’inizio di una lunga battaglia.
Eletta alla Camera dei Deputati nelle successive tre legislature, dal 1948 al 1963, continuò a battersi per l’ingresso delle donne in magistratura. Nella dichiarazione di voto relativa alla legge 287/1951, sul «Riordinamento dei giudizi di assise», che introduceva la possibilità per le donne di essere iscritte negli albi dei giudici popolari per le Corti d’Assise e le Corti d’Assise d’Appello, l’onorevole democristiana, citando l’art. 51 della Costituzione secondo cui «tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere in condizioni di parità alle cariche pubbliche e ai pubblici uffici secondo i requisiti di legge», affermava, tra l’altro:
Contro la motivazione che si vorrebbe dare all’esclusione, secondo la quale la donna non sarebbe in condizione di distinguere il bene dal male e il vero dal falso. Ciò ci sembra semplicemente offensivo.
… naturalmente non intendiamo drammatizzare troppo la cosa: sappiamo bene che la vita moderna ha aperto a noi tali margini per riempire i quali tutto il nostro spirito di iniziativa, tutto il nostro senso di responsabilità e la nostra dedizione sono profondamente impegnati e non è davvero il caso di preoccuparsi eccessivamente se qualche altro piccolo margine è ancora da conquistare.
Restavano, certo, altri margini da conquistare. Nell’agosto 1960 Angela Gotelli fu cofirmataria, insieme alle democristiane Maria de Unterrichter e Maria Giulia Cocco, della proposta di legge che chiedeva l’abrogazione della legge Sacchi del 1919. Questa legge, giustamente famosa per aver abolito la potestà maritale e aperto alle donne l’accesso a diverse professioni prima loro precluse, specialmente nel mondo forense ed accademico, aveva però mantenuto alcune limitazioni fondamentali, tra cui l’accesso alla magistratura e l’esercizio dei diritti politici.
A seguito di una storica pronuncia della Corte costituzionale – la sentenza n. 33 del 13 maggio 1960 –, che aveva dichiarato parzialmente illegittimo, in quanto discriminatorio, l’articolo 7 della legge Sacchi, nella parte in cui escludeva le donne da tutti gli uffici pubblici che implicavano l’esercizio di diritti e di potestà politiche, il Parlamento era stato direttamente sollecitato a rivedere integralmente la legge Sacchi. Grazie alla battaglia politica portata avanti dal gruppo delle onorevoli democristiane per promuoverne l’abrogazione, si giunse all’approvazione della storica legge 9 febbraio 1963 n. 66 che, rimosso il divieto d’accesso per le donne alla magistratura, permise l’indizione del primo concorso aperto anche alle donne e l’entrata in ruolo delle prime magistrate nel 1965.
La visione politica di Angela Gotelli
Durante la sua lunga attività parlamentare, Angela Gotelli ricoprì l’incarico di sottosegretaria alla sanità e sottosegretaria al lavoro e fu promotrice di diverse iniziative a favore della scuola, dell’assistenza e dei diritti delle donne.
Promosse e sostenne la legge n. 261/1958 sul patronato scolastico, che istituiva in ogni Comune le strutture preposte a fornire assistenza socioeconomica agli alunni bisognosi per fronteggiare l’abbandono scolastico, una delle piaghe sociali più drammatiche negli anni del dopoguerra.
Fu a fianco di Lina Merlin nella battaglia che portò, nel 1958, all’abolizione della regolamentazione statale della prostituzione e aderì al CIDD, il Comitato Italiano di Difesa Morale e Sociale della Donna, ente assistenziale costituito nel 1950 da Merlin insieme ad altre parlamentari di ispirazione cattolica e socialista per sostenere il reinserimento sociale e lavorativo delle prostitute.
L’impegno a servizio della dignità umana e del welfare rappresenta il cuore della visione politica di Angela Gotelli e del suo lavoro di tutta una vita. Già dagli anni della sua partecipazione alla Fuci e poi nel servizio di crocerossina e di resistente disarmata in tempo di guerra, il problema assistenziale non si ridusse mai, per lei, ad assistenzialismo, ma venne assunto come fatto eminentemente politico.
Un sistema economico, per dirsi giusto, non può basarsi sulla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, a danno dei molti che vengono discriminati ed esclusi: da qui la passione civile, la lotta per le donne, per i lavoratori, per le famiglie, per la scuola, per l’infanzia e la sanità pubblica e il suo impegno, come sindaca di Albareto dal 1951 al 1958, per la modernizzazione dei trasporti, la costruzione di edifici scolastici e la realizzazione dell’acquedotto Cento Croci, a tutt’oggi una delle principali infrastrutture idriche del Comune di Albareto.
Colpita da ripetuti attacchi ischemici, agli inizi degli anni Settanta si ritirò dalla politica attiva. Si spense ad Albareto il 21 novembre 1996.
Una grande donna, da ricordare e celebrare.
[1] Decreto legislativo luogotenenziale
[2] https://www.settimananews.it/societa/la-pazienza-delle-donne/






Una grande donna, certamente! Grazie per questo approfondimento