
L’ultimo saggio di Roberto Celada Ballanti I dialoghi interreligiosi d’immaginazione da Giustino a Lessing si colloca in un ambito di ricerca di particolare rilievo per la filosofia della religione contemporanea: quello del rapporto fra le diverse tradizioni religiose, considerato non soltanto sotto il profilo storico, teologico o politico, ma anche nella prospettiva delle forme attraverso cui l’Occidente ha immaginato la possibilità del loro incontro.
Già il titolo suggerisce un orientamento metodologico preciso. L’autore non intende occuparsi esclusivamente dei dialoghi effettivamente avvenuti fra esponenti di religioni differenti, bensì di quelle costruzioni letterarie e filosofiche nelle quali un confronto tra fedi diverse viene rappresentato, simulato o idealmente progettato. Si tratta, in altri termini, di studiare non soltanto la storia degli incontri interreligiosi, ma anche la storia delle immagini che una determinata cultura ha elaborato dell’incontro con l’altro.
Un viaggio nel tempo
Il percorso delineato dal volume, da Giustino a Lessing, attraversa un arco cronologico assai ampio e comprende alcune figure decisive della storia del pensiero religioso occidentale: Giustino Martire, Minucio Felice, Pietro Abelardo, Raimondo Lullo, Niccolò Cusano, Jean Bodin e Gotthold Ephraim Lessing.
La scelta di questi autori consente di seguire, attraverso epoche e contesti differenti, il mutare delle forme del confronto fra religioni: dalla controversia apologetica dei primi secoli cristiani alla riflessione medievale sulla ragione e sulla missione, dalle aspirazioni rinascimentali alla concordia fino al problema moderno della tolleranza.
Non si tratta, tuttavia, di una semplice storia del progresso dell’apertura religiosa. La prospettiva di Celada Ballanti sembra piuttosto invitare a interrogare criticamente la struttura stessa di questi dialoghi, mettendo in evidenza le ambivalenze che possono accompagnare ogni progetto di inclusione dell’altro.
È precisamente in questa direzione che assume particolare rilievo la formula dell’inclusione che esclude, indicata nella presentazione del volume. Essa esprime una delle questioni filosofiche più interessanti del progetto: l’altro (religioso) può essere formalmente ammesso al dialogo, ascoltato e persino valorizzato, ma soltanto a condizione di essere ricondotto entro un sistema di verità, un linguaggio o un ordine di senso già stabilito.
L’inclusione, in tal caso, non coincide con il riconoscimento autentico dell’alterità. Ciò che appare diverso viene sì accolto, ma la sua differenza è neutralizzata; gli si concede una voce, ma solo entro una scena le cui regole sono state fissate da chi detiene il potere interpretativo.
Il dialogo immaginario
Il dialogo può così diventare una forma raffinata di appropriazione: anziché aprire uno spazio nel quale gli interlocutori possano modificarsi reciprocamente, si trasforma in uno strumento attraverso cui una tradizione conferma la propria identità e la propria pretesa di verità.
Questa impostazione permette di comprendere il significato filosofico della categoria d’immaginazione. Il dialogo immaginario non è una semplice fantasia priva di valore storico. Esso può essere considerato un laboratorio nel quale una cultura sperimenta possibilità di rapporto con l’altro che la realtà storica non ha ancora realizzato, oppure non ha mai realizzato pienamente. Quando, ad esempio, un autore mette in scena un cristiano, un ebreo e un musulmano, non si limita a descrivere tre posizioni religiose: stabilisce chi può parlare, quali domande possono essere poste, quali risposte risultano ammissibili e quale idea della verità deve governare la conversazione.
La forma dialogica diviene quindi uno strumento privilegiato per indagare i presupposti di una cultura e le sue modalità di rappresentazione dell’alterità. Ma essa possiede anche un’ambivalenza fondamentale: mentre rende l’altro presente, può, nello stesso tempo, parlare al suo posto e costruirne un’immagine funzionale alle esigenze dell’autore.
Giustino, Minucio Felice, Abelardo e Raimondo Lullo
Il primo momento del percorso, rappresentato da Giustino Martire, rinvia al Dialogo con Trifone, uno dei testi fondamentali della letteratura cristiana antica. Qui il confronto fra cristianesimo ed ebraismo si sviluppa intorno alla Scrittura, alla tradizione d’Israele e alla pretesa cristiana di riconoscere in Cristo il compimento delle promesse bibliche.
Il dialogo testimonia una situazione originaria destinata a ripresentarsi in molte forme nella storia successiva: il cristianesimo riconosce nell’ebraismo la propria radice, ma tende contemporaneamente a interpretarlo alla luce della propria concezione teologica.
Con l’Octavius di Minucio Felice, il confronto si sposta nell’ambito della cultura latina e della polemica fra cristianesimo e religiosità pagana.
La forma dialogica consente di presentare la difesa della nuova fede attraverso una scena nella quale differenti concezioni della religione, della morale e della ragione vengono messe a confronto. Anche in questo caso, tuttavia, il lettore è invitato a interrogarsi sulla reale apertura del dialogo quando una delle posizioni è già destinata a rappresentare la verità.
L’apologetica possiede una precisa legittimità storica: nasce dalla necessità di difendere una comunità e di rispondere alle accuse rivolte contro di essa. Ma, dal punto di vista della filosofia del dialogo, essa mostra una difficoltà strutturale. L’interlocutore può essere convocato affinché la verità venga discussa, tuttavia il senso ultimo della discussione è già deciso in partenza.
Il dialogo appare allora aperto sul piano della forma, ma chiuso sul piano dell’esito.
Il passaggio a Pietro Abelardo e a Raimondo Lullo introduce ulteriori elementi. In Abelardo, la forma dialogica si lega alla ricerca razionale della verità e all’esercizio critico della ragione. Il confronto fra posizioni differenti può diventare un metodo di indagine, nel quale le autorità vengono interrogate e le argomentazioni sottoposte a verifica.
Con Raimondo Lullo, invece, il dialogo interreligioso si inserisce in un orizzonte nel quale ragione, missione e progetto di conversione sono strettamente connessi. La possibilità di un linguaggio comune fra le religioni è legata alla speranza di mostrare razionalmente la verità cristiana.
Questi autori rivelano che il dialogo può essere concepito come lo strumento attraverso cui una verità universale intende rendersi riconoscibile all’altro.
Ma l’interlocutore viene invitato a partecipare a una ricerca autenticamente aperta oppure viene condotto verso una conclusione già stabilita? La distinzione è decisiva, poiché, nel primo caso, il dialogo implica la possibilità di una trasformazione reciproca, mentre, nel secondo, rischia di diventare una forma di persuasione nella quale la voce dell’altro serve soprattutto a confermare la posizione di partenza.
Cusano, Bodin e Lessing
La presenza di Niccolò Cusano nella genealogia assume un rilievo particolare. Con il De pace fidei, il filosofo rinascimentale immagina un incontro fra rappresentanti di diverse religioni, chiamati a confrontarsi sulla possibilità di una concordia nella fede.
Il problema viene pensato nel rapporto fra l’unità della verità divina e la molteplicità delle sue declinazioni da parte degli uomini. Così, le differenti tradizioni religiose possono essere considerate nella loro relazione con una verità che eccede ogni formulazione univoca.
L’universalismo “cusaniano” può essere letto come un tentativo di sottrarre il rapporto fra le religioni al conflitto e all’esclusione, ma anche come una prospettiva nella quale le differenze concrete rischiano di essere ricondotte a manifestazioni secondarie di un’unità già presupposta.
Con Jean Bodin, la questione della pluralità religiosa entra più direttamente nell’orizzonte politico della convivenza civile. Il problema non riguarda più soltanto il rapporto fra le diverse pretese di verità, ma anche le condizioni che rendono possibile la coesistenza di comunità confessionali differenti. Ciò è indispensabile per una filosofia del dialogo, poiché le religioni non sono soltanto sistemi di credenze, ma anche comunità storiche, istituzioni e forme di appartenenza.
La tolleranza può rappresentare una conquista fondamentale della civiltà politica, ma può conservare una struttura asimmetrica: chi detiene il potere concede all’altro il diritto di esistere, mantenendo tuttavia la posizione di colui che stabilisce i limiti della tolleranza. La distinzione fra accoglienza e riconoscimento diviene allora essenziale.
Il percorso giunge infine a Gotthold Ephraim Lessing e a Nathan il saggio: uno dei testi più celebri della modernità sul tema della tolleranza religiosa.
La parabola dei tre anelli mette in discussione la possibilità di stabilire, sulla base di prove esteriori o di una semplice eredità confessionale, quale religione possieda in modo esclusivo la verità. Il valore della fede viene trasferito anche sul terreno della vita concreta, della giustizia e della responsabilità verso gli altri.
Il confronto fra ebraismo, cristianesimo e islam non viene risolto mediante la dimostrazione della superiorità di una tradizione, ma attraverso l’affermazione dell’umanità come tratto unitario. Non scompare, tuttavia, la questione delle varie differenze teologiche.
La problematica comunque investe anche il linguaggio. Ogni tradizione religiosa dispone di categorie specifiche per parlare di Dio e/o dell’esperienza spirituale. Quando una religione descrive un’altra, deve tradurre concetti che spesso non possiedono equivalenti perfetti.
Il linguaggio, però, non è uno strumento neutro: contribuisce a stabilire ciò che può essere riconosciuto come vero, comprensibile o significativo. Parlare dell’altro significa inevitabilmente interpretarlo, ma l’interpretazione può trasformarsi in una forma di riduzione. Il problema non consiste nel pretendere un’impossibile neutralità, bensì nel rendersi consapevoli dei propri presupposti.
Una logica inclusiva plurale
La proposta di una logica inclusiva plurale, indicata come possibile prospettiva conclusiva del volume, sembra muoversi proprio nella direzione del superamento di una concezione appropriativa del dialogo. La formula appare significativa perché cerca di tenere insieme due esigenze spesso contrapposte: il riconoscimento della pluralità delle tradizioni religiose e la necessità di non ridurre la questione della verità a un semplice relativismo.
Se tutte le religioni vengono dichiarate equivalenti senza alcun criterio di verità, il dialogo rischia di neutralizzare le loro differenze più profonde; se, al contrario, una sola tradizione viene assunta come misura definitiva di tutte le altre, il confronto si trasforma in assimilazione.
Una logica inclusiva plurale dovrebbe quindi cercare una forma di universalità capace di non cancellare le differenze.
Nel complesso, il progetto di Celada Ballanti appare intellettualmente promettente. Il suo interesse principale consiste nel sottrarre il dialogo interreligioso alla sola dimensione contemporanea e nel ricercarne le radici nelle forme letterarie e filosofiche attraverso cui l’Occidente ha rappresentato l’incontro con l’altro.
La categoria dell’inclusione che esclude appare particolarmente feconda perché permette di cogliere l’ambivalenza dell’universalismo religioso. L’universalità può aprire lo spazio della fraternità, ma può anche assorbire l’altro in una struttura che continua a riconoscere sé stessa come misura ultima.
Il merito fondamentale del volume sembra, dunque, risiedere nella capacità di porre il problema del dialogo a un livello più radicale di quello del semplice confronto. Non si tratta soltanto di chiedersi se le religioni possano convivere, ma se possano incontrarsi senza che una di esse debba previamente stabilire il significato o il valore dell’altra.
Roberto Celada Ballanti, I dialoghi interreligiosi d’immaginazione da Giustino a Lessing, Morcelliana, Brescia 2026.





