Istituto del Verbo Incarnato: il fondatore riconosciuto abusatore

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Senza particolare risonanza, nelle scorse settimane è stata messa la parola fine, tre anni dopo la morte del “protagonista”, a uno dei casi di abusi, legati a istituti o congregazioni religiose, più prolungati e contorti.

Parole di giustizia e trasparenza, soprattutto nei confronti delle vittime, sono giunte, infatti, dal Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita apostolica rispetto alla definitiva colpevolezza di padre Carlos Miguel Buela, il sacerdote argentino, morto a Genova nel 2023, fondatore dell’Istituto del Verbo Incarnato (IVE, l’acronimo in spagnolo) e delle Serve del Signore e della Vergine di Matará (SSVM), per reati plurimi in violazione del canone 1395 § 2 del Codice di diritto canonico, che si riferisce a delitti contro la morale sessuale.

La lettera, firmata suor Simona Brambilla, prefetta del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita apostolica, da mons. José Antonio Satué Huerto, vescovo di Málaga, e da suor Clara Echarte (questi ultimi delegati pontifici, dal gennaio 2025, rispettivamente per l’istituto “maschile” e quello “femminile) afferma che sia il Tribunale penale speciale di primo grado sia il Tribunale di Appello hanno raggiunto la “certezza morale” della colpevolezza di padre Buela.

«Tale chiarimento – si legge nel testo del Vaticano – intende contribuire al ristabilimento della verità, quale atto di giustizia nei confronti delle persone che hanno subìto un danno a causa del comportamento del sacerdote Carlos Miguel Buela, nonché alla doverosa informazione dei membri di entrambi gli Istituti e al cammino di rilettura del carisma e di revisione, rinnovamento e purificazione della spiritualità, della formazione e dell’apostolato propri di ciascun Istituto, distinguendo tra il dono dello Spirito concesso per l’edificazione della Chiesa e i limiti o le condotte personali del Fondatore».

Già dal 2010, padre Buela era stato sanzionato e allontanato. Tuttavia, la vicenda ha una storia complessa e colui che è stato dichiarato “con certezza” colpevole ha spesso mostrato un’incredibile capacità di “cadere sempre in piedi”, ogni qualvolta l’istituzione ecclesiastica metteva un qualsiasi tipo di limitazione alle sue attività. Così accadde, per esempio, quando gli fu imposto di lasciare l’Argentina e gli Istituti spostarono la loro sede dalla diocesi di San Rafael, nel Paese sudamericano, a quella italiana di Velletri-Segni.

Va sottolineato che, per i due Istituti, il Vaticano ha scelto una strada diversa rispetto al peruviano Sodalizio di vita cristiana, sciolto lo scorso anno con le sue emanazioni. Cosa che, in questo caso, non è accaduta.

Il retroterra della America Latina

L’esperienza dell’Istituto del Verbo Incarnato e del rispettivo ramo femminile ci porta, dunque, in America Latina, un continente che ha visto, nella seconda parte del ventesimo secolo, fiorire varie esperienze di Istituti religiosi, connotati da un retroterra conservatore e da una forte rigidità dottrinale, destinati a entrare nelle cronache per gravi casi di abusi di cui sono stati accusati i fondatori o persone di spicco di tali realtà.

Naturalmente, ogni realtà fa storia a sé, e gli stessi contesti culturali sono diversi. Impossibile, però, non andare con il pensiero al già citato Sodalizio in Perù, e al fondatore Fernando Figari, ai Legionari di Cristo in Messico, con padre Maciel, o al Cile di padre Fernando Karadima e della Pia Unione Sacerdotale.

Si può intravedere, in tali esperienze, una matrice comune: la capacità dei fondatori di costruire strutture religiose potenti, raccogliere sostegni economici e politici e conservare a lungo la propria influenza, anche quando emergevano gravi contestazioni sulle loro condotte.

Un altro aspetto è che tali realtà, perlopiù, nascono in un contesto di reazione di stampo conservatore, in qualche caso ultraconservatore, nell’ambito del cammino ecclesiale latinoamericano, potendo contare su precisi riferimenti politici e culturali. Per quanto gravi siano, insomma – e certamente lo sono – i tanti casi di abuso ormai acclarati, tali Istituti, a partire dall’IVE, in Argentina, essi non vanno studiati isolando tali condotte da un contesto più ampio.

La vicenda dell’IVE

Ripercorriamo, dunque, in modo rapido, le vicende dell’Istituto del Verbo Incarnato e di padre Carlos Miguel Buela. Nato a Buenos Aires nel 1941 e ordinato sacerdote nel 1971, di lui sono note le posizioni critiche sul Concilio Vaticano II, la vicinanza ai militari, il forte anticomunismo, tanto che fu espulso dal seminario di Buenos Aires. Fu successivamente riammesso al percorso di formazione sacerdotale dal vescovo di San Martín, Manuel Menéndez, che lo ordinò sacerdote e gli affidò l’incarico di cappellano del Liceo militare General San Martín.

L’Istituto del Verbo Incarnato ebbe un luogo di “incubazione” nel seminario di Paraná, diretto nell’ambito dell’arcidiocesi guidata da Adolfo Tortolo. In quel contesto operarono sacerdoti come Alfredo Sáenz e Alberto Ezcurra, critici delle trasformazioni conciliari. Il seminario divenne una sorta di rifugio per sacerdoti e per aspiranti al sacerdozio intenzionati a conservare un’impostazione tradizionalista e a limitare l’applicazione delle riforme, e una “base” da cui prese il via l’esperienza del nuovo Istituto.

Nel frattempo, padre Buela maturava un cristianesimo intriso di devozione per la Madonna di Fatima, dentro una visione militante, in cui la religione cristiana veniva vista come una “cittadella assediata” da uno stuolo di nemici. Da qui l’anticomunismo del sacerdote, ma anche le forti venature di antisemitismo.

La data convenzionalmente associata alla fondazione dell’Istituto del Verbo Incarnato è il 25 marzo 1984, giorno in cui Giovanni Paolo II consacrò il mondo alla Madonna di Fatima. Per la nascita di questa realtà fu decisivo il ruolo del vescovo di San Rafael, León Kruk, che mise a disposizione della nuova realtà il Seminario diocesano.

Presto, ci furono le prime ordinazioni, seguite da un’espansione dell’IVE anche a livello internazionale e dalla nascita del ramo femminile dell’Istituto. Fin da subito, sorsero in seno all’episcopato argentino forti riserve e contestazioni. Padre Buela aveva maturato un modello di formazione e direzione spirituale basato su un ferreo controllo dei seminaristi, su pratiche manipolatorie, su disciplina e obbedienza, su uno stile settario, in cui il rapporto con il direttore diventava quasi esclusivo.

La prima grande crisi istituzionale si verificò nel 1994, quando Buela lasciò per la prima volta l’incarico di superiore generale. La rinuncia fu seguita da un intervento pontificio durato circa sette anni, nel corso del quale si susseguirono tre delegati incaricati di esaminare la situazione dell’Istituto: José Antonio Rico, dal 1995 al 1998; Aurelio Londoño, dal 1998 al 1999; Alfonso Rogelio Delgado Evers, dal 1999 al 2001.

L’indagine riguardava soprattutto le pratiche di formazione, le pressioni sui candidati e la tendenza a subordinare la libertà personale all’obbedienza al fondatore. In questi anni crebbe la contrarietà dell’episcopato argentino a tenere in vita l’Istituto, del quale venivano contestati i metodi formativi e vocazionali. Tra i vescovi favorevoli alla chiusura, c’era anche Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires.

Il 5 dicembre 2000, il delegato pontificio Alfonso Delgado Evers firmò a Roma tre decreti, con l’approvazione della competente congregazione vaticana, che disponevano la chiusura delle tre case di formazione dell’IVE a San Rafael: il seminario maschile e le due strutture femminili.

I provvedimenti sarebbero dovuti entrare in vigore il 1º febbraio 2001. A quel punto, però, anche in seguito a una richiesta di clemenza da parte dell’Istituto, si registrò un colpo di scena: queste realtà ecclesiali furono lasciate in vita ma le sedi centrali furono trasferite dall’Argentina all’Italia, nella diocesi di Velletri-Segni. L’Istituto continuava a esistere, con il suo ramo femminile, e veniva, di fatto, sottratto al controllo dei vescovi argentini.

Le accuse di abusi

La seconda grande crisi dell’IVE emerse nel 2009, quando cominciarono a circolare segnalazioni e denunce di abusi sessuali attribuiti a Buela. Le contestazioni riguardavano giovani che avevano fatto parte dell’Istituto e che, al momento degli abusi denunciati, erano maggiorenni.

Le testimonianze raccolte negli anni successivi avrebbero portato a stimare in circa due dozzine il numero delle possibili vittime. Nel 2010, la Santa Sede intervenne nuovamente. Un documento firmato dall’arcivescovo Gianfranco Agostino Gardin, allora segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, riferiva delle denunce presentate da circa venti seminaristi ed ex seminaristi. Il documento giudicava verosimili le accuse di comportamento moralmente inappropriato attribuite a Buela e riteneva accertati fatti molteplici e gravi, accentuati dalla posizione ricoperta dall’interessato all’interno dell’Istituto.

Il provvedimento disponeva due misure principali: la rimozione di Carlos Buela dall’incarico di superiore generale dell’IVE; l’obbligo di risiedere, fino a nuova disposizione, lontano dall’Istituto, presso l’abbazia di La Pierre-qui-Vire, in Borgogna, sotto l’autorità dell’abate.

L’IVE, anche successivamente, ha continuato ad esistere. Un ultimo dato cronologico significativo è la chiusura del Seminario di San Rafael, decisa dal Vaticano nel 2020. La struttura, anche dopo il trasferimento dell’IVE in Italia, non aveva operato in discontinuità rispetto al periodo di direzione di Buela. Da ciò, la decisione di queste settimane, e il definitivo pronunciamento sul fondatore, nel frattempo deceduto.

Una vicenda complessa, dunque, con elementi di riflessione per tutti, E con un futuro, per gli Istituti coinvolti, che resta ancora da scrivere.

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