
Ho avuto l’opportunità di andare questa estate a Sarajevo e di conoscere i fatti che hanno sconvolto la città, e la Bosnia intera, tra il 1992 e il 1995. Fatti, questi, che a scuola non vengono di solito raccontati, e che pure suonano così familiari se si pensa alle notizie che ci arrivano dalla Striscia di Gaza.
Gli incontri in preparazione al viaggio, coordinati da don Giovanni Salatino e dalla Caritas Ambrosiana, ci hanno offerto il quadro sociopolitico nel quale si è sviluppato il conflitto, ma sono bastati solamente a intuire la complessità della vicenda. Era necessario partire per capire, o almeno provare a capire, le ragioni e le conseguenze di quella guerra avvenuta nel cuore dell’Europa appena trent’anni fa.
Il viaggio è stato impegnativo, fatto di molte ore di pullman e momenti di tensione alle dogane, ai quali, da cittadini europei abituati alla libera circolazione fra gli Stati dell’Unione, non eravamo abituati. Una volta arrivati a Sarajevo, don Giovanni ci ha consegnato tre parole che avrebbero guidato il processo di elaborazione della nostra esperienza: complessità, graffio, ricollocarsi.
La «complessità» si è rivelata una preziosa chiave di lettura della realtà nella quale ci siamo immersi, un invito a non essere pigri e a non accettare una narrazione semplificata e superficiale dei fatti storici, né tantomeno di quelli dei giorni nostri.
La parola «graffio» si riferiva ai molti segni lasciati dalla guerra sul volto della città di Sarajevo: i fori di proiettile dei cecchini e i segni di granata sulle facciate dei palazzi, le rose di Sarajevo segnate di rosso sulle strade e sui marciapiedi. Suggeriva anche l’idea di «farsi graffiare», di lasciarsi ferire da ciò che avremmo visto e ascoltato durante la nostra visita.
Fra i luoghi più impattanti, sicuramente, i musei. C’è il museo del genocidio di Srebrenica, che racconta senza filtri di una mattanza spietata che ha portato all’eliminazione di oltre 8000 persone soltanto nel luglio del 1995. Il Museo del Tunnel, unica via di fuga dalla Sarajevo assediata, costruito da moltissimi volontari i quali hanno rischiato la propria vita nella speranza di salvare quella di molti altri. Il Museo della Guerra e dei Bambini, che conta una collezione preziosa di oggetti donati da uomini e donne che sono stati bambini e bambine durante gli anni di guerra, ognuno associato a un ricordo di quelle giornate di terrore, ma anche di stupefacente quotidianità.
Abbiamo conosciuto sul posto persone e realtà incredibili, testimonianza per noi di come l’umanità possa superare la forza distruttiva di una guerra. L’associazione Youth for Peace, ad esempio, nasce con l’obiettivo di educare le nuove generazioni alla pace attraverso attività e progetti nelle scuole. «Donne Jadar» è un’associazione che ha a cuore l’educazione e l’occupazione femminile, che sogna per la città di Srebrenica un futuro di giovani e di lavoro. L’associazione Kuma International raccoglie numerosi artisti i quali, attraverso il cinema, la musica e l’arte, rielaborano ogni giorno il trauma della guerra e il dolore di aver dovuto lasciare la propria casa. L’associazione Stradajevo crea progetti educativi nel contesto dell’orfanotrofio di Dom Bjelave, dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze pagano le conseguenze di una guerra che, fortunatamente, non hanno vissuto.
L’impegno delle persone e delle loro associazioni nel sociale e per il territorio deriva dall’urgenza di elaborare e superare il dolore della guerra, di riscrivere la propria storia, di cambiare il volto del proprio Paese, scrollandosi di dosso una narrazione che da trent’anni a questa parte li associa a un immaginario di conflitto e sofferenza.
Dopo averli incontrati avverto la loro stessa urgenza di raccontare le loro storie, per contribuire a diffondere il loro messaggio di speranza e di collaborazione, al di là delle differenze etniche e religiose. È l’invito a «ricollocarci», l’ultima parola del nostro viaggio, che non segna la fine dell’esperienza, ma l’inizio per noi di una vita da testimoni di pace all’interno delle nostre comunità, con la speranza di costruire un futuro diverso, più umano, migliore.





