Per quelli che verranno dopo di noi

Rivista del Clero

L’idea che esista un «popolo dei fedeli» che si sente destinatario di qualche documento ufficiale della Chiesa mi è sempre sembrata piuttosto romantica, e ai limiti della mitologia. Il «popolo dei fedeli», che oggi assomiglia in prevalenza alle «folle» di cui parla il vangelo, ha altro a cui pensare. Si aspetta magari, anche senza particolare frenesia, ambienti di Chiesa che siano rassicuranti e riconoscibili, consolanti e ospitali, senza esser toccato più di tanto dai dispacci che vengono dall’alto, da cui si lascia poco coinvolgere. In mezzo a questa folla ci sono poi anche quelli che hanno maturato una passione e una disponibilità a prendersi cura della Chiesa in modo più personale e diretto, più sentito e coinvolto, che forse prendono in considerazione quei documenti con delle attenzioni più reali, anche se sanno benissimo che il loro carattere non è quello della comunicazione familiare rivolta a tutti. Si tratta pur sempre di testi di apparato, che per loro natura non hanno un linguaggio entusiasmante, scritti in un genere letterario sorvegliato, e funzionale ai processi che devono autorizzare. Radicati e costruiti in Cristo, Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale. Assemblea, emanato nel giugno scorso, è un documento di questo tipo, ed è concepito anzitutto per i vescovi, e per le équipe diocesane che (e se) si metteranno al lavoro per l’attuazione degli orientamenti sviluppati nel Sinodo.

È indubbiamente un documento che si limita a sintetizzare i grandi capitoli delle questioni trattate, e su cui si è convenuto di dover lavorare, mettendoli in luce in qualche caso persino con una determinazione supplementare, ma senza preoccuparsi troppo di indicare tempi e modi del lavoro. Indubbiamente è una mancanza che da qualche parte dovrà essere colmata, anche solo per chiarire da quali temi si vuole partire, e a quali livelli le questioni vengono assegnate. Nel documento questi indici operativi ancora non compaiono, dando l’idea di non voler imprimere troppi vincoli, o non voler contrarre troppi impegni, in un lavoro che ancora viene affidato in gran parte all’iniziativa delle diocesi. Mantenersi ancora in questa genericità ha le sue ragioni, ma può anche favorire effetti non voluti, come quello di scoraggiare e rimandare l’azione. Questo documento non poteva e non doveva riprodurre l’articolazione, in certi punti fin troppo dettagliata, delle linee di sintesi Lievito di pace e di speranza, approvate e pubblicate nello scorso autunno. Per forza di cose si concentra per così dire sui “titoli”. Partire a testa bassa dalle singole proposte del Documento di sintesi, come se fossero opere di manutenzione da affrontare una per una, a mio modo di vedere non solo è scoraggiante, ma anche rischioso, costringendo ad accanirsi sui dettagli perdendo di vista le questioni d’insieme, e la loro portata, che forse è l’orizzonte più importante da tenere sotto gli occhi. Il vero lavoro non è affrontare i temi uno alla volta, come se fossero guasti localizzati in questo o quel punto, quanto piuttosto affrontarli nel loro intreccio reciproco, e nella loro coerenza d’insieme. In questo senso la vera incognita mi sembra un’altra. Attuare il sinodo dal punto di vista dell’insieme dei suoi elementi significa avere la capacità di cogliere la portata delle grandi questioni emerse, e avere su di esse un comune orizzonte di interpretazione. Cioè avere una visione di Chiesa che si condivide realmente, e un’immaginazione corrispondente verso la quale si vuole andare insieme. Magari mi sbaglio, ma ho l’impressione che questo orizzonte comune non sia più così comune, che immaginiamo Chiese diverse e diversamente la Chiesa, a ogni livello del nostro cattolicesimo per altri versi giustamente plurale. Onorare il sinodo, e l’impegno di quanti vi hanno prestato impegno e speranze, significa anzitutto rimetterci in sintonia sull’idea della Chiesa che dovrebbe accomunarci, magari protetti dalle tossine retoriche che insidiano la nostra indispensabile meditazione del Concilio, a cui papa Leone ha recentemente dedicato chiarificazioni inequivocabili.

In attesa di passi ulteriori, i vescovi, le loro Chiese, e ciascuno in esse, hanno in Radicati e costruiti in Cristo una sorta di autorizzazione a procedere nella direzione tracciata, e persino dettagliata, dal documento finale del sinodo nazionale. Ancorché non concretamente strutturato in un piano provvisto di dettagli, per chi lo vuole il lavoro è già possibile, ha già un suo orizzonte, e persino dei sentieri tracciati. Chi vuole lavorare mi sembra che possa già farlo. Molte questioni aspettano di essere poste a livello nazionale, ma molte altre sono perfettamente alla portata di un impegno da onorare anche dal basso, se così si può dire. Non si tratta di accanimento terapeutico di un sinodo che superate le sue fasi rituali, può essere riposto nelle teche del funzionariato ecclesiastico, quanto di onorare la parola data, nella quali ci si è ritrovati con commovente fiducia, e non lasciarla scorrere come l’acqua che si perde in un sistema idrico trascurato. Gli umori in circolazione non mancano di inviare i loro impliciti ammonimenti. Emerge la stanchezza di sentirsi sempre in stallo. Per molti la nostalgia degli appuntamenti sinodali, in cui hanno tangibilmente sentito di trovarsi in una Chiesa in cui ci si può davvero parlare. Si intensifica il pessimismo circa le reali ricadute di questo sforzo. Non mancano quelli che si riaccomodano nelle pratiche collaudate della parrocchia tradizionale. Ma incide molto la placida serenità di chi va a cercare altrove ciò che si è stancato di non trovare nella Chiesa, che sono molti di più. Non ci sono unicamente gli effetti della secolarizzazione, c’è anche una emorragia di credenti che non riescono più a essere tali nella Chiesa così come è, e nella Chiesa che passa il tempo a dirsi come vorrebbe essere. Questi anni sinodali sono stati in fondo una gran cosa, anche se, bisogna dire, sono stati molto più vissuti dai laici. Moltissimi laici, uomini e donne, hanno creduto a questa chiamata, per questa volta ancora in tanti. Penso che senza qualche vero scatto, realmente conseguente a quella ‘promessa’ che è stata il sentirsi chiamati al sinodo, la delusione sarà tale che alla prossima occasione ci si ritroverà in un deserto ecclesiale. L’impegno di oggi, perciò, è molto importante, perché non riguarda semplicemente noi, nel presente, e i rompicapi dell’attualità ecclesiastica, ma molto più quelli che verranno dopo di noi, e il loro desiderio, più o meno cosciente, di poter contare anche domani su una Chiesa in cui il vangelo sia realmente di casa.


Sommario n. 9

Settembre 2026  Anno CVII

Editoriale
GIULIANO ZANCHI
Per quelli che verranno dopo di noi 563
Contributi
FRANCO GIULIO BRAMBILLA
La dimensione locale della Chiesa.
Radici, sfide, prospettive
566
   
PIERPAOLO TRIANI
La ricezione del Cammino sinodale a un bivio.
Una mappa per orientarsi
583
   
GIACOMO CANOBBIO
Si può ancora credere nella risurrezione? 594
SYLVAIN BRISON
Breve introduzione alla teologia politica contemporanea.
Una riflessione sempre più necessaria
603
   
JEAN-LUC MARION
Lo sport. Un’esperienza spirituale 618
Esperienze pastorali
FRANCESCO FREDDI
L’«Equipe di comunione»
Un’esperienza di ricezione sinodale dalla diocesi di Mantova
626

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