Tra tranquillità d’animo e inquietudine

inquietudine

In un momento difficile mi è parso di scorgere un raggio di luce nella frase di Seneca (4 a.C. – 65 d.C.), tradotta in italiano, riportata sul profilo WhatsApp di una carissima collega: «Primo segno di un animo equilibrato è la capacità di starsene tranquilli in un posto e in compagnia di sé stessi».

Non è stato difficile contestualizzarla. Si tratta quasi dell’incipit della Seconda Lettera a Lucilio. Riporto il testo originale proprio dell’incipit: «Ex iis quae mihi scribis et ex iis quae audio bonam spem de te concipio: non discurris nec locorum mutationibus inquietaris. Aegri animi ista iactatio est: primum argumentum compositae mentis existimo posse consistere et secum morari». Ora una possibile versione italiana: «Da ciò che mi scrivi e da quanto sento dire, nutro per te buone speranze: non corri qua e là e non ti agiti in continui spostamenti. Questa agitazione è propria di un’infermità interiore: ritengo, invece, che il primo segno di un animo sereno sia la capacità di starsene tranquilli in un posto e in compagnia di sé stessi».

Ciò, a sua volta, mi ha rimandato a un altro dialogo di Seneca, studiato al liceo: il De tranquillitate animi, immaginato come un tentativo di risposta ad Anneo Sereno. E, in nota, non mancava la citazione di un commento del compianto Cesare Musatti, un po’ il decano degli psicoanalisti italiani. Egli ammirava la capacità dello scrittore latino di ritrarre in poche righe due differenti espressioni della nevrosi: quella dell’iperaffaccendato (spesso inconcludente) che non si dà pace e vive una sorta di perenne andirivieni da un luogo all’altro, incapace di sostare in sé stesso, e quella di chi si abbandona pigramente quasi all’immobilità e al non far nulla, tra uno sbadiglio e l’altro (in una sorta di depressione inibita, potremmo aggiungere).

In pennellate incisive e veloci come queste emerge forse ancor di più il tratto “epicureo” dello “stoico” Seneca: l’attenzione, potremmo dire nel solco di Charles Taylor, alla “vita comune”, indipendentemente da un qualche ordine cosmico.

Ecco, mi viene da accostare, come per assonanza, tali condizioni estreme a quel che mi è capitato di notare a proposito della mia scrittura in versi, sospesa fra poetica dell’incontro e poetica della solitudine. Condizione per un incontro autentico, infatti, è la sua “gestazione” e “preparazione” – quasi un’anticipazione – nella propria interiorità. Come se l’altro/a (o l’Altro) andasse accarezzato, sfiorato, lambito dentro di noi, quasi a fargli/farle spazio, prima di incontrarlo/a davvero. E, a sua volta, è dall’incontro – concepito come un incontro fra due solitudini – che si può avere un “nuovo inizio”, paragonabile a una “seconda nascita”; è grazie a esso che davvero possiamo divenire ciò che siamo.

E ora la domanda: quella “gestazione” è volta a “quietarci”, rispetto alle nostre irrequietezze e nevrosi? Insomma: è proprio vera la celebre frase secondo la quale dovremmo prima imparare a star bene con noi stessi? Oppure, al contrario, solo l’incontro con l’alterità può essere “terapeutico”? A me pare fondamentale, per riprendere la frase di Seneca, coltivare «la capacità di starsene tranquilli in un posto e in compagnia di sé stessi» e delle proprie inquietudini. Diverremo poi pienamente noi stessi e riusciremo a coccolare teneramente quelle inquietudini attraverso l’incontro con un’altra inquietudine. L’incontro rispettoso tra due inquietudini può così trascendere la dimensione quotidiana dell’incontro e farsi esperienza illuminante.

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