
Foto LaPresse.
La Francia idilliaca dei giorni della visita del papa è diventata in poche ore una Francia rabbiosa, disperata, in fiamme. Giudicare è sempre più facile di capire, come per le diverse fiamme che divampano in Germania e altrove. Ma il cambio di scena francese è stato sorprendente, anche se forse chi vive in Francia non si sarà proprio sentito sorpreso.
C’è chi soffia sul fuoco dell’antagonismo? Lo leggo, lo ho dato per scontato, come lo do per scontato altrove, dove la fiamma è molto diversa. Il fatto che mi preme sottolineare è che, senza poter immaginare quanto accaduto, sul quotidiano La Stampa, il 29 settembre scorso, Vito Mancuso ha colto un punto che ritengo fondamentale: la contemporanea esigenza, propria degli esseri umani, di aggregarsi, un verbo che viene dal vocabolo “gregge” ha giustamente sottolineato, insieme a quella affermata dalla Rivoluzione Francese, la possibilità di costruirsi un’identità personale, liberi dall’ingerenza dello Stato e della Chiesa nella propria vita.
Credo che questo sia il punto di partenza giusto. Ma a quale aggregazione sanno pensare in questo maremoto gli uomini europei dis-gregati, Mancuso ha scritto “non più soci tra noi ma dis-sociati, stranieri morali gli uni agli altri”? Come interpretano, come vivono o esprimono il bisogno di aggregarsi?
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Ecco l’errore dei leader europei che per motivi pure comprensibili hanno rifiutato di unirsi al papa a Metz. Lo avranno fatto per il narcisismo che traspariva dall’invito rivolto loro da Macron, qualcuno anche per non apparire un neo-papista: non so nulla di protocollo, forse queste difficoltà si potevano risolvere invitando anche leader religiosi, non lo so…
So che questa Europa per affermarsi dovrà pur trovare il modo di manifestarsi nella sua complessità! Il fatto è che il papa a Metz ha indicato un’aggregazione opposta a quelle nuove che arrivano con l’antagonismo o con il suprematismo.
Così facendo il papa ha risposto all’uomo europeo con una proposta molto semplice, detta in modo piano, chiaro: c’è l’umanesimo europeo, frutto dell’incontro tra cristianesimo e pensiero moderno, cioè ci si aggrega facendo delle diversità una ricchezza rispettosa di sé e degli altri. E questo comporta il rispetto anche dell’altra richiesta, l’identità personale da affiancare all’identità sociale.
Ecco perché l’incontro al confine tra Francia e Germania, a Mentz, era un incontro con tutta l’Europa, perché l’Europa è scossa da questa duplice esigenza: trovare l’identità sociale smarrita senza perdere quella individuale che la laicità ha liberato nell’affermazione dell’identità personale.
Andando a Metz in questo momento Leone, credo, che abbia detto che l’Europa ha un’anima, quella che rispetta e non ripudia i nostri valori come accade col suprematismo. Ma i leader europei non c’erano… Questa Europa per dimostrare di esistere quando potrà battere un colpo?
Vista l’emergenza in cui si trova, occorreva individuare la formula per parlare non di papismo ma di europeismo. Qui non si tratta di inserire i “valori cristiani” nella Costituzione, quello a mio avviso si fa praticandoli, si tratta di dire che senza un’anima l’Europa si sfarina, con un’anima no.
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Dunque l’aggregazione necessaria non è quella rabbiosa, antagonista o identitaria, la strada per affrontare e risolvere i nostri guai è tornare a offrire questa “aggregazione” necessaria, quella della riscoperta del nostro umanesimo che oggi diviene una cura per l’Europa, soprattutto per via di quella fraternité cara alla Chiesa (enciclica Fratelli tutti) e che chiude la celebre triade costituita con libertà e uguaglianza e che proprio nella “fraternità” trova il suo senso pieno.
Voglio dire che quanto poi è accaduto in Francia non sarebbe successo? No. Voglio dire che avrebbe avuto una risposta europea. Dunque Metz è stata un’occasione persa per farla propria, definendola europea, sebbene con diversità politiche che sempre ci saranno, ma all’interno di questo quadro culturale.
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Ma perché questa proposta va riformulata, riproposta? Perché a mio avviso l’uomo europeo è immerso nella cultura consumista rimasta come unica cultura – che lo ha isolato, ha liquefatto la società, ha lasciato il singolo in un contesto competitivo.
Al contempo è immerso nel fallimento della globalizzazione, che ha disciolto la fiducia in tutto ciò che è universale, creando le condizioni per ritorni o antagonista o suprematista. Nella nostra società liquida bisognosa di riaggregazione Leone mi è apparso soprattutto il leader dell’unica istituzione globale sopravvissuta a questo tempo amaro. Credo che per questa semplice e straordinaria constatazione offrisse una risposta nel segno della sola famiglia umana che rifugge una globalizzazione sferica, dove siamo tutti equidistanti dal centro, ma ne propone una poliedrica, che tiene insieme le specificità.
Dunque la ragione è la base di questa visione, di questa proposta, che però da sola, con le sue rigidità, non prenderà l’uomo disorientato, impaurito, mezzo annegato in questa società liquida. La riformulazione dovrà aggiungere anche calore per riuscire a vincere la sfida.
La ragione è un collante forte, ma riuscirà a tenere se si ha la capacità di interloquire con il cuore. Ha scritto papa Francesco nella sua ultima enciclica, Dilexit nos: «Ora, il problema della società liquida è attuale, ma la svalutazione del centro intimo dell’uomo – il cuore – viene da più lontano: la troviamo già nel razionalismo greco e precristiano, nell’idealismo postcristiano e nel materialismo nelle sue varie forme.
Il cuore ha avuto poco spazio nell’antropologia e risulta una nozione estranea al grande pensiero filosofico. Si sono preferiti altri concetti come quelli di ragione, volontà o libertà. Il suo significato è impreciso e non gli è stato concesso un posto specifico nella vita umana. Forse perché non era facile collocarlo tra le idee “chiare e distinte” o per la difficoltà che comporta la conoscenza di sé stessi: sembrerebbe che la realtà più intima sia anche la più lontana per la nostra conoscenza.
Probabilmente perché l’incontro con l’altro non si consolida come via per trovare sé stessi, giacché il pensiero sfocia ancora una volta in un individualismo malsano. Molti si sono sentiti sicuri nell’ambito più controllabile dell’intelligenza e della volontà per costruire i loro sistemi di pensiero. E non trovando un posto per il cuore, distinto dalle facoltà e dalle passioni umane considerate separatamente le une dalle altre, non è stata sviluppata ampiamente nemmeno l’idea di un centro personale in cui l’unica realtà che può unificare tutto è, in definitiva, l’amore».





