Felice Scalia: il Vangelo della speranza e l’eresia della fede

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«Nino, quali sono gli elementi originari per i presocratici?». «Acqua, aria… fuoco…». «Esatto», incalza Felice, «…il fuoco, proprio il fuoco della vita che inizio a non sentire più».

È con questo dialogo, affidato ad Antonino Mantineo soltanto ieri sera mentre il corpo ormai cedeva, che padre Felice Scalia si congeda dalla vita. È venuto a mancare questa mattina. A darmene notizia è lo stesso Mantineo, mio professore di diritto ecclesiastico e canonico all’università di Catanzaro, con una voce incrinata da una commozione che a stento riesce a trattenere.

Subito la mente si affastella di ricordi. Rivedo questo gesuita, questo prete, che si presentava semplice, genuino, spontaneo. Un gigante, pur nella sua minuta statura, animatore della Piccola comunità “Nuovi orizzonti” di Messina. L’ho conosciuto negli anni del dottorato che ho condotto sotto la guida del prof. Mantineo, con il quale Felice manteneva una relazione di profonda stima, di grande affetto, di autentica amicizia.

Insieme a Mantineo, ad altri amici e colleghi come don Pino Silvestre, Domenico Bilotti, Stefano Montesano, Sebastian Ciancio abbiamo realizzato un piccolo ponte di condivisione culturale e spirituale tra Catanzaro e Messina. La memoria mi riporta indietro ai campi scuola nella Sila calabrese, sul lago Ampollino, all’iniziativa avviata all’università di Catanzaro con i “Giovedì del Logos e dello Spirito”, insieme a noi studentesse e studenti della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci), all’iniziativa promossa a Messina su “La Bibbia nelle strade dell’uomo”, e sarebbe difficile elencare tante altre belle esperienze vissute insieme.

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Lo chiamo solo Felice, perché non amava riferire a sé l’appellativo di “padre”, fedele com’era al Patto delle Catacombe di quei vescovi che, nel pieno dello spirito del concilio Vaticano II, avevano scelto di rifiutare i titoli onorifici, di non farsi chiamare “eccellenza”, di abbattere la logica gerarchica, di camminare «a piedi scalzi» dentro la storia. Perché di “padre”, come ricorda il Vangelo, ce n’è solo uno. Ed è il Padre che Felice presentava, seguendo l’insegnamento di Castillo, era finalmente umanizzato, con i tratti teneri, delicati, di cura di una “madre”.

Non ammetteva compromessi, Felice. Il Vangelo, e solo il vangelo. Che parlava ai poveri, agli ultimi, agli emarginati. “Disatteso”, ci ha ricordato in questi anni con le sue ultime pubblicazioni, questo Vangelo, perché profondamente scomodo, ma estremamente vivo in quanto capace di rispondere alle aspirazioni e ai desideri delle donne e degli uomini dei nostri tempi, di tutti i tempi. Con una parola: quella della gioia. Per questo motivo, Felice invitava ad alleggerire i pesi che attanagliano l’esistenza; a trovare nell’annuncio della resurrezione la forza di liberare, e liberarci, dai vincoli che soffocano le attese più sincere e vere del nostro animo. Invitava, Felice, ad essere donne e uomini liberati, ormai liberi.

Questa idea di libertà non sfociava però nell’individualismo. Felice era profondamente convinto della necessità di coltivare un’etica della responsabilità nei confronti degli altri e della collettività. Il Vangelo disatteso era un Vangelo “politico” fino al midollo, che chiede di sporcarsi le mani, di impegnarsi in prima persona per le sorti della comunità intera, non sono quella cattolica, non sono quella cristiana.

Tutta la comunità; la comunità civile e religiosa; la comunità umana. Coltivava l’utopia concreta di poter applicare a livello sociale il modello evangelico «tra voi non così» per favorire un potere alternativo alla logica dominante della sopraffazione e dell’imperialismo coloniale. Per questo rifiutava categoricamente un capitalismo che genera forme di diseguaglianza sempre più marcate. Guardava, in altri termini, alla politica come costruzione del Regno di Dio sulla terra, da edificare dentro le pieghe concrete delle storie dell’uomo.

Uomo di pace e di nonviolenza, osservava con profondo favore il processo di una “Costituzione della Terra” proposto da Luigi Ferrajoli e Raniero La Valle. Alcuni lo definivano “di sinistra”. In realtà, era semplicemente innamorato del Vangelo.

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Mi viene difficile scrivere di lui distinguendo il teologo dal gesuita, il gesuita dal prete, il prete dall’uomo. In fin dei conti, era un prete “laico” (al pari di Luigi Bettazzi che amava definirsi «vescovo e laico»), un teologo della liberazione e della speranza, un uomo della mitezza, che parlava, con la sua vita prima che con le parole, di un Dio che è amore, misericordia, accoglienza.

Vicino alle esperienze delle comunità di base, credeva in una forma di Chiesa sempre più svicolata dai modelli istituzionali di tipo gerarchico. Una Chiesa dalla parte degli oppressi, mai da quella degli oppressori. Felice era allergico alle cerimonie solenni, alla ritualità solo di facciata, alla visione di una norma ecclesiale che è violenza e soffocamento della libertà di coscienza. Lo diceva spesso, e mi pare di ascoltarlo ancora in questo momento: il Vangelo si esprime nella libertà, nell’amore scambiato e vissuto, nel rispetto delle alterità, delle vedute personali, delle diversità culturali. Per questo ricordava che non bisogna avere paura dell’eresia: è proprio questa -l’eresia – l’espressione più vera di una fede incarnata. Me l’ha scritto pure qualche mese addietro, in uno scambio tramite e-mail che riprendeva il pensiero di Bloch: «Caro Luigi, ricorda, se non siamo un po’ eretici non siamo neppure credenti».

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La sua teologia si faceva davvero pane spezzato. Ricordo la messa che presiedeva all’interno di una comunità, matura al punto da riconoscersi quale porzione di popolo sacerdotale, che si riuniva intorno alla Parola per celebrare la vittoria della vita sulla morta. Il momento dell’omelia diventava una discussione comune, un confronto aperto tra tutte e tutti. Nell’eucarestia si azzerava ogni distanza sacrale, restituendo al sacramento la forza della comunione fraterna. Era per davvero, anche visivamente, un “banchetto”.

In questo senso, in un suo libro che, mi diceva, amava molto, Felice auspicava finalmente una riforma della vita consacrata che la riportasse alla radicalità evangelica. Da questo punto di vista, non sorprende che Felice incoraggiato e sostenesse senza mezzi termini il cammino di riforma avviato dal suo confratello gesuita, papa Francesco. Un pontificato, ricordava, che aveva spalancato sulla chiesa e sul mondo la porta della speranza.

Ci saranno tempi e modi per riflettere, anche dal punto di vista sistematico, sulla profondità del pensiero teologico e della visione ecclesiale di Felice Scalia. Di lui ci rimane di certo una lezione da non dimenticare: il coraggio di essere un po’ eretici per amore del Vangelo, la pazienza di liberare il cuore dagli affanni, dalle ansie, dalle paure, la scelta di camminare disarmati dentro la storia. Una storia, quella dell’uomo, che è storia di un Dio che ama e ci vuole beati, ossia felici. Nomen omen.

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