
Fabrizio Mastrofini – autore di SettimanaNews – è il curatore del volume Conflitti: senzapace non c’è futuro (edizioni Sanpino), di recente pubblicazione. Il volume, che raccoglie contributi di Giuseppe Crea, Emilce Cuda, Therese Lysaught, Kerstin Schlögl-Flierl, Fishel Szlajen, con la Prefazione di Vincenzo Paglia, mette in dialogo discipline diverse sul comandamento «non uccidere». Introduciamo qui le motivazioni del lavoro, gli intenti e le diverse prospettive.
- Caro Fabrizio, perché questo volume che raccoglie diversi contributi – e da diversi punti di vista – sul tema generale suggerito dal titolo?
Da tempo su SettimanaNews e su altri media sottolineo che facciamo troppo poco sul tema della pace. Il papa parla ogni volta che può. Papa Francesco lo faceva quasi ogni giorno. Ma il resto della Chiesa non si muove abbastanza. Nel 2024 un intervento in questo senso del teologo Severino Dianich su queste pagine web (qui), è rimasto praticamente senza effetto. Da qui l’esigenza di “fare qualcosa”.
Devi sapere poi che, nel 2022, mons. Vincenzo Paglia, come racconta lui stesso nella prefazione di questo volume, aveva pensato ad un’iniziativa e ad un appello coinvolgendo alcuni teologi – don Pierangelo Sequeri per tutti – per prendere sul serio e ampliare l’impostazione di Fratelli Tutti. Ma poi quella pregevole iniziativa si è persa, come a volte accade. Così ho deciso di darmi da fare personalmente. E questo è il risultato.
- Come hai pensato e organizzato i contributi degli autori?
Ho pensato prima di tutto al tema dei «conflitti» in una triplice chiave: nella Chiesa, nella società, e a livello individuale. Sono tre strati concentrici e, allo stesso tempo, interconnessi. Quindi, mi sono rivolto ad autori internazionali, perché la teologia e la riflessione ecclesiale italiana non è, purtroppo, ad un livello interessante. E ho cercato studiose e studiosi che conosco personalmente, affinché ci fosse un dialogo: dialogo prima della stesura dei contributi/capitoli, durante e dopo, per affinare i contenuti.
- Come hai «composto» – specie con la tua conclusione – le piuttosto evidenti eterogeneità di contenuto e di visione degli autori?
L’eterogeneità è la ricchezza del libro. L’obiettivo è discutere e far discutere. Il filo conduttore è semplice: di fronte alle «policrisi» che viviamo, dobbiamo uscirne attraverso due princìpi guida: la pace e il prendere sul serio il comandamento «non uccidere». La mia posizione è per un pacifismo drastico, radicale, ma non ingenuo. Per questo, la conclusione del volume elenca una serie di proposte concrete per la Chiesa istituzionale ma anche per tutti cristiani e le persone di «buona volontà».
L’eterogeneità dei contenuti è sostenuta dal filo conduttore della ricerca della pace nella differenza, posto che le differenze e le eterogeneità costituiscono appunto una ricchezza. Saranno i lettori a dirci se l’intento fondamentale è stato ben perseguito. Lo chiedo, da subito anche a te, che hai già letto il libro.
- Ti do, certamente, un mio riscontro: mi sono chiesto se l’«etica del limite» che proponi – quale via religiosa (e non solo) per la pace – sia una sorta di «minimo comune denominatore» tra la posizione ebraica, quella cristiana e, forse, quella islamica. Cosa intendi quindi per «etica del limite»? Non è troppo poco dal punto di vista cristiano?
Certamente uno dei miei scopi era e resta dialogare col mondo ebraico. Il rabbino argentino Fishel Szlajen ha accettato volentieri il confronto e ha scritto un saggio nel saggio. L’«etica del limite» è una prospettiva ebraica molto concreta: si deve discutere, ma non uccidere l’avversario. Se lo trasformi in «nemico» lo disumanizzi, disumanizzi te stesso, e sei fuori dalla sfera morale.
Vale per il terrorismo e per gli estremismi – il rabbino lo spiega molto bene –, ma vale anche per la risposta dello Stato quando eccede il «limite» e distrugge in modo insensato e indiscriminato, come abbiamo visto e vediamo ogni giorno. Il rabbino sottolinea anche questo, sebbene in tono «minore» come scoprirà chi legge.
Certo, ognuno di noi vive condizionamenti politici propri, e nessuno dei diversi autori fa eccezione. Ma il dibattito che abbiamo creato è essenziale. Le religioni devono fare un passo avanti e porsi come capofila di una mentalità rinnovata che metta fuori legge i conflitti, senz’altro quelli armati e violenti.
Ma attenzione: la prospettiva del libro è radicale. Non parliamo solo di «guerre» bensì di «conflitti», cioè quelli economici, commerciali, politici, finanziari, capaci di strangolare intere nazioni e continenti condannando milioni e milioni di persone a vivere senza futuro. Non sono guerre dichiarate, ma hanno effetti anche peggiori.
- Più volte viene richiamata la «centralità della Scrittura» – a cui fanno riferimento tutti gli autori –, tuttavia mi viene da chiedere quale Scrittura? A.T. e/o N.T.? Basta il «non uccidere» di Esodo 20,13 a «metterci tutti d’accordo» tra appartenenti ai tre monoteismi, e magari anche coi «non credenti» razionali?
Deve bastare. Il comandamento biblico non è solo «non uccidere»: più esattamente è «non uccidere un avversario personale e inerme» oppure il «non ti gravare del reato del sangue», relativamente al verbo rasah dell’originale ebraico.
Esodo 20,13 va letto insieme a Gen 9,6 – «Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché a immagine di Dio egli ha fatto l’uomo» – e Lv 19,17-18: «Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello… non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo ma amerai il prossimo tuo come te stesso».
Vediamo ogni giorno la violazione di questi «precetti», da parte di chi dovrebbe stare dentro una visione religiosa della vita. Ma vero è che la Chiesa stessa, nella sua storia, li ha violati, incitando alle Crociate e condannando a morte presunti eretici. Oggi serve una visione davvero nuova, di pace, pacifista, radicale.
Il libro – mi pare – lo dica bene. E spero che ciò risulti assai chiaro ai lettori.
- Spunti e proposte sono interessanti. Mi resta ancora una domanda, mossa dal dubbio: la pace si costruisce «dall’alto» o «dal basso», dalla messa fuorilegge della guerra – per «dogma papale» – ovvero dalle «piccole comunità» di uomini e di donne – religiose e «laiche», religiose e no – che scelgono di vivere la pace in maniera alternativa a questo sistema-mondo?
Posso rispondere: in tutti e due i modi!? A patto che, «dal basso», si faccia di più. Per questo libro, ho cercato e ho avuto contatti con il mondo delle teologhe italiane, ad esempio, e non ho avuto risposte. Ho cercato nel mondo protestante valdese-metodista: silenzio assoluto. La teologia morale tace, come abbiamo visto dopo gli interventi di Dianich. Il gruppo dei teologi messo in piedi nel 2022 da mons. Paglia con mons. Sequeri, è praticamente svanito nel nulla. Certo, il tema è complesso e difficile. Ma abbiamo almeno gli ultimi due papi – Francesco e Leone XIV – che, da anni, insistono sulla pace. E il resto della Chiesa dov’è? I credenti dove sono? I teologi e le Università che fanno?
- A mio avviso, «manca» qualcosa – ma certamente in un libro non ci può stare tutto – circa lo scandalo dei cristiani che continuano a farsi la guerra tra loro, persino invocando il nome di Dio. Il riferimento è, naturalmente, alla guerra in Ucraina e al rapporto con e tra le Chiese ortodosse dell’Est europeo. Ti senti di dire qualcosa in proposito?
È uno scandalo, certo. Nella Conclusione che porta la mia firma, sottolineo come il cristianesimo della Chiesa unita del primo millennio e il cattolicesimo del secondo millennio, abbiano portato divisioni e guerre. Nel primo millennio con le eresie, i Concili di condanne e le lotte interne – basta leggere il Liber Pontificalis, accessibile oggi grazie alla preziosa iniziativa delle Edizioni Città Nuova – e le guerre vere e proprie tra papi e senato romano.
Nel secondo millennio con le Crociate, le guerre di religione in Europa, l’Inquisizione, la Riforma e la Controriforma, solo per dare alcuni esempi. E oggi c’è la guerra in Europa tra due paesi nominalmente cristiani.
È davvero da poco che abbiamo compreso come la religione deve diventare un fattore di pacificazione e di unione tra i popoli, anziché fomentare odio. Purtroppo, facciamo passi indietro, di continuo.
Il libro in questo senso è un tentativo di andare avanti. Ho già invitato il Preside della Facoltà di teologia della Pontificia Università Salesiana ad aprire un tavolo di dibattito. Sto aspettando la risposta. Temo che non arriverà, perché siamo purtroppo lontani dalla consapevolezza di quanto i «segni dei tempi» dicano che servono iniziative comuni e urgenti.
Ma il gruppo di autori di questo volume – tre teologhe, il rabbino, uno psicoterapeuta, e io come coordinatore – siamo fiduciosi e spingiamo perché si faccia qualcosa. Spingiamo!





