
Le conferenze stampa dei papi durante i voli di ritorno dai viaggi apostolici sono diventate qualcosa di più di semplici conversazioni informali con i giornalisti. Alcune risposte finiscono per rivelare non soltanto l’orientamento di un pontificato, ma anche i problemi che potrebbero segnarlo e le decisioni che sarà chiamato ad affrontare. È accaduto più volte con Francesco. E qualcosa di simile potrebbe cominciare ad accadere anche con Leone XIV.
Al ritorno dalla Francia, Leone XIV è stato interrogato sugli abusi sessuali nella Chiesa, dopo aver incontrato a Lourdes sette vittime. Il Papa ne ha riconosciuto la particolare gravità quando si verificano all’interno della Chiesa: non soltanto distruggono o feriscono le persone, ma possono danneggiare profondamente anche la loro fede. Ha tuttavia evitato di definire gli abusi «sistemici». Ha ammesso che alcune organizzazioni ecclesiali possono aver agito in modo abusivo «come sistema», aggiungendo però subito dopo: «L’abuso sessuale è, prima di tutto, un problema umano».
Un’affermazione vera ma insufficiente
L’affermazione è vera. Il problema nasce quando da una verità indiscutibile si ricava una conclusione discutibile. Che gli abusi siano un fenomeno umano, presente anche nelle famiglie, nelle scuole, nelle associazioni e in altre istituzioni, non risponde alla domanda decisiva: nella Chiesa sono esistite strutture, culture istituzionali e modalità di esercizio del potere che hanno favorito gli abusi, il loro occultamento o l’impunità dei responsabili?
Le due spiegazioni, infatti, non si escludono a vicenda. L’abuso è certamente un problema umano, ma può assumere una dimensione sistemica quando determinate strutture di potere ne agevolano la commissione, la prosecuzione o l’occultamento.
È questa la ragione della decisa reazione di mons. Georg Bätzing, vescovo di Limburgo, che ha chiesto a Leone XIV un chiarimento. Vale la pena ricordare chi sta parlando. Mons. Bätzing ha presieduto per sei anni la Conferenza episcopale tedesca ed è stato una delle figure centrali del Cammino sinodale, un percorso che ha accompagnato assumendo responsabilità di primo piano e che è stato segnato proprio dalla questione degli abusi, dalle loro cause strutturali e dalle riforme che ne sono derivate. Sa dunque bene di che cosa si parla e sa anche ciò di cui sta parlando. Il suo intervento difficilmente può essere liquidato come una reazione affrettata o occasionale.
Il punto di riferimento è lo studio MHG, commissionato dai vescovi tedeschi e pubblicato nel 2018. Come ricorda mons. Bätzing, le sue conclusioni non consentono di spiegare gli abusi soltanto attraverso la condotta criminale dei responsabili: mettono in luce anche fattori strutturali della Chiesa stessa che possono averli favoriti e averne ostacolato l’accertamento.
Tra questi figurano il clericalismo, le relazioni asimmetriche di potere, la sacralizzazione dell’autorità sacerdotale, alcune difficoltà nel processo di maturazione psicosessuale e il modo di affrontare la sessualità e l’orientamento sessuale. A tutto ciò si aggiunge una cultura istituzionale che, per decenni e in determinati casi, ha privilegiato la reputazione dell’istituzione rispetto alla protezione dei bambini, dei giovani e delle vittime.
Per questo, limitarsi ad affermare che gli abusi sono «un problema umano» è insufficiente. Nessuno lo mette in dubbio. La questione è chiedersi non soltanto chi abbia commesso gli abusi, ma anche quali condizioni abbiano reso possibile che potesse farlo, che non venisse fermato e che le vittime non fossero ascoltate così a lungo.
L’abuso di potere nella Chiesa
Ed è qui che emerge il vero nodo del dibattito: l’esercizio del potere nella Chiesa.
Non a caso, il Cammino sinodale tedesco è nato in stretto rapporto con la crisi provocata dagli abusi e ha affrontato esplicitamente le loro dimensioni sistemiche. Il suo svolgimento ha posto in primo piano la partecipazione, la trasparenza e la responsabilità, proprio per contrastare l’abuso di potere.
Se determinati aspetti dell’organizzazione ecclesiale hanno favorito gli abusi o il loro insabbiamento, la prevenzione non può limitarsi alla punizione dei colpevoli, all’elaborazione di protocolli o ai programmi di formazione. Tutto questo è indispensabile, ma non basta. Occorre anche rivedere le strutture attraverso le quali si esercita il potere, si assumono le decisioni e si rendono conto delle proprie responsabilità.
Da qui la portata dell’osservazione di Leone XIV. Se si ridimensiona la dimensione sistemica del problema, si corre il rischio di indebolire anche il fondamento di quelle riforme che mirano a rafforzare il controllo sull’esercizio del potere, la trasparenza e la corresponsabilità.
È opportuno, tuttavia, non attribuire al Papa una posizione che non ha ancora espresso pienamente. Lo stesso mons. Bätzing evita di farlo. La sua domanda è molto più precisa: Leone XIV riconosce che determinate strutture della Chiesa hanno favorito gli abusi e il loro occultamento? È questa la questione che attende una risposta.
Riconoscere le cause sistemiche non significa attribuire la colpa a un astratto «sistema» per scagionare i singoli individui. Ogni abusatore è responsabile dei propri atti. Significa chiedersi se siano esistiti anche meccanismi istituzionali che hanno agevolato quegli atti, ostacolato le denunce, protetto i colpevoli o abbandonato le vittime. E, se tali meccanismi sono esistiti, riconoscere che la riparazione e la prevenzione esigono di trasformare anche questi ultimi. Per questo il dibattito va ben oltre la Germania.
In gioco non c’è soltanto il futuro del Cammino sinodale o la misura in cui il Vaticano consentirà di portare avanti determinate riforme. La questione è assai più profonda: se la Chiesa sia disposta a trarre dalla crisi degli abusi conseguenze non soltanto morali, penali e disciplinari, ma anche istituzionali ed ecclesiologiche.
Mons. Bätzing lo afferma senza mezzi termini nel suo intervento: minimizzare o negare le cause sistemiche rappresenterebbe un grave passo indietro, recherebbe un nuovo danno alle vittime e comprometterebbe la credibilità dell’opera di accertamento. Ricorda inoltre un principio difficilmente contestabile: l’autorità spirituale non può mai essere esentata dalla responsabilità e dalla vigilanza.
La contrapposizione tra «umano» e «sistemico» è dunque falsa. L’abuso è un fenomeno umano e, proprio per questo, può diventare sistemico quando determinate strutture di potere, culture istituzionali e meccanismi di occultamento ne favoriscono il verificarsi e ne rendono più difficile la scoperta e la persecuzione.
Verso un esercizio condiviso e partecipato del potere nella Chiesa?
Ecco una delle questioni che probabilmente segneranno il pontificato di Leone XIV: quale lettura darà della crisi degli abusi e, soprattutto, quali conseguenze sarà disposto a trarne riguardo all’esercizio del potere nella Chiesa.
Perché, in definitiva, la questione decisiva non consiste nello scegliere una parola. Si tratta di stabilire fin dove si intende arrivare. Se le cause sono state anche sistemiche, la conversione non può essere soltanto personale: dovrà essere anche istituzionale.
E allora emerge inevitabilmente la grande questione ancora aperta: chi esercita il potere nella Chiesa, come lo esercita, davanti a chi è chiamato a rispondere e chi può sottoporlo a controllo. Il Cammino sinodale tedesco ha scelto di avanzare verso forme più ampie di partecipazione, trasparenza, assunzione di responsabilità e condivisione delle decisioni. Mons. Bätzing, anche dopo aver lasciato la presidenza dell’episcopato tedesco, ha continuato a sostenere una partecipazione effettiva dei fedeli e la condivisione dei processi decisionali come elementi costitutivi della sinodalità.
Forse è proprio in questa direzione che passa, piaccia o meno, una parte importante della via d’uscita: un magistero e un governo ecclesiale meno unilaterali e più sinodali, partecipati e corresponsabili, nei quali l’esercizio dell’autorità non venga indebolito, ma sia sottoposto a trasparenza, responsabilità e controllo.
Perché, dopo quanto abbiamo imparato dalla vicenda degli abusi, diventa sempre più difficile sostenere che tutto debba cambiare, tranne il modo di esercitare il potere che ha contribuito a renderli possibili e a nasconderli.
Il dibattito non è finito. In realtà, è appena cominciato.





