Quali giovani, in quale Chiesa

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Foto di Guilherme Gomes dos Santos via Unsplash

Il dilagare della violenza in particolare a Milano, mettendo in ombra il senso delle proteste e delle richieste dei manifestanti il 17 e 18 ottobre, ha fatto diffuso in tanta parte dell’opinione pubblica il giudizio negativo. Al quale hanno dato ampio sfogo non pochi media, con l’avallo del Governo Meloni (cf. SettimanaNews).

Prontamente si sono riuniti allo stesso tavolo i ministri dell’Interno, della Difesa e della Giustizia. Già questo evidenziava la lettura incompleta e superficiale, da parte dell’Esecutivo e delle forze politiche che lo sostengono, di quel che era avvenuto e dei successivi sviluppi. La mancata convocazione, accanto ai colleghi, dei ministri dell’Economia, dell’Istruzione, degli Affari sociali e dello Sport ha mostrato inequivocabilmente l’interpretazione miope e parziale del disagio, dei bisogni e dei sogni dei giovani scesi in piazza.

Svelta e semplice la soluzione: osteggiare, colpire, punire e, se del caso, criminalizzare. Di qui il decreto sicurezza con misure lesive della libertà personale quali il fermo preventivo e i cinquecento parà spediti a Milano.

Ben altra la lettura del presidente Mattarella, che allargava l’orizzonte indicando la necessità di «uno sguardo di ampia visione che, accanto alle necessarie scelte congiunturali, si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore… di asservimento o di emarginazione». E ammoniva che «la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione», invitando a «un opportuno e coinvolgente incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza».

Ascoltare i protagonisti del futuro

Lasciata alle spalle la sbrigativa e maldestra ricerca del capro espiatorio – con l’accusa di terrorismo nei confronti di Youssef Siher –, lo svilupparsi di molte manifestazioni giovanili, attraverso cortei e occupazione di scuole, ha manifestato sinceri bisogni e volontà costruttiva in termini sia di denuncia, sia di proposta.

I tentativi di frange violente e le infiltrazioni facinorose (vedi la devastazione di edifici scolastici) sono ben poca cosa rispetto a quello che dal mondo giovanile emerge: idee, aspettative e speranze. Anche collegandosi alle istanze del mondo del lavoro e facendo proprie sia la causa della pace, sia le crescenti difficoltà economiche delle famiglie. Senza sottovalutare il sostegno degli insegnanti, la presenza di genitori con funzione di interposizione tra manifestanti e polizia e, non ultima, la comparsa nelle manifestazioni del tricolore italiano.

Tra le numerose e pertinenti riflessioni con cui Avvenire ha accompagnato gli eventi, segnalo la conclusione dell’articolo di Tommaso Greco, in data 23 ottobre, per il quale la sicurezza

«è stata ormai ridotta soltanto alla necessità di salvaguardare l’incolumità fisica dei corpi e l’integrità delle cose a cui teniamo. Ed è frutto di un rovesciamento paradossale che i giovani della generazione Z, protagonisti delle proteste di questi giorni – proteste fatte in nome di una sicurezza esistenziale composta di cura, di casa, di lavoro, di scuola, di università, di certezze sul futuro, di ambiente, di possibilità di arrivare a fine mese, di aspirazioni alla giustizia e alla pace – vengano fatti passare genericamente e collettivamente come attentati alla sicurezza, come nemici del futuro. Proprio loro che sono i garanti del futuro di tutti, e la cui voce dovremmo ascoltare invece di soffocarla».

Come si pone la Chiesa?

Rispetto a tutto quel che sta accadendo e sta emergendo dal mondo giovanile mi sorge urgente e preoccupata una domanda: come si pone la Chiesa italiana?

Come prima menzione le cronache hanno raccontato che i cittadini sorpresi dalle manifestazioni violente a Milano il 17 ottobre trovavano riparo nel Duomo. La Caritas della stessa diocesi si è dichiarata «disponibile… a partecipare a un’agorà dei e con i giovani che inauguri una nuova stagione di confronto coraggioso, di conoscenza reciproca, di condivisione di riflessioni ed esperienze. Che provi a ridurre le inquietudini, per svuotare le piazze della devastazione». Rilevando che «la conoscenza del mondo giovanile, e il dialogo con esso, non solo a Milano, ma anche a Milano, non dispongono di luoghi e prassi strutturati, costati, sufficienti».

Un chiaro segnale del bisogno di fare di più e meglio, come Chiesa, nei confronti del mondo giovanile. Un bisogno avvertito soltanto nella diocesi ambrosiana?

Spero di sbagliarmi, ma ho una sensazione di distanza tra il modo di occuparsi e preoccuparsi dei giovani nelle diocesi e nelle parrocchie e quello che avviene nei mondi vitali dei loro coetanei, incluso ciò che compare nel sito CEI sotto la voce «Servizio nazionale per la pastorale giovanile».

È in preparazione un incontro per animatori diocesani dei giovani da accompagnare con «una riflessione progressiva: dal riconoscimento della propria identità e del contesto in cui si è chiamati a operare, all’educazione del desiderio; dalle resistenze che abitano il presente, fino alla riscoperta delle relazioni e delle collaborazioni necessarie per camminare insieme».

È disponibile il sussidio Che cosa cercate? Giovani e senso nel contesto attuale secondo cui «le nuove generazioni continuano a cercare senso, futuro e speranza. Continuano a desiderare relazioni autentiche e percorsi di crescita. Continuano a interrogarsi sul significato del lavoro, degli affetti e della propria esistenza…». Intanto è partita la macchina di preparazione alla GMG 2027 di Seul con «quattro parole chiave: verità, amore, pace e coraggio».

Cose belle, bellissime. Ma non sono scritte ancora una volta un po’ troppo in «ecclesialese»? Non rischiano ancora di parlare dei giovani e ai giovani più che di far parlare i giovani?

Mi chiedo se e quanti giovani delle parrocchie e delle associazioni cattoliche sono scesi hanno manifestato pacificamente con i loro coetanei, quanti di essi stanno partecipando attivamente alle iniziative in corso nelle scuole occupate. E se nei loro educatori e animatori come pure nei preti ad essi dedicati c’è la voglia e la capacità di farli «giocare a tutto campo», negli gli spazi della missione difficilmente preventivabili e definibili a tavolino.

Perché non è possibile essere giovani cristiani e cattolici senza esserci, senza stare in frontiera, senza relazionarsi e diventare amici degli altri, dei cani sciolti, dei lontani… Soltanto i giovani «di Chiesa», con i loro limiti ma soprattutto con il loro entusiasmo e la loro voglia di futuro, potranno evangelizzare il resto dell’universo giovanile.

Educare anche all’impegno civile e politico

Aggiungo un’altra preoccupazione: oltre a lamentare che la politica è vecchia (di persone e/o di idee), distante dai vissuti quotidiani, sorda alle attese dei poveri e dei giovani, non possiamo non educare i giovani di oggi – come componente della vocazione del cristiano – all’impegno civile e politico. Cosa che, in altri tempi, la Chiesa ha con intelligenza predicato e praticato, basterebbe ricordare come e perché il ventinovenne Aldo Moro fu eletto all’Assemblea Costituente.

Sono andato a rileggere il decreto conciliare sull’apostolato dei laici. Apostolato è un termine oggi desueto; ma tanto distante da quel che chiamiamo evangelizzazione? Ancora buono per i giovani delle nostre Chiese, attivatore di atteggiamento missionario, di presenza nel mondo, di buona notizia di saper essere contagiosi. Così come i padri conciliari chiamavano in causa i giovani dal momento che «un accresciuto loro peso nella società esige da essi una corrispondente attività apostolica, alla quale del resto la loro indole naturale li dispone». Perfino dei ragazzi si dichiarava: «Secondo le proprie forze sono veri testimoni viventi di Cristo tra i compagni» (AA n. 12).

Affermazioni che – spero – non siano tacciate di eccessivo ottimismo conciliare, nella convinzione che un po’ di ripasso del Vaticano II possa arricchire tutto ciò che nelle nostre Chiese va sotto il nome di «pastorale giovanile».

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