
Il 22 settembre Mike Lewis, fondatore e direttore del sito di analisi e informazione Where Peter Is, ha pubblicato un dettagliato articolo intitolato: «When does distorsion become dishonesty?» (Quando la distorsione diventa disonestà?). Lo presentiamo ai nostri lettori, nella traduzione di Fabrizio Mastrofini, nell’ambito del dibattito suscitato dall’intervento di Marco Vergottini (qui).
Continuo a pormi la stessa domanda: perché tanta disonestà?
Non riesco proprio a capire come persone che si definiscono cattolici tradizionali, ortodossi e fedeli possano essere così spietate nel distorcere la verità sugli altri cattolici.
Non posso leggere nell’animo di nessuno, ma dopo quasi un decennio di palesi e ovvie distorsioni della realtà da parte di giornalisti, opinionisti e personaggi dei media cattolici, sta diventando impossibile credere che ci sia una spiegazione innocente.
Un esempio recente riguarda l’arcivescovo Renzo Pegoraro, nominato presidente della Pontificia Accademia per la Vita lo scorso anno, dopo il ritiro dell’arcivescovo Vincenzo Paglia all’età di 80 anni. Michael Haynes del Catholic Herald ha annunciato all’inizio di questo mese su X che Pegoraro «ha sostenuto che i cattolici possono appoggiare leggi sull’eutanasia ‘imperfette’».
Va precisato che Haynes ha sollevato la questione sbagliata. L’arcivescovo si riferiva al suicidio assistito, non alla eutanasia. Entrambi sono contrari alla dottrina cattolica, ma non sono identici. Il suicidio assistito presuppone che l’individuo scelga la morte e compia l’atto finale, mentre l’eutanasia viene praticata da un’altra persona e può essere eseguita senza il consenso del paziente. Sebbene le questioni siano correlate − entrambe rientrano nella categoria più ampia di «morte assistita» −, la Chiesa distingue sempre tra i due nei suoi documenti dottrinali, come ad esempio il documento Samaritanus Bonus del 2020 della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Nel corso del suo articolo, Haynes continua a confondere queste due questioni. Arriva persino a descrivere una sentenza della Corte costituzionale del 2019, che ha aperto la strada alla legalizzazione del suicidio assistito, come una «legge che ha parzialmente depenalizzato l’eutanasia in Italia». Tratta l’argomentazione prudenziale di Pegoraro come se fosse un’approvazione dell’eutanasia in alcuni casi, senza però analizzare seriamente le parole dell’arcivescovo o i principi morali a cui fa riferimento.
Cosa ha detto l’arcivescovo Pegoraro?
La situazione italiana di cui parlava Pegoraro è più complessa di quanto la descrizione di Haynes lasci intendere. Una sentenza della Corte costituzionale del 2019 ha di fatto legalizzato il suicidio assistito in Italia in determinati casi. La Corte ha lasciato al Parlamento il compito di stabilire una politica nazionale. Ad oggi, una politica nazionale non è stata approvata. Inoltre, in assenza di una politica nazionale, diversi enti locali hanno emanato normative regionali per regolamentare il suicidio assistito.
Il Veneto, regione da tempo associata al centro-destra, ha da poche settimane approvato una legge sul suicidio assistito. In un’intervista rilasciata il 6 settembre ad Avvenire e pubblicata in inglese sul sito web dell’Accademia, Pegoraro ha criticato la fretta con cui la legge è stata adottata, sostenendo che la priorità dello Stato dovrebbe essere la cura palliativa e l’aiuto ai pazienti nella scelta della vita. Guardando poi al dibattito nazionale, ha sollevato la questione della «legge imperfetta», affermando: «Da una prospettiva cattolica, la questione è, in sostanza, valutare se ci troviamo di fronte a una ‘legge imperfetta’, alla quale sarebbe comunque moralmente giusto dare il proprio consenso, dato che altrimenti il Parlamento potrebbe facilmente approvare leggi più permissive e libertarie, che sarebbero ben più dannose per la dignità dei malati e il valore della vita».
La traduzione inglese dell’intervista a cura della Pontificia Accademia si intitola Decriminalizzare il suicidio assistito: la prospettiva dell’Accademia. Pegoraro afferma esplicitamente: «Non esiste un diritto al suicidio assistito». In essa, dichiara che gli operatori sanitari non devono mai «causare la morte o assistere al suicidio» e che il suicidio è qualcosa «da prevenire, mai da sostenere».
In realtà, ciò di cui sta discutendo è il classico problema morale se sia lecito votare o accettare una legge restrittiva per mitigare un male, quando l’alternativa politica è una legge più permissiva che lo permette.
La Pontificia Accademia per la Vita dell’era di Francesco non ha inventato questo principio. Giovanni Paolo II ha insegnato nell’enciclica Evangelium Vitae (paragrafo 73) che, quando l’abrogazione completa di una legge ingiusta sull’aborto è impossibile, un legislatore la cui opposizione all’aborto sia chiara può sostenere misure volte a limitarne i danni. La Congregazione per la Dottrina della Fede ha ribadito questo principio nella sua Nota Dottrinale del 2002 sui Cattolici nella Vita Politica. Questo è il principio a cui l’arcivescovo Pegoraro si riferiva nell’intervista, applicandolo al suicidio assistito.
Ovviamente Pegoraro avrebbe torto se ci fosse una reale possibilità di approvare un divieto assoluto e, ciononostante, promuovesse la legalizzazione del suicidio assistito. Ma non è così che interpreta la situazione e, per quanto ne so, la sua valutazione è realistica.
Haynes sostiene che Pegoraro «sembra contravvenire all’insegnamento cattolico riguardo al principio del doppio effetto», suggerendo che votare a favore di una legge più restrittiva sia di per sé un male. Ma l’enciclica Evangelium Vitae (par. 73) affronta proprio questa situazione, affermando che sostenere una legge più restrittiva «non rappresenta in realtà una cooperazione illecita con una legge ingiusta, bensì un tentativo legittimo e opportuno di limitarne gli aspetti negativi». In altre parole, applicare questo principio non significa invocare il doppio effetto e non costituisce affatto un male.
Come la narrazione ha preso piede
La reazione alle notizie riguardanti Pegoraro è stata quasi immediata perché molti cattolici sono stati indottrinati a credere che la Pontificia Accademia per la Vita sia malvagia e piena di eretici.
Nel 2016 e nel 2017, Papa Francesco ha intrapreso importanti riforme di due istituzioni fondate da Giovanni Paolo II: la Pontificia Accademia per la Vita e l’Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi sul Matrimonio e la Famiglia. Ha nominato l’arcivescovo Vincenzo Paglia presidente dell’Accademia e Gran cancelliere del rinnovato Istituto. Le riforme hanno ampliato la portata e l’approccio interdisciplinare di entrambe le istituzioni, hanno sostituito le nomine a vita all’interno dell’Accademia con incarichi a tempo determinato, hanno ammesso esperti non cattolici e hanno rimodellato gli statuti, il curriculum e il corpo docente dell’Istituto. Negli ambienti conservatori e pro-vita, si è presto diffusa la narrazione secondo cui entrambe le istituzioni erano diventate compromesse, eterodosse e moralmente discutibili.
Negli anni successivi, sembrava che ogni sviluppo significativo riguardante entrambi gli istituti venisse interpretato da alcuni settori dei media cattolici come ulteriore prova di un tentativo di minare la dottrina morale cattolica. Suscitò allarme la nomina, nel 2017, del teologo morale di Oxford e oppositore dell’eutanasia Nigel Biggar, un anglicano che aveva espresso sostegno all’aborto legale in alcune circostanze. La rimozione, nel 2019, dell’ex Preside monsignor Livio Melina dall’Istituto Giovanni Paolo II fu presentata come un ripudio della sua eredità fondativa. E la nomina, nel 2022, dell’economista atea Mariana Mazzucato, la cui attività su Twitter successiva alla sentenza Dobbs fu interpretata come sostegno all’aborto, portò a ulteriori accuse di aver abbandonato la sua missione pro-vita.
Ma in entrambi i casi, la realtà era più complessa. La cattedra di Melina presso l’Istituto è stata ufficialmente eliminata nell’ambito della ristrutturazione del piano di studi, e lo stesso Melina si era espresso pubblicamente a favore di un’interpretazione restrittiva dell’esortazione di Papa Francesco Amoris Laetitia.
Lo statuto dell’Accademia consente la nomina di non cattolici con competenze «in campi attinenti alla vita umana (medicina, scienze biologiche, teologia, filosofia, antropologia, diritto, sociologia e così via)». Biggar fu raccomandato per l’Accademia dall’Arcivescovo di Canterbury per il suo ampio impegno contro l’eutanasia e il suicidio assistito .
Mazzucato, dal canto suo, è stata nominata per la sua competenza in economia, disuguaglianza e politiche pubbliche. Papa Francesco ha elogiato il suo lavoro ancor prima della nomina. L’Accademia ha sottolineato che il suo lavoro accademico non promuoveva posizioni contrarie alla vita umana e la stessa Mazzucato ha respinto le accuse a suo carico. In una conferenza stampa in Vaticano nel 2024, dopo essere stata interpellata da Haynes sulle sue opinioni, ha dichiarato di aver dato alla luce quattro figli in cinque anni, ha affermato che l’aborto non era un argomento al centro della sua attenzione di studiosa e ha chiesto che piuttosto ci si concentrasse sulle questioni economiche e sociali che caratterizzavano il suo lavoro.
Nessuna di queste spiegazioni ha placato le critiche alle nomine all’Accademia o alla ristrutturazione dell’Istituto Giovanni Paolo II. Va però notato che Papa Leone non solo ha confermato le decisioni prese da Papa Francesco, ma nel caso della Pontificia Accademia per la Vita, le ha ampliate aggiungendo una nuova categoria, quella dei «sostenitori», per includere, accanto all’attuale gruppo di accademici e studiosi, anche coloro che, pur non provenendo dal mondo accademico, si fanno promotori della missione dell’Accademia.
Un fallimento nella comunicazione
Nell’aprile del 2023, al Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia, l’arcivescovo Paglia ha tenuto una conferenza sulle questioni relative al fine vita. Parlando della situazione in Italia creatasi a seguito della sentenza della Corte costituzionale del 2019, ha affermato che, pur non potendo appoggiare il suicidio assistito, «comprendo che la mediazione legale possa rappresentare il massimo bene comune concretamente realizzabile nelle condizioni in cui ci troviamo».
La reazione della stampa cattolica in lingua inglese è stata immediata. Il titolo della Catholic News Agency era: «Il presidente della Pontificia Accademia per la Vita definisce il suicidio medicalmente assistito ‘fattibile’». LifeSiteNews ha chiesto il suo licenziamento e le sue dimissioni . Nel tentativo di placare la tempesta di critiche, l’Accademia ha rilasciato una nota in cui ribadiva il «no» di Paglia all’eutanasia e al suicidio assistito, spiegando che si era riferito alla specifica situazione giuridica italiana.
All’epoca, trovai l’intera vicenda snervante, perché, sebbene per me fosse chiaro cosa stesse facendo la stampa, l’Accademia faceva ben poco per spiegarsi ai suoi critici anglofoni. Il discorso si tenne in italiano. Le traduzioni automatiche in inglese dell’intero intervento circolavano molto più lentamente della copertura sensazionalistica di LifeSite e EWTN. A sua discolpa, Paglia non ha mai esplicitato il ragionamento che avrebbe reso la sua posizione comprensibile al pubblico anglofono, e sebbene la nota dell’Accademia ne garantisse l’ortodossia, non la spiegava.
Dedussi che intendesse qualcosa di simile a quanto affermato chiaramente dall’arcivescovo Pegoraro: che una legge restrittiva potesse essere la migliore opzione disponibile. Ma dissi allora che non potevo esserne certo, perché non l’aveva detto esplicitamente, e scrissi: «Non intendo mettere a repentaglio la mia reputazione per difendere l’arcivescovo Paglia o l’Accademia quando non riescono a spiegare in modo competente cosa sta realmente succedendo».
Tre anni dopo, tuttavia, i vertici dell’Accademia sembrano aver imparato la lezione. Pegoraro ha rilasciato la sua intervista ad Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana. L’Accademia ha pubblicato una traduzione integrale in inglese sul proprio sito web. Non manca alcun contesto, eppure le voci reazionarie nei media continuano a distorcere la realtà. Come se non bastasse, l’articolo di Haynes riporta alla luce anche l’episodio del 2023, affermando che Paglia si era opposto personalmente al suicidio assistito, ma lo aveva «difeso per gli altri». Nessuna chiarificazione da parte dell’Accademia sembra fare la differenza.
Humanae Vitae, ancora una volta
La stessa stampa che ha perseguitato Paglia e l’Accademia nell’ultimo decennio è persino disposta a riciclare vecchie controversie che si sono rivelate infondate anni prima.
Nel maggio 2017, il vaticanista italiano Marco Tosatti riportò la notizia che Papa Francesco aveva formato una commissione segreta guidata dal teologo dell’Istituto Giovanni Paolo II, don Gilfredo Marengo, per rivedere l’insegnamento dell’enciclica Humanae Vitae sulla contraccezione in vista del suo 50° anniversario. La notizia si diffuse attraverso i canali tradizionali, scatenando il panico e il timore che Francesco si stesse preparando a ribaltare le posizioni di Paolo VI. Il fondatore di OnePeterFive, Steve Skojec, lanciò un severo avvertimento: «Stanno prendendo di mira l’Humanae Vitae e i suoi divieti contro la contraccezione, e non si fermeranno finché non avranno ottenuto ciò che vogliono».
Il mese successivo, la CNA pubblicò un articolo in cui citava il «controverso» Paglia a proposito delle voci. L’arcivescovo disse dell’ipotesi in questione: «Posso confermare che non è stata istituita alcuna commissione pontificia per rileggere o reinterpretare l’Humanae vitae. Tuttavia, dobbiamo guardare con favore a tutte quelle iniziative, come quella del professor Marengo dell’Istituto Giovanni Paolo II, che mirano a studiare e approfondire questo documento in vista del 50° anniversario della sua pubblicazione».
LifeSiteNews non ci stava. Anche dopo le rassicurazioni di Paglia, continuarono a diffondere la voce di un complotto in atto in Vaticano per rivedere l’enciclica Humanae Vitae, scrivendo: «Sebbene don Marengo e l’arcivescovo Paglia abbiano protestato a lungo affermando che non è prevista alcuna revisione del documento, sembra che lo stesso Marengo stia già reinterpretando l’Humanae Vitae in modi preoccupanti».
Poi, nel luglio 2018, la ricerca è stata pubblicata in un libro di 284 pagine in italiano dalla Libreria Editrice Vaticana, con il titolo La nascita di un’enciclica – Humanae Vitae alla luce degli Archivi Vaticani. Il libro documentava la consultazione dei vescovi da parte di Paolo VI al Sinodo del 1967, le sue correzioni personali alle bozze dell’enciclica e il modo in cui aveva preso la decisione di riaffermare l’insegnamento della Chiesa contro la maggioranza della commissione da lui nominata. In altre parole, era una storia approfondita della composizione dell’enciclica e delle conseguenze della sua pubblicazione. Così, la voce sensazionale si è improvvisamente spenta, e con essa è scomparso il panico.
Incredibilmente, dopo tutto ciò, le stesse voci hanno trovato nuova linfa il 21 maggio di quest’anno. Quel giorno, SettimanaNews ha pubblicato una lunga intervista retrospettiva a Paglia sul suo lavoro sotto Papa Francesco.
Ricordando il periodo dei due sinodi sulla famiglia, Paglia ha affermato: «Nel frattempo si avvicinava anche l’anniversario dell’Humanae Vitae (1968) e Papa Francesco sentì il bisogno di aggiornare la dottrina ai nuovi tempi . Mi chiese di preparare un testo che ne sottolineasse il carattere profetico, mostrando al contempo alcuni aggiornamenti necessari. Preparai per lui un testo redatto in collaborazione con un gruppo di teologi. Lo apprezzò molto e mi chiese di proseguire la ricerca, che confluì in testi successivi».
Nel giro di pochi giorni, LifeSiteNews ha riportato che Paglia aveva ammesso «francamente» che Francesco voleva «adattare la dottrina ai nuovi tempi». Un blog tradizionalista italiano, Messa in Latino, ha titolato: «Monsignor Paglia ha ammesso: ‘I critici avevano ragione’». Il sito web spagnolo InfoCatólica ha scritto: «Paglia conferma che gli ‘oppositori’ avevano capito bene: la demolizione dell’opera della PAV e dell’Istituto Giovanni Paolo II è stata premeditata».
Ma l’arcivescovo Paglia non stava descrivendo nulla di nuovo. Non stava rivelando un movente segreto dietro il suo lavoro presso l’Istituto Giovanni Paolo II o la Pontificia Accademia per la Vita: il «testo redatto con la collaborazione di un gruppo di teologi» di cui parlava era quasi certamente lo stesso progetto di ricerca che aveva causato tanto panico nel 2017 e che era stato pubblicato come libro di storia nel 2018.
La stampa cattolica reazionaria deve avere ben poca stima del proprio pubblico se crede di poter ripetutamente seminare il panico con le stesse teorie del complotto.
Quando la distorsione diventa disonestà
Il Catechismo (CCC) è chiaro nel suo insegnamento contro il giudizio avventato, che definisce come l’assumere «come vera, senza sufficiente fondamento, la colpa morale del prossimo». Un’altra offesa all’Ottavo Comandamento è la denigrazione, ovvero rivelare i difetti altrui «senza una ragione oggettivamente valida». Il peccato di calunnia consiste nel fare «osservazioni contrarie alla verità» che ledono la reputazione altrui (CCC 2477). E il rimedio prescritto dal Catechismo è quello che Michael Haynes, i redattori di LifeSiteNews e molte altre figure dei media cattolici di destra e tradizionalisti omettono sistematicamente di applicare: «ognuno si adoperi per interpretare, per quanto possibile, in modo favorevole i pensieri, le parole e le azioni del prossimo» (CCC 2478).
È una situazione singolare quando i più aggressivi diffusori di falsità sui vertici della Chiesa cattolica sono coloro che si definiscono cattolici tradizionalisti e ortodossi. Certamente la gerarchia va criticata quando lo merita e la corruzione va estirpata. Ma condurre campagne di disinformazione ideologicamente motivate contro arcivescovi che si limitano a portare avanti le iniziative del Papa per promuovere la famiglia e la dignità umana non rientra in questa categoria.
Dopo quasi un decennio di accuse infondate, voci prive di prove e falso allarme riguardanti la Pontificia Accademia per la Vita e l’Istituto Giovanni Paolo II, è tempo che i cattolici si chiedano se debbano fidarsi di coloro che diffondono queste narrazioni.





