
Nella vigna del Signore, anche gli anziani ricevono l’invito a lasciar andare e a farsi accudire. La vulnerabilità smette di essere un limite e diventa la via per scoprire che il nostro valore si fonda sull’essere amati, non sulla nostra capacità di produrre o essere utili.
Anche gli anziani sono chiamati a lavorare nella vigna del Signore
«Invecchiare è l’arte di convertire gradualmente il nostro desiderio di controllo nella capacità di offrire il proprio contributo per la promozione del Regno. «Il proprio ruolo nella Chiesa e nella società, infatti, non conosce (…) soste dovute all’età, bensì conosce solo modi nuovi» (Giovanni Paolo II), che possono essere i più svariati. Se, in vari modi, si vive la dipendenza, è altrettanto vero che tale dipendenza non deve ostacolare l’attivazione delle risorse possedute a livello umano e spirituale. Si tratta d’incoraggiare la creatività nelle aree già conosciute, d’introdursi a nuove attività, di collaborare ai progetti pastorali della comunità o della parrocchia, di promuovere l’inserimento in gruppi ecclesiali…
Anche la preghiera e la sofferenza costituiscono modalità concrete attraverso cui contribuire al bene della Chiesa e della società. Scrive Giovanni Paolo II: «Gli anziani, con la saggezza e l’esperienza frutto di una vita, sono entrati in una fase di grazia straordinaria che apre loro inedite opportunità di preghiera e di unione con Dio. Nuove energie sono loro concesse che essi sono chiamati a porre a servizio degli altri, facendo della propria vita una fervente offerta al Signore e Datore della vita».
Quando parlo di modi nuovi, mi riferisco in primo luogo a modi di essere. So che dovrò collaborare in forma diversa ai progetti della comunità in cui vivo, abituandomi a esercitare differentemente le mie responsabilità. Le parole di Giovanni Battista acquistano, a questo punto, tutto il loro significato: «È necessario che egli cresca e io diminuisca». Il trascorrere del tempo fa emergere nuove forze, che attendono il momento di esprimersi. Sapersi mettere da parte in maniera attiva, cioè offrendo la propria collaborazione a coloro che ci seguono, è segno di saggezza.
Giovani e anziani, tornando a incontrarsi, possono reciprocamente aiutarsi a crescere in umanità: gli anziani, quali esperti della vita, trovano nei giovani la fecondità della loro saggezza ed esperienza. I giovani scoprono, attraverso gli anziani, le ricchezze delle proprie radici, il senso della vita come progetto e come responsabilità, la capacità di dar valore a ciò che davvero ha valore e non passa. In questo modo, si valorizza il contributo di co‑educazione che può venire dal rapporto fra le generazioni, favorendo i momenti di reciproco scambio tra persone anziane, giovani e bambini.
Così ha scritto Giovanni Paolo II nella Lettera agli anziani: «Penso in maniera speciale a voi, (…) religiosi e religiose anziani, che, per lunghi anni, avete servito fedelmente la causa del Regno dei cieli; a voi, carissimi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato, che per raggiunti limiti di età avete lasciato la diretta responsabilità del ministero pastorale. La Chiesa ha ancora bisogno di voi. Essa apprezza i servizi che ancora vi sentite di prestare in molteplici campi di apostolato, conta sul vostro apporto di prolungata preghiera, attende i vostri sperimentati consigli, e si arricchisce della testimonianza evangelica da voi resa giorno dopo giorno».
Dare un senso al soffrire
Per chi entra nel pianeta dell’anzianità, scegliere la via verso la luce è spesso reso difficile dal fatto che egli deve convivere con la sofferenza nelle sue varie forme, annunciatrice della morte.
Vi è, innanzitutto, l’infermità fisica che può causare effetti più o meno invalidanti che danno luogo ad un vissuto difficile. Essa, infatti, può acuire i fattori di disadattamento comuni all’anziano: incertezza per il futuro, perdita ulteriore di autonomia, possibile ricovero permanente. Il tempo della vecchiaia è causa di tante modificazioni nel corpo e nello spirito.
A volte l’infermità avanza lentamente interessando non solo il corpo ma anche la psiche. So che «il mio corpo e la mia mente s’indeboliranno, i miei occhi dovranno accostarsi sempre di più al libro che voglio leggere e i miei orecchi sempre più al prossimo che mi sforzo di capire. La mia memoria in declino m condurrà a ripetere più spesso le mie facezie e la mia decrescente capacità di riflettere criticamente mi trasformerà in una persona dalla conversazione meno piacevole…».
Ma può accadere anche che il mio corpo diventi ribelle in termini drammatici, cedendo ai colpi dell’infermità. La degenerazione della persona può toccare pure la mente e lo spirito. Tutte queste ferite al proprio narcisismo possono facilmente portare l’anziano ad un indebolimento o addirittura alla perdita della propria identità e del valore personale.
Come far fronte a questa ferita al narcisismo costituita dalla sofferenza fisica, psichica e spirituale? In un libro della tradizione ebraica ho letto le seguenti parole: «Ci sono tre modi che l’uomo ha per esprimere la propria profonda afflizione. Gli uomini che appartengono al primo stadio gridano, quelli che stanno a un livello un po’ più elevato tacciono; l’uomo capace di elevarsi a un piano ulteriore sa trasformare il proprio dolore in canto».
La prima tappa, quella del gridare, è certamente tra le più frequenti. In alcune situazioni, come nei Salmi, il grido è rivolto anche a Dio. In altre circostanze le reazioni emotive si esprimono attraverso il gemito, manifestazione tipica di chi ha dentro la voglia di gridare, ma l’aria viene per così dire bloccata per cui esce solo una parte del grido. Ciò che fa gridare o gemere è la ferita al narcisismo dell’uomo che, a livello inconscio, si pensa invulnerabile e immortale.
Molti non sanno andare oltre questa prima tappa, restando prigionieri di sentimenti negativi che oscurano la loro visione della vita, racchiudendoli in un atteggiamento pessimistico. Il cristiano, però, è chiamato a superare questa tappa, come Giobbe e i salmisti che si sono rivolti al Signore con alte grida, protestando e chiedendo spiegazioni a Dio, ma poi si sono abbandonati fiduciosamente alla sua volontà.
È il passaggio alla seconda tappa, che consiste nel sostare in un silenzio meditativo per riflettere su quanto ci è accaduto nell’attesa di risposte a interrogativi angoscianti, di luci che dissipino l’oscurità, di proposte nuove da accogliere per continuare a dire sì alla vita. Vi sono delle persone non credenti che si mostrano capaci di vivere questa tappa utilizzando unicamente la ragione. Essi sono consapevoli che non si può concepire una vita senza sofferenze e cercano dei modi per affrontarla creativamente.
Il cristiano, che si abbandona a questo silenzio meditativo, trova molte risorse nella propria spiritualità. Egli può essere aiutato innanzitutto volgendo lo sguardo a Gesù. In secondo luogo, il cristiano può accettare le sue ferite prendendo coscienza che esse sono strettamente connesse con la sofferenza dello stesso Dio e mantenere viva tale connessione. In altre parole, ciò che noi soffriamo, leggero o grave che sia, è un’esperienza che, lungi dal rimanere isolata, si relaziona con la sofferenza stessa di Dio, assumendo così lo stesso significato che essa aveva per Gesù, cioè un’espressione di amore.
Chi crede può giungere fino a identificare il Cristo nella parte inferma presente nella propria persona. È quanto suggerisce uno psichiatra svizzero, Carl Jung, che, rispondendo ad una signora, così si è espresso: «Vi ammiro, voi cristiani, perché identificate Cristo con il povero e il povero con Cristo, e quando date del pane a un povero sapete di darlo a Gesù. Ciò che mi è più difficile comprendere è la difficoltà che avete a riconoscere Gesù nel povero che è in voi. Quando avete fame di guarigione e di affetto, perché non lo volete riconoscere? Quando vi scoprite nudi, quando vi scoprite stranieri a voi stessi, quando vi ritrovate in prigione e malati, perché non sapete vedere questa fragilità come la presenza di Gesù in voi?».
Quando, con l’aiuto del Signore, si riesce a vivere positivamente questa fase se ne esce arricchiti sia umanamente che spiritualmente.
È questa esperienza di superamento positivo delle vicende dolorose della vita che fa entrare nella terza tappa, quella del canto, da intendersi come il riconoscimento che qualcosa di nuovo e di prezioso è avvenuto.
Ci aiuta a comprendere questa trasformazione l’arte giapponese del kintsugi, consistente nel riunire con un metallo prezioso – oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro – i pezzi di un oggetto di ceramica rotto. La ceramica riparata si ri-presenta con una nuova veste, grazie a un intreccio casuale di linee e di solchi dorati che si rincorrono, rendendo l’oggetto unico e irripetibile, ognuno con la propria storia da raccontare, ognuna con la propria bellezza e preziosità da condividere.
Il percorso da compiere da una tappa all’altra implica una lotta, con sé stessi, con gli altri, con Dio. A questa lotta troviamo vari riferimenti nella Bibbia: il chicco di frumento che deve scendere nel solco e morire per produrre nuova vita (Gv 12,24), l’albeggiare della luce per «quelli che siedono in regione e ombra di morte» (Mt 4,16), il mistero pasquale della morte e risurrezione. Di grande efficacia è l’episodio della lotta tra Giacobbe e l’angelo, narrato nel libro della Genesi (32,23-32). La fede non elimina tale lotta, ma rende possibile superarla, conferendole il significato che Gesù ha dato alla sua sofferenza: un’espressione di amore.
La morte
Il pensiero della morte s’inserisce molto presto nell’esperienza della persona, ma esso ha ripercussioni psicologiche molto diverse a seconda dell’età e delle vicissitudini vissute dall’individuo.
Un periodo in cui tale pensiero comincia ad imporsi con insistenza e forza è costituito dall’età di mezzo. In quel tratto del percorso esistenziale vi sono fattori che fanno pensare alla fine: modificazioni fisiche e psicologiche, scomparsa di persone care, invecchiamento di figure significative (genitori, superiori…), cambiamenti di luoghi e di attività, malattie, delusioni, forti esperienze spirituali… Sono messaggi di un appassimento incipiente, cui spesso è legata una paura segreta, non ancora espressa, forse non ancora consapevole: paura dell’età, paura dell’autunno, paura del dover morire…
Anche se non lo vogliamo, è tutto il nostro essere che si oppone al processo d’invecchiamento e alla morte che ne costituisce la conclusione. È normale che emerga, con intensità variabile, la paura. Così si esprime il poeta catalano Naragall, rivolgendosi a Dio:
Se il mondo è tanto bello, se si specchia
la tua pace nei nostri occhi, tu potrai darci di più in un’altra vita?
Perciò ci tengo tanto, Signore, agli occhi,
al volto, al corpo che m’hai dato e al cuore
che vi batte;
e perciò temo la morte.
La paura della morte, a volte, è cosciente. Un sacerdote, ammalato di cancro, veniva assalito dalla paura della morte soprattutto di sera e qualche volta passava le notti insonni: «Sa, dottore – confidava allo psicoterapeuta – mi vergogno molto della mia paura. Dico a me stesso che, come prete, non dovrei aver paura di morire. Penso a tutte le volte che ho consolato e confortato la gente, forte della mia fede, e mi chiedo ora dove sia finita…».
A volte, essa è inconscia, per cui può accadere che l’individuo dichiari di non avvertirla, perdendosi in razionalizzazioni. È, questo, un percorso che può aiutare solo temporaneamente. Più importante è accettare questo sentimento e comprenderne il messaggio, per poi trovare i mezzi per non esserne vittima.
La spiritualità cristiana offre preziose risorse che aiutano ad affrontare creativamente il passaggio all’altra riva. Mi limito a sottolineare un aspetto che per me è fondamentale.
Un filosofo francese ha scritto che, quando noi diciamo ad una persona «Ti amo», gli inviamo questo messaggio: «Tu non morirai».
Se, da un punto di vista umano, questa affermazione forse non ci convince del tutto, in un’ottica di fede essa non lascia dubbi, perché chi ci dice «Ti amo» è Gesù, il quale con il suo amore, che si manifesta soprattutto nell’eucaristia, ci conferma che la nostra vita non verrà meno: si trasformerà sì ma non verrà meno e terminerà in un abbraccio con lui e con quanti ci hanno preceduto.
Della vita eterna che ci è promessa, noi possiamo già fare esperienza su questa terra, attuando ciò che rende buona e bella la nostra vita e quella degli altri. È questa esperienza dell’amore di Gesù che dà vita alla fiducia, atteggiamento su cui fiorisce la speranza.
La seguente preghiera di Teihlard de Chardin indica il traguardo a cui tendere: «Quando sul mio corpo (e più ancora nel mio spirito) comincerà a lasciare i segni l’usura dell’età, quando s’abbatterà su di me dal di fuori, o nascerà in me dal di dentro, il male che diminuisce o porta via con sé, nel momento doloroso nel quale prenderò coscienza – di colpo – che sono ammalato o che divento vecchio, soprattutto in quell’ultimo momento, quando sentirò che sto sfuggendo a me stesso, assolutamente passivo nelle mani delle grandi forze sconosciute che m’hanno formato, in tutte queste ore buie, fammi capire, o Signore, che sei tu (a condizione che la mia fede sia abbastanza grande), a scostare dolorosamente le fibre del mio essere, per penetrare fino al midollo della mia sostanza e portarmi a te».
Sono in questa linea le parole del documento Vita consecrata: «Quando poi giunge il momento di unirsi all’ora suprema della passione del Signore, la persona consacrata sa che il Padre sta portando ormai a compimento in essa quel misterioso processo di formazione iniziato da tempo. La morte sarà allora attesa e preparata come l’atto supremo d’amore e di consegna di sé» (n. 70).
Armonizzare saggiamente resistenza e resa
Il titolo di un libro di D. Bonhoeffer – Resistenza e resa – aiuta a comprendere una delle dinamiche presenti nella vita di ogni persona: la lotta e l’arrendersi, il trattenere e il lasciar andare. Nell’età anziana, tale dinamica assume un carattere più intenso e spesso drammatico, quando questi due movimenti dello spirito riguardano non solo la salute ma la vita stessa e la morte.
Senso del compimento
Il cammino indicato ha come scopo principale il raggiungimento del senso di compimento ben illustrato nelle pagine del vangelo di Luca: «Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele; lo Spirito Santo che era su di lui, gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza aver prima veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”» (Lc 2,25-32).
Conclusione
Termino sottolineando, con accenti poetici, aspetti belli dell’età anziana e formulando un augurio e aggiungendo una raccomandazione.
Quando l’estate perde il suo vigore aprendo le porte all’autunno, uno dei fenomeni che mi riempie di attonito stupore è il cambiamento del colore delle foglie. In alcune regioni lo spettacolo è meraviglioso. Ho presente la tavolozza di colori che si distende, nel mese di ottobre, sulle colline ammantate di vigneti del mio Monferrato, descritte con fine gusto da Enzo Bianchi nel suo best-seller Il pane di ieri (Einaudi, 2008).
Come dimenticare, poi, le immense distese dei boschi canadesi che si tingono delle sfumature più calde e accese del giallo, del rosso, dell’arancio? Per anni sono state una risposta solenne e gioiosa al mio desiderio di bellezza. La festa cromatica celebrata dalla natura nella stagione autunnale non parla solo agli occhi. Anche lo spirito se ne nutre, cogliendone il valore simbolico. Infatti, il sapere che quello sfoggio di bellezza è causato dal venir meno della linfa mi fa pensare alla vecchiaia.
Quel periodo del percorso esistenziale non è spesso denominato l’“autunno della vita”? Come accade alle foglie, l’affievolirsi delle energie fisiche e la riduzione delle attività possono favorire l’emergere di nuovi colori, cioè potenzialità prima disattese, rendendo vere le parole del Salmo 92: «Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi».
A quanti di voi sono entrati o entreranno nella stagione dell’età anziana, auguro che questo periodo della vostra esistenza sia un quadro in cui poter ancora dipingere scene di bellezza, una pagina dove scrivere poesie significative, uno spartito da cui escono vibranti melodie, un altare da quale continuare a rivolgere al Signore una preghiera costante e gioiosa.
La raccomandazione
«C’era una volta, sulla piazza di una città, un sapiente che rispondeva alle più disparate domande. Un giorno, ai curiosi che stavano ad ascoltare, si mescolò un pastore sceso dai monti con l’intenzione di svergognare in pubblico il “cantastorie”. Il pastore, preso in pugno un uccellino, lo nascose e, presentandosi al saggio, disse: “In questo pugno tengo un uccellino: sai dirmi se è vivo oppure morto?” Se il saggio avesse risposto “E’ vivo!”, egli avrebbe stretto il pugno e ucciso l’uccellino. Se, invece, avesse detto “E’ morto”, avrebbe aperto il pugno e l’uccellino avrebbe preso il volo. Ma il sapiente, dopo un attimo di riflessione, rispose: “L’uccellino che tieni in mano è come tu lo vuoi: se lo vuoi vivo è vivo, se lo vuoi morto è morto!”».
Così è del nostro destino personale e professionale. Sono nelle nostre mani. Molto dipende da circostanze esterne, ma l’essenziale dipende da noi.





