
Foto: Brendan Smialowski/AFP
La pena capitale è tornata al centro dell’attenzione negli Stati Uniti a causa di alcuni recenti casi di cronaca. Per cercare di spiegare perché molti cattolici statunitensi non accettano la revisione del Catechismo del 2018, voluta da papa Francesco, che dichiara l’inammissibilità della pena capitale, lo studioso Mike Lewis, fondatore e responsabile del sito di approfondimento Where Peter Is, il 5 ottobre ha pubblicato questo saggio di Robert Fastiggi, docente di Teologia sistematica a Detroit. Il testo (che presentiamo nella traduzione italiana di Fabrizio Mastrofini) riproduce il capitolo 26 di Faith in Crisis, a cura di Andrew Likoudis (En Route Books and Media, 2025), pubblicato con l’imprimatur dell’arcivescovo William E. Lori. Qui il testo originale con le note, che fanno riferimento ai testi citati in inglese. In questa versione italiana le note sono state omesse. SettimanaNews ringrazia il prof. Robert Fastiggi, il curatore del volume, Andrew Likoudis, e Mike Lewis per aver acconsentito alla pubblicazione.
La pena di morte è un importante caso di studio nello sviluppo dottrinale. Il 1° agosto 2018, Papa Francesco ha disposto una modifica al n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica. Il testo ora recita:
«Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune. Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi. Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo».
La modifica al n. 2267 del Catechismo è stata accompagnata da una lettera ai vescovi cattolici da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede [CDF]. Dopo aver citato alcune precedenti dichiarazioni contro la pena capitale di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco, la lettera della CDF fa questa osservazione:
«La nuova revisione del numero 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica, approvata da Papa Francesco, si pone in continuità con il Magistero precedente, apportando al contempo uno sviluppo coerente della dottrina cattolica».
La Congregazione per la Dottrina della Fede considera il nuovo testo rivisto del Catechismo come «uno sviluppo coerente della dottrina cattolica». Alcuni cattolici, tuttavia, ritengono che la nuova versione del paragrafo 2267 rappresenti una rottura con la tradizione cattolica piuttosto che un autentico sviluppo.
Anche prima della modifica del Catechismo del 1° agosto 2018, alcuni cattolici avevano sostenuto che la legittimità della pena di morte era affermata in modo così coerente dalla Scrittura e dalla tradizione da rendere impossibile qualsiasi sviluppo. Il massimo che la Chiesa avrebbe potuto fare sarebbe stato fornire ragioni prudenziali per non applicare la pena di morte (e tali considerazioni prudenziali non sarebbero state vincolanti).
Un sostegno di questa posizione si trova in un libro del 2017 scritto a quattro mani da Edward Feser e Joseph M. Bessette intitolato, By Man Shall His Blood Be Shed: A Catholic Defense of Capital Punishment (Il suo sangue sarà versato per mano dell’uomo: una difesa cattolica della pena capitale). Questo libro è stato scritto un anno prima dell’annuncio della modifica al Catechismo. Gli autori, tuttavia, avevano già criticato la limitazione della pena di morte da parte di Giovanni Paolo II a quei casi «molto rari, se non praticamente inesistenti» in cui non vi sono altri mezzi pratici per difendere la sicurezza pubblica.
Secondo Feser e Bessette, questa posizione di Giovanni Paolo II era «un errore, e un errore grave». Il libro di Feser e Bessette rifletteva un atteggiamento condiviso da un numero significativo di cattolici. Ciò spiega perché, nelle settimane e nei mesi successivi alla modifica del Catechismo del 1° agosto 2018, siano stati pubblicati alcuni articoli che mettevano in discussione il testo rivisto. Un articolo faceva riferimento alla «teologia spazzatura» di Papa Francesco. Un altro parlava di «irresponsabilità magisteriale». Un altro ancora si riferiva ai «commenti» (non insegnamenti) del Santo Padre sulla pena di morte come «incoerenti e pericolosi».
La resistenza più organizzata al testo rivisto del Catechismo si è concretizzata nell’Appello ai cardinali della Chiesa cattolica per correggere Papa Francesco sulla sua modifica al Catechismo. Questo appello ha ricevuto il sostegno di circa 75 studiosi e scrittori cattolici. L’argomentazione centrale di questo appello si trova in questi due paragrafi:
«Sebbene nessun cattolico sia obbligato a sostenere l’uso della pena di morte nella pratica (e non tutti i sottoscritti la sostengono), insegnare che la pena capitale sia sempre e intrinsecamente malvagia contraddirebbe le Scritture. Che la pena di morte possa essere un mezzo legittimo per garantire la giustizia retributiva è affermato in Genesi 9,6 e in molti altri testi biblici, e la Chiesa sostiene che le Scritture non possono insegnare l’errore morale. La legittimità in linea di principio della pena capitale è anche l’insegnamento costante del magistero da due millenni. Contraddire le Scritture e la tradizione su questo punto getterebbe dubbi sulla credibilità del magistero in generale.
Poiché è una verità contenuta nella Parola di Dio e insegnata dal magistero ordinario e universale della Chiesa Cattolica, che i criminali possono essere legittimamente messi a morte dal potere civile quando ciò è necessario per preservare il giusto ordine nella società civile, e poiché l’attuale Pontefice Romano ha più volte manifestato pubblicamente il suo rifiuto di insegnare questa dottrina, e ha anzi causato grande confusione nella Chiesa sembrando contraddirla, e inserendo nel Catechismo della Chiesa Cattolica un paragrafo che indurrà e sta già inducendo molti, credenti e non credenti, a supporre che la Chiesa consideri, contrariamente alla Parola di Dio, la pena capitale intrinsecamente malvagia, con la presente chiediamo alle Vostre Eminenze di consigliare a Sua Santità che è suo dovere porre fine a questo scandalo, ritirare questo paragrafo dal Catechismo e insegnare la parola di Dio senza adulterazioni; e osiamo affermare la nostra convinzione che questo è un dovere seriamente vincolante per Voi, davanti a Dio e davanti alla Chiesa».
Questo ricorso sostiene che il testo rivisto del Catechismo rappresenta un allontanamento dalle Scritture, nonché dal Magistero ordinario e universale della Chiesa cattolica. Il ricorso afferma inoltre che il linguaggio della revisione suggerisce che la pena capitale sia intrinsecamente malvagia. In quanto tale, mina la credibilità del Magistero ed è fonte di grande confusione. Ciascuna di queste affermazioni deve essere esaminata separatamente. Occorre inoltre considerare la questione del legittimo sviluppo dottrinale.
La Scrittura e la pena di morte
L’appello ai cardinali osserva che «la Scrittura non può insegnare l’errore morale». È vero che numerosi crimini erano punibili con la morte nell’Antico Testamento (AT). Oltre all’omicidio (Esodo 21,12 e seguenti, Deuteronomio 19,11-13), altre infrazioni meritevoli della pena di morte includono l’adulterio (Levitico 20,10), i rapporti omosessuali (Levitico 20,13), bestemmiare contro i genitori (Esodo 21,17) e lavorare di sabato (Esodo 31,15). Tuttavia, anche se questi crimini erano meritevoli di morte secondo la legge, Dio non ha sempre insistito affinché la condanna a morte fosse eseguita per tali infrazioni.
Leggiamo come Dio abbia protetto la vita dell’assassino Caino, ponendogli un segno (Genesi 4,15). Mosè uccise un egiziano in preda all’ira (Esodo 2,12), ma divenne un grande profeta. Davide ha commesso omicidio e adulterio ed era meritevole di morte per sua stessa testimonianza (2 Sam. 12,5), ma poiché il Signore lo perdonò, la sua vita fu risparmiata (2 Sam. 12,13).
Anche se la Torah rivela molti peccati meritevoli di morte, il Talmud in seguito insegna la necessità di moderazione nell’esercizio di questa punizione. Molti studiosi e rabbini ebrei erano decisamente restii a imporre la pena di morte. Il rabbino Elizar ben Ashariah (c. 100 d.C.) disse che un Consiglio «deve essere chiamato omicida se esegue un’esecuzione una volta ogni settant’anni». Secondo L.I. Rabinowitz, «l’intera tendenza dei rabbini era verso la completa abolizione della pena di morte».
Non sappiamo nemmeno con quale frequenza la pena di morte venisse applicata nell’antico Israele. Inoltre, la Torah non manifesta una comprensione sviluppata del giudizio dopo la morte. L’ammissione della pena capitale per determinate azioni era un modo per sottolineare la gravità di certi peccati in un’epoca in cui il concetto di retribuzione post-mortem era ancora poco chiaro.
Il Nuovo Testamento (NT) non sembra fornire alcun supporto esplicito alla pena capitale come pratica da applicare sempre. Certo, Gesù, nella parabola dei vignaioli, parla del padrone della vigna che mette a morte chi uccide suo figlio (Mt 21,33-41, Lc 20,9-14, Mc 12,1-12), ma Gesù sta proponendo una parabola che si conforma alle norme culturali dell’epoca. Quando Gesù affronta direttamente il caso della donna adultera – che secondo la Legge mosaica dovrebbe essere giustiziata – dice: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7).
Questo riconoscimento del peccato fornisce un argomento contro le esecuzioni. Quando ci rendiamo conto che i nostri peccati ci condannano, dovremmo astenerci dal punire gli altri uccidendoli. Gesù insegna anche che dovremmo amare i nostri nemici e pregare per coloro che ci perseguitano (cf. Mt 5,44). Alla luce di questo passo, Papa Francesco insegna che la pena di morte «riguarda direttamente la negazione dell’amore per i nemici predicato dal Vangelo». Amiamo i nostri nemici uccidendoli intenzionalmente?
Coloro che sostengono la pena capitale spesso si appellano a testi come Gv 19,10-11, At 25,11 e Romani 13,4. I primi due testi non sembrano probatori poiché possono essere letti semplicemente come affermazione della volontà permissiva di Dio (Gv 19,10-11) e riconoscimento della legge vigente dello stato (At 25,11). Il possesso della spada in Rm 13,4 non deve essere letto come un’approvazione della pena capitale. Potrebbe essere solo «un modo simbolico di esprimere l’autorità penale generale dello stato».
Nel suo Discorso all’Associazione Italiana dei Giuristi Cattolici del 5 febbraio 1955, Pio XII cita Rm 13,4, ma non lo vede come un’approvazione diretta della pena capitale. Afferma invece che questo testo e altre fonti «non si riferiscono ai contenuti concreti di singole prescrizioni giuridiche o regole di azione, ma al fondamento essenziale stesso della potestà penale e alla sua finalità immanente».
Oltre a Rm 13,4, Gen 9,6 è probabilmente il testo biblico più frequentemente citato a sostegno della pena capitale. Questo testo recita: «Chiunque sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo sarà sparso il suo sangue, perché a immagine di Dio è stato fatto l’uomo». Questo testo, tuttavia, afferma l’immagine di Dio in ogni persona umana ed è stato citato dai papi contro l’uccisione anche di coloro che commettono omicidio.
Benedetto XVI, nella sua Esortazione post-sinodale del 2012, Ecclesia in Medio Oriente, al paragrafo 26, cita Genesi 9,6 come prova che Dio proibisce l’uccisione anche di coloro che commettono omicidio: «Dio vuole la vita, non la morte. Egli proibisce ogni uccisione, anche di coloro che uccidono (cf. Gen 4,15-16; 9,5-6; Es 20,13)». In Fratelli Tutti, paragrafo 270, Papa Francesco cita Gen 9,6 nella sua sezione contro la pena di morte:
«[Gesù] vedendo un discepolo tentato dalla violenza, disse con fermezza: “Rimetti la spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada periranno di spada” (Mt 26,52). Queste parole riecheggiavano l’antico monito: “Io chiederò conto di ogni vita umana. Chiunque sparge il sangue di un uomo, dall’uomo sarà sparso il suo sangue” (Gen 9,5-6). La reazione di Gesù, che scaturì dal suo cuore, colma il divario dei secoli e giunge al presente come un appello senza tempo».
I cattolici che sostengono la pena capitale a volte sostengono che il quinto comandamento proibisce l’omicidio, non l’uccisione. La parola ebraica nel Decalogo per uccidere è retzach, e si riferisce ad azioni che provocano la morte. Nella Bibbia, anche l’uccisione accidentale è una forma di retzach (Num. 35, 22-23). Vale la pena notare che il Catechismo al paragrafo 2268 afferma: «Il quinto comandamento proibisce l’uccisione diretta e intenzionale in quanto gravemente peccaminosa». Preso alla lettera, quindi, il quinto comandamento proibirebbe anche la pena capitale perché è una forma di «uccisione intenzionale».
L’autorità della Chiesa nell’interpretazione delle Scritture
La Chiesa cattolica riconosce che i libri dell’AT contengono alcune cose che «sono incomplete e temporanee». Anche San Tommaso d’Aquino distingueva i precetti dell’Antica Legge come morali, cerimoniali e giudiziari. Sebbene la legge morale (ad esempio, il Decalogo) sia permanente, le leggi cerimoniali non si applicano più e le leggi giudiziarie, in quanto ordinanze vincolate al tempo per gli antichi Israeliti, non vincolano per sempre.
L’AT permette che gli schiavi acquistati dagli stranieri siano posseduti come proprietà o beni mobili (Lev. 25,45). In 2 Sam. 12,8, Dio dice a Davide: «Ti ho dato la casa del tuo signore e le mogli del tuo signore come tue». Il Concilio di Trento, nel canone 2 della sua Dottrina sul Matrimonio, tuttavia, anatemizza coloro che affermano che è lecito «per i cristiani avere più mogli contemporaneamente».
I cattolici che affermano che «la Scrittura non può insegnare l’errore morale» devono comprendere che Dio tollera certe azioni in una determinata fase della storia biblica solo per proibirle in seguito. Gesù dice ai discepoli che Mosè permise il divorzio nell’Antica Alleanza a causa della durezza dei cuori (cf. Mc 10,5). Come già visto, l’AT permetteva la schiavitù e la poligamia, ma la Chiesa in seguito le ha condannate come inammissibili.
È importante notare anche che alcuni passi dell’AT si oppongono alla pena di morte. In Genesi 4,14-15, Dio pone un segno su Caino, il primo assassino, per proteggere la sua vita. Dio dice: «Chiunque ucciderà Caino, Caino sarà vendicato sette volte». Anche se lo spargimento di sangue avviene per una causa apparentemente giusta, ha comunque delle conseguenze. 1 Cronache 22, 7-8 racconta di come a Davide fu impedito di costruire una casa in onore del Signore perché aveva versato molto sangue. La parola del Signore giunse a Davide: «Non potrai costruire una casa in mio onore, perché hai versato troppo sangue sulla terra davanti a me» (1 Cronache 22,8).
Un assassino perde la sua dignità? Giovanni Paolo II risponde a questa domanda nella sua enciclica Evangelium Vitae del 1995, citando Gen 4,15 e Sant’Ambrogio:
«Eppure Dio, che è sempre misericordioso anche quando punisce, “pose un segno su Caino, affinché chiunque lo incontrasse non lo uccidesse” (Gen 4,15). Gli diede così un segno distintivo, non per condannarlo all’odio altrui, ma per proteggerlo e difenderlo da coloro che volevano ucciderlo, anche per il desiderio di vendicare la morte di Abele. Nemmeno un assassino perde la sua dignità personale, e Dio stesso si impegna a garantirla. Ed è proprio qui che si manifesta il mistero paradossale della giustizia misericordiosa di Dio. Come scrive Sant’Ambrogio: “Una volta ammesso il crimine fin dall’inizio di questo atto peccaminoso di parricidio, allora la legge divina della misericordia di Dio dovrebbe essere immediatamente estesa. Se la punizione viene inflitta subito all’accusato, allora gli uomini nell’esercizio della giustizia non osserverebbero in alcun modo pazienza e moderazione, ma condannerebbero immediatamente l’imputato alla punizione… Dio scacciò Caino dalla sua presenza e lo mandò in esilio lontano dalla sua terra natale, cosicché passò da una vita di umana bontà a una più simile alla rozza esistenza di una bestia selvaggia. Dio, che preferì la correzione alla morte di un peccatore, non volle che un omicidio fosse punito con l’estorsione di un altro atto di omicidio”».
Giovanni Paolo II si rifà a Genesi 4,15 per dimostrare che, in principio, non era volontà di Dio mettere a morte gli assassini. Allo stesso modo, in principio non era volontà di Dio permettere il divorzio (cf. Mc 10,6). Dio ha permesso il divorzio, la schiavitù e la pena capitale, ma questi non rispecchiano il suo piano originario per l’umanità. La chiamata del Vangelo è a una giustizia superiore (cf. Mt 5,20).
Così come nella teologia cattolica si assiste a uno sviluppo della dottrina, allo stesso modo si assiste a uno sviluppo e a una maturazione nella rivelazione della legge di Dio nelle Scritture. Nella lettera del 2018 della Congregazione per la Dottrina della Fede ai vescovi, in cui si spiega la revisione del paragrafo 2267 del Catechismo, questo importante punto viene evidenziato nella nota 12:
«In riferimento alla pena di morte, trattando le disposizioni dei precetti del Decalogo, la Pontificia Commissione Biblica ha parlato del “raffinamento” delle posizioni morali della Chiesa: “Nel corso della storia e dello sviluppo della civiltà, anche la Chiesa, meditando sulle Scritture, ha affinato la sua posizione morale sulla pena di morte e sulla guerra, che ora si fa sempre più assoluta. Alla base di questa posizione, che può sembrare radicale, c’è la stessa base antropologica, la dignità fondamentale della persona umana, creata a immagine di Dio”».
Quando vi sono diverse interpretazioni della Scrittura, i cattolici devono sapere che il Concilio di Trento (1546) ha insegnato che spetta alla Santa Madre Chiesa «giudicare il vero significato e l’interpretazione della Scrittura, e che nessuno osi interpretare la Scrittura in modo contrario al consenso unanime dei Padri, anche se tali interpretazioni non sono destinate alla pubblicazione…». Il Concilio Vaticano II, nella Dei Verbum, paragrafo 12, insegna che l’interpretazione della Scrittura «è soggetta in ultima analisi al giudizio della Chiesa, che svolge il mandato e il ministero divino di custodire e interpretare la parola di Dio».
I cattolici devono essere disposti ad accettare il giudizio del Magistero su come la Sacra Scrittura si applica a determinate questioni. La Congregazione per la Dottrina della Fede, nella sua lettera del 2018 ai vescovi sulla modifica del Catechismo, afferma:
«La nuova revisione afferma che la comprensione dell’inammissibilità della pena di morte è cresciuta “alla luce del Vangelo”. Il Vangelo, infatti, aiuta a comprendere meglio l’ordine della creazione che il Figlio di Dio ha assunto, purificato e portato a compimento. Ci invita anche alla misericordia e alla pazienza del Signore che dà a ciascuno il tempo di convertirsi».
Se l’interpretazione della Scrittura «è soggetta in ultima istanza al giudizio della Chiesa» (cf. Dei Verbum, 12), allora i cattolici dovrebbero accettare il giudizio della Chiesa secondo cui, alla luce del Vangelo, la pena di morte è inammissibile.
I Padri della Chiesa sulla pena capitale
Per quanto riguarda la pena di morte, esistono sufficienti esempi di Padri della Chiesa contrari alle esecuzioni da mettere in dubbio l’affermazione di un consenso patristico universale. Ci sono certamente testi patristici che accettano la legittimità della pena capitale, ma ce ne sono altri che vi si oppongono. In termini di dottrina cattolica, la questione decisiva è se esista un consenso patristico unanime e definitivo sulla pena di morte che precluda ulteriori sviluppi. Tuttavia, un tale consenso unanime a sostegno della pena capitale non esiste. Padre Thomas Williams, LC, offre questa valutazione:
«Nei primi secoli del cristianesimo il precetto mosaico contro l’uccisione fu interpretato letteralmente e senza eccezioni. La pena capitale era considerata inconciliabile con la fede, e professioni come quella di giudice e di soldato erano escluse dalle professioni lecite per i cristiani, al fine di evitare di dover pronunciare o eseguire la condanna a morte».
Alcuni esempi dimostrano che ciò è vero. Tertulliano (160-240) insisteva sul fatto che «“il Creatore “pone il Suo divieto su ogni tipo di uccisione di uomo con quell’unico precetto sommario: ‘Non uccidere’».
San Giustino Martire (c. 100-165) dovette difendere il cristianesimo dalle accuse di cannibalismo. In risposta, sostiene che i cristiani dovrebbero astenersi da ogni uccisione poiché «non possono sopportare di vedere un uomo ucciso, anche se ucciso giustamente». In modo simile, scrive:
«Così ora noi che prima eravamo soliti ucciderci a vicenda, ci asteniamo dalla guerra anche contro i nostri nemici e, per evitare di mentire o ingannare i nostri esaminatori, siamo disposti a morire confessando Cristo».
Scrivendo intorno al 176, il filosofo cristiano Atenagora (133-190) rispose allo stesso modo all’accusa di cannibalismo mossa contro i seguaci di Gesù. Facendo eco ai pensieri di San Giustino, scrive:
«Quando sanno che non possiamo sopportare nemmeno di vedere un uomo messo a morte, anche se giustamente, chi di loro può accusarci di omicidio o di cannibalismo? (…) . Ma noi, ritenendo che vedere un uomo messo a morte sia quasi come ucciderlo, abbiamo abiurato tali spettacoli. Come possiamo dunque, se non guardiamo neanche, per timore di contrarre colpa e contaminazione, mettere a morte le persone?».
San Cipriano († 258) osservò che i cristiani «non aggrediscono a loro volta i loro aggressori, poiché non è lecito per l’innocente uccidere anche il colpevole». Lattanzio (240-320) scrisse che «non vi è eccezione a questo comando di Dio. Uccidere un essere umano, che Dio ha voluto inviolabile, è sempre sbagliato» (occidere hominem sit semper nefas).
Anche la legislazione paleocristiana mostra opposizione alla pena capitale. La Tradizione/Costituzioni Apostoliche (ca. 215), attribuita a sant’Ippolito, stabilisce che «un militare non deve giustiziare uomini; se gli viene ordinato, non deve eseguirlo». Il Concilio di Elvira (ca. 300-303), nel suo canone 56, richiedeva a un magistrato cristiano di «tenersi lontano dalla Chiesa» durante l’anno del suo servizio. Il motivo era che avrebbe potuto dover eseguire condanne a morte. Il Sinodo di Roma per i Galli si tenne intorno al 386 d.C. sotto il pontificato di San Siricio (384-399). Nel capitolo V, 13, il Sinodo afferma che: «Coloro che hanno esercitato autorità secolare non devono essere ammessi al ministero dell’altare» (Eos qui jus saeculi exercuerunt ad altaris ministerium admittendos non esse).
Sant’Agostino (354-430) nella Città di Dio riconobbe il diritto dello stato di usare la pena capitale. Tuttavia, pensava che fosse meglio risparmiare la vita di un uomo piuttosto che giustiziarlo. Nel Sermone 13, n. 8, fornisce questa esortazione:
«Qui ci sono due parole: “persona” e “peccatore”. L’uomo è ciò che Dio ha creato; il peccatore è ciò che l’uomo ha creato da sé. Lasciate che ciò che l’uomo ha creato perisca e che ciò che Dio ha creato sia liberato. Non condannate dunque a morte le persone, altrimenti, attaccando il peccato, distruggerete l’uomo. Non condannate a morte, e ci sarà qualcuno là che potrà pentirsi. Non fate mettere a morte una persona, e avrete qualcuno che potrà essere riformato».
Papa Niccolò I, nella sua lettera ai Bulgari del 13 novembre 866, indica l’esempio di San Paolo e scrive:
«In questo modo infatti il beato apostolo Paolo, che prima era un persecutore insolente che minacciava e uccideva i discepoli del Signore (cf. At 9,1), dopo aver ottenuto la misericordia ed essere stato convertito dalla rivelazione divina, non solo non impose la pena di morte a nessuno, ma volle anche essere anatema per i fedeli (cf. Rm 9,3) ed era pronto a spendere e a essere speso generosamente per le anime dei fedeli (cf. 2 Cor. 12,15).
Allo stesso modo, dopo essere stati chiamati dall’elezione di Dio e illuminati dalla sua luce, non dovreste più desiderare la morte come prima, ma senza dubbio e in ogni occasione (omni occasione) dovreste (debetis) richiamare (revocare) tutti (omnes) alla vita del corpo oltre che dell’anima. E come Cristo vi ha condotti dalla morte eterna, alla quale eravate tenuti prigionieri, alla vita eterna, così con diligenza dovete salvare dalla morte non solo gli innocenti, ma anche i colpevoli, secondo il saggio Salomone: “Salva coloro che sono condotti alla morte e non cessare di liberare coloro che sono portati a morte” (Proverbi 24,11)».
Nella sua enciclica del 2020, Fratelli Tutti, Papa Francesco cita parte di questo testo di Niccolò I per dimostrare che: «Fin dai primi secoli della Chiesa, alcuni si sono opposti chiaramente alla pena capitale».
Feser e Bessette sono a conoscenza di questa affermazione di Niccolò I, ma sostengono che essa dimostra che questo papa del IX secolo, come Giovanni Paolo II molto più tardi, stava semplicemente esortando i governanti a non infliggere la pena di morte. Niccolò I, tuttavia, va oltre una semplice esortazione a non ricorrere alla pena capitale. Per quel Papa, le esecuzioni da parte dei cristiani sono inammissibili per ragioni teologiche e scritturali. Poiché siamo stati salvati da Cristo dalla morte eterna, abbiamo il dovere di salvare dalla morte sia i colpevoli che gli innocenti.
L’insegnamento di Papa Niccolò I sulla pena di morte è in perfetta armonia con l’insegnamento di Papa Francesco. Un rifiuto così netto della pena capitale da parte di un papa del IX secolo mina l’affermazione che esista una tradizione cattolica ininterrotta, lunga 2000 anni, a favore della legittimità della pena di morte.
Penitenziali altomedievali
I Libri Poenitentiales, o libri penitenziali, dell’alto Medioevo erano guide per i confessori composte perlopiù da autori ignoti. Queste guide prescrivevano penitenze per vari peccati. Per quanto riguarda peccati come l’omicidio, si credeva che potessero essere espiati con le penitenze. La pena di morte non era promossa. Come scrive Francesco Compagnoni:
«dopo le invasioni barbariche, la Chiesa continuò a fondare la sua disciplina penitenziale sul principio della conversione, e i libri penitenziali dell’ottavo e del nono secolo, parlando di crimini capitali, li consideravano soltanto come peccati. Questi, poiché esiste sempre la possibilità di conversione, devono essere espiati secondo la loro gravità, ma mai vendicati mediante la pena di morte».
Secondo l’interpretazione di alcuni, ai penitenti che confessavano un omicidio non veniva richiesto di consegnarsi allo stato per l’esecuzione. Venivano invece imposte diverse penitenze. Il Penitenziale di Teodoro (668-690), ad esempio, prevedeva da sette a dieci anni di penitenza per chi uccideva un uomo per vendetta di un parente. Il cosiddetto Penitenziale romano di Halitgar (circa 830) prevedeva dieci anni di penitenza (di cui tre a pane e acqua) per un ecclesiastico che commetteva un omicidio. Se un laico commetteva intenzionalmente un omicidio, la penitenza era di sette anni, di cui tre a pane e acqua.
Questi libri penitenziali medievali dimostrano che crimini come l’omicidio potevano essere espiati con lunghe penitenze. Non interpretano Gen. 9,6 come un obbligo di esecuzione per gli assassini. Questi libri, infatti, supportano la convinzione di Giovanni Paolo II secondo cui le punizioni non dovrebbero privare definitivamente il criminale della possibilità di redenzione.
Le presunte prove di un insegnamento definitivo e infallibile
I cattolici che sostengono l’esistenza di una tradizione definitiva e irreformabile a favore della pena capitale si appellano a diverse dichiarazioni del Magistero risalenti al Medioevo e all’epoca della Riforma. Una di queste è la «professione di fede» prescritta a un gruppo di Valdesi da Innocenzo III in una lettera del 18 dicembre 1208 all’Arcivescovo di Tarragona. Per ragioni che rimangono poco chiare, questa professione fu emendata nel 1210 per includere l’affermazione che un giudizio di sangue poteva essere emesso senza peccato mortale in determinate condizioni.
La professione non afferma che la legittimità della pena di morte sia una verità rivelata da Dio, definitiva e irreformabile. Afferma semplicemente che il potere secolare «può esercitare un giudizio di sangue senza peccato mortale a condizione che, nell’esecuzione della pena, proceda non per odio, ma con giudizio, non in modo precipitoso, ma con cautela».
In quel periodo della storia della Chiesa, si riteneva che la pena di morte fosse talvolta necessaria per difendere la sicurezza pubblica. I Valdesi, tuttavia, credevano che le esecuzioni non potessero avvenire senza commettere un peccato mortale. Non spettava però ai Valdesi decidere se le esecuzioni potessero essere eseguite senza peccato mortale. Questa decisione spettava alla Chiesa. Ai Valdesi non era richiesto di affermare la legittimità della pena capitale come insegnamento immutabile della Scrittura e della tradizione. Era loro richiesto solo di riconoscere che, secondo l’insegnamento della Chiesa di quel tempo, essa poteva essere eseguita senza peccato mortale. Coloro che sostengono che questa professione di fede ha l’autorità di una definizione dogmatica, stanno interpretando eccessivamente tale affermazione.
Se la professione di fede dei Valdesi fosse definitiva, allora nulla in essa potrebbe cambiare. Questa stessa professione, tuttavia, richiede anche ai cattolici di opporsi agli «eretici manifesti… fino alla morte… come avversari di Cristo e della Chiesa». Questo requisito, però, non è stato riaffermato dal Concilio Vaticano II, che considera i cristiani non cattolici – che sono in eresia materiale su molti punti dogmatici – come «fratelli separati». A volte solo con il passare del tempo possiamo sapere quali insegnamenti sono definitivi e quali sono aperti allo sviluppo.
Un altro testo magisteriale citato dai difensori cattolici della pena capitale è la censura dell’errore 33 da parte di Papa Leone X nella sua bolla papale del 1520, Exsurge Domine, contro Martin Lutero. L’errore censurato era che «bruciare gli eretici è contro la volontà dello Spirito». Questo giudizio era diretto contro l’avventatezza e la presunzione di Lutero.
La Chiesa a quel tempo credeva che gli eretici noti e impenitenti potessero essere bruciati per il bene comune di una società cattolica. Questa era la posizione di San Tommaso d’Aquino e di altri. Questo giudizio, tuttavia, non era certo un giudizio definitivo sulla legittimità del rogo degli eretici. Se lo fosse, dovremmo ancora permettere che gli eretici vengano bruciati.
I cattolici sostenitori della pena capitale si appellano anche al Catechismo del Concilio di Trento, noto come Catechismo Romano. Nella sezione relativa al quinto comandamento, vengono fornite diverse eccezioni al comandamento Non uccidere. Dopo aver osservato che è lecito uccidere gli animali, il Catechismo Romano prosegue affermando:
«Un altro tipo di uccisione legittima spetta alle autorità civili, alle quali è affidato il potere di vita e di morte con il quale puniscono i colpevoli e proteggono gli innocenti. Il giusto uso di questo potere, lungi dal comportare il crimine di omicidio, è un atto di suprema obbedienza a questo comandamento, che proibisce l’omicidio. Il fine di questo comandamento è la preservazione e la sicurezza della vita umana (ut hominum vitae salutique consulatur). Ora, le punizioni inflitte dall’autorità civile, che è la legittima vendicatrice del crimine, tendono naturalmente a questo fine, poiché danno sicurezza alla vita reprimendo l’oltraggio e la violenza (audacia et iniuria)».
Ciò che il Catechismo Romano insegna qui non esclude successivi sviluppi. Se il fine del quinto comandamento è «la conservazione e la sicurezza della vita umana», ci si dovrebbe chiedere se anche la vita dei colpevoli meriti di essere preservata. Se la vita umana può essere preservata senza uccidere i criminali, allora non c’è motivo di ucciderli. Va inoltre notato che altre dottrine e discipline presenti nel Catechismo Romano sono state successivamente abbandonate dalla Chiesa. Ad esempio, il Catechismo insegna che gli schiavi non sono canonicamente idonei al Sacramento dell’Ordine sacro. Questo perché l’uomo «che non è padrone di sé stesso ed è in potere di un altro, non dovrebbe essere dedicato al servizio divino».
Una disciplina del genere presuppone che la schiavitù sia accettabile, cosa che la Chiesa certamente non accetta oggi. Infine, bisogna ricordare che i catechismi hanno solo il peso dottrinale che gli insegnamenti che presentano già possiedono. La posizione del Catechismo romano sulla pena di morte non rappresenta una posizione definitiva e infallibile che impedisce futuri sviluppi.
Alcuni si appellano all’autorità di San Tommaso d’Aquino (c. 1225-1274) a sostegno della pena di morte. Sebbene Tommaso d’Aquino accettasse la legittimità della pena capitale, scrisse anche: «Dobbiamo stare più dalla parte dell’autorità della Chiesa che da quella di Agostino o Girolamo, o di qualsiasi altro dottore». Scrisse anche: «Nessuno può proteggersi con l’autorità di Girolamo o Agostino o di qualsiasi altro dottore contro l’autorità di Pietro». Sulla base di questi passi, è ragionevole concludere che Tommaso d’Aquino sarebbe stato disposto ad accettare qualsiasi cosa il Romano Pontefice insegnasse sulla pena di morte.
È importante notare che anche quando la Chiesa ammise la pena capitale, essa fu riconosciuta come qualcosa di sgradevole e indecoroso per il clero cattolico. Il canone 18 del Laterano IV (1215) stabilì che «nessun chierico può pronunciare una sentenza di morte, né eseguirla, né essere presente alla sua esecuzione». Allo stesso modo, il Codice di Diritto Canonico del 1917 considerava irregolare per gli Ordini Sacri un giudice che emetteva una condanna a morte.
Se la pena capitale è qualcosa di giusto e buono, perché al clero dovrebbe essere proibito essere presente alle esecuzioni? Perché un giudice che ha emesso una condanna a morte dovrebbe essere considerato irregolare per gli Ordini Sacri? Perché qualcosa che è sconveniente per il clero dovrebbe essere considerato qualcosa di buono e lodevole per i laici? Richard Doerflinger offre questa importante osservazione:
«In primo luogo, in un momento in cui il Concilio Vaticano II ha dato nuova enfasi alla vocazione laicale e alla chiamata alla santità rivolta a tutti i credenti, sembra strano che solo il clero imiti Gesù astenendosi dal partecipare alle esecuzioni. Certamente la chiamata a perdonare i nemici e a rendere il bene in cambio del male è rivolta a tutti i cristiani».
Il divieto di coinvolgimento del clero nelle esecuzioni dimostra che la Chiesa considerava la pena capitale come una sorta di male necessario piuttosto che un bene positivo. Persino il Catechismo Romano la annoverava tra le eccezioni al quinto comandamento che proibisce di uccidere. Secondo questo Catechismo, la pena di morte «non era accolta senza riserve: non poteva essere usata per malizia o sete di vendetta, ma solo quando giudicata l’unico mezzo per garantire la sicurezza pubblica».
L’epoca moderna e le voci emergenti contro la pena di morte
Durante il Medioevo e l’era tridentina la Chiesa sostenne il diritto teorico di giustiziare i criminali. Tuttavia, nel XVIII secolo iniziarono a emergere voci contrarie alla pena capitale.
Nel 1764 Cesare Beccaria (1738-1794) pubblicò il suo trattato Dei delitti e delle pene, in cui si schierava contro la pena di morte. Secondo Beccaria, lo Stato non ha il diritto di giustiziare gli individui. Lo Stato ha il diritto di difendersi dagli aggressori ingiusti, ma non può muovere guerra contro un individuo in prigione che non rappresenta più una minaccia per la sicurezza pubblica. Influenzato dalle argomentazioni di Beccaria, il Granducato di Toscana abolì la pena capitale nel 1786.
Il beato Antonio Rosmini (1797–1855), nella sua Filosofia del Diritto [1841–1843], sostenne che era «desiderabile limitare la pena di morte il più possibile», e sperava «che certe società civili e cristiane smettessero di farne uso in un futuro non troppo lontano». Nel 1867, il Portogallo abolì la pena capitale per tutti i reati civili. Nel 1889, il Regno d’Italia fece lo stesso. Mussolini e i fascisti reintrodussero la pena capitale nel 1926, ma la Costituzione italiana del 1948 vietò le esecuzioni per tutti i reati civili.
Nel corso del XIX e XX secolo, i teologi cattolici iniziarono a sostenere la limitazione della pena di morte ai casi in cui fosse assolutamente necessaria per la difesa della sicurezza pubblica. In questo senso, anticiparono l’insegnamento di Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae [EV], paragrafo 56. Nel 1878, padre Franz X. Linsenmann dell’Università di Tubinga sostenne che: «la pena di morte può essere giustificata solo se è assolutamente necessaria dal punto di vista della legittima difesa». Nel 1937, il canonico Jacques Leclercq dell’Università di Lovanio osservò inoltre che: «Nel mondo occidentale, la pena di morte ha cessato di essere legittima, poiché gli Stati hanno mezzi sufficienti senza di essa per proteggere l’ordine sociale».
Nei decenni precedenti al Concilio Vaticano II, anche i manuali di teologia morale mostravano segni di un’evoluzione verso l’insegnamento attuale. Nel suo Vademecum Theologiae Moralis del 1949, padre Dominic Prümmer, OP, sosteneva che «solo lo Stato ha il diritto di mettere a morte coloro che hanno commesso i crimini più gravi». Lo Stato ha questo diritto perché «la pena di morte è talvolta necessaria per salvaguardare il bene comune e solo lo Stato ha il dovere di salvaguardare la società». Prümmer, quindi, limitava l’uso della pena di morte alla salvaguardia della società in modo simile a quanto previsto dal Concilio Vaticano II. Nel suo Handbuch der Christlichen Moral del 1958 (pubblicato in inglese nel 1961 come An Introduction to Moral Theology), Karl Hörman andò ancora oltre. Sostenne che:
«È certamente conforme alla clemenza cristiana che il potere civile non debba sempre ricorrere a misure estreme di severità, ma debba accontentarsi di pene meno severe quando queste siano possibili senza pericolo per la società. La sostituzione della pena di morte, delle punizioni corporali o delle mutilazioni con misure meno severe è quanto mai opportuna».
Come si può notare, questi teologi percepivano qualcosa di sbagliato nell’eseguire una pena capitale come forma di punizione. Intuivano inoltre che la misericordia cristiana si oppone all’uccisione dei criminali se è possibile garantire la sicurezza pubblica con mezzi non letali.
Possono essere elaborate sentenze non definitive del Magistero
Gli insegnamenti del Magistero che sono definitivi e infallibili non possono essere modificati. Per quanto riguarda la pena di morte, non sembra esserci sufficiente evidenza di una posizione magisteriale irreformabile a sostegno della pena capitale. Nel 1979, padre Anselm Günthör OSB (1911-2015) scrisse che le dichiarazioni del Magistero ecclesiale sulla pena di morte «sono affermazioni occasionali e non rappresentano una posizione pienamente definitiva; non dobbiamo sottovalutarle, ma non dovremmo nemmeno considerarle dichiarazioni magisteriali immutabili e perennemente valide».
L’affermazione che esista un insegnamento cattolico definitivo e irreformabile a sostegno della pena capitale è contestabile. Singoli autori cattolici avanzano questa affermazione, ma il Magistero è l’autorità che decide quali insegnamenti della Chiesa sono definitivi e quali sono aperti allo sviluppo.
Nel 1974, la Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti (allora chiamata Conferenza episcopale cattolica nazionale), con una maggioranza di 108 voti contro 63, approvò una risoluzione che dichiarava: «La Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti si esprime ufficialmente contro la pena capitale».
Alcuni vescovi si chiedevano se una tale posizione fosse coerente con la tradizione cattolica e chiesero chiarimenti a Roma. La Santa Sede chiese al Pontificio Consiglio Giustizia e Pace di rispondere. La risposta si basò su quattro punti fondamentali:
«1) La Chiesa non ha mai affrontato direttamente la questione del diritto dello Stato di esercitare la pena di morte; 2) La Chiesa non ha mai condannato il suo uso da parte dello Stato; 3) La Chiesa ha condannato la negazione di tale diritto; 4) I papi recenti hanno sottolineato i diritti della persona e il ruolo medicinale della punizione».
Alla luce di queste e altre considerazioni, la Pontificia Commissione disse ai vescovi statunitensi che la risoluzione di maggioranza approvata dalla loro conferenza nel 1974 «non necessita di essere modificata». Inoltre, la Commissione affermò che alla luce di una serie di considerazioni sociali ed etiche «l’abolizione della pena capitale è da favorire».
Secondo la Pontificia Commissione, l’unica affermazione chiara e positiva del Magistero sulla pena capitale si trova al punto 3, che riafferma un diritto teorico dello Stato ad applicare la pena di morte. Probabilmente si trattava di un riferimento alla professione di fede del 1210 prescritta ai Valdesi. La Commissione, tuttavia, non ha affermato che tale affermazione sia definitiva o irreformabile. Non vi è nulla nella risposta della Pontificia Commissione del 1976 che suggerisca che la legittimità della pena capitale sia un insegnamento definitivo e infallibile della Chiesa cattolica, immutabile nel tempo.
I cattolici difensori della pena capitale potrebbero obiettare che si tratta solo del giudizio di una commissione pontificia, priva di autorità magisteriale. Può darsi, ma il chiaro segno che la Chiesa non considera la legittimità della pena di morte un insegnamento definitivo e infallibile è il modo in cui il Magistero ha sviluppato il suo insegnamento sulla pena capitale a partire dal pontificato di San Giovanni Paolo II.
Lo sviluppo della Chiesa sulla pena capitale: prudenziale o dottrinale?
Nel testo rivisto del 2018 del n. 2267 del Catechismo, vengono fornite tre ragioni per lo sviluppo della dottrina della Chiesa sulla pena di morte: 1) «c’è una crescente consapevolezza che la dignità della persona non si perde nemmeno dopo la commissione di crimini gravissimi»; 2) una nuova comprensione «delle sanzioni penali imposte dallo Stato»; e 3) «sono stati sviluppati sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la dovuta protezione dei cittadini ma, al tempo stesso, non privano definitivamente il colpevole della possibilità di redenzione».
La Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) approfondisce queste tre ragioni nella sua Lettera ai Vescovi del 1° agosto 2018 sulla nuova revisione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica sulla pena di morte. La CDF cita alcune importanti dichiarazioni di papi recenti che sostengono tutte e tre le ragioni. Tutte e tre queste ragioni convergono nello spiegare come la revisione del Catechismo rappresenti uno sviluppo coerente della dottrina cattolica.
Prima della revisione, i sostenitori cattolici della pena capitale spesso caratterizzavano la posizione di Giovanni Paolo II sulla pena di morte come prudenziale. Poiché i giudizi prudenziali si basano su una valutazione di fattori contingenti, sono discutibili e non vincolanti. Il sostegno alla natura prudenziale dell’insegnamento della Chiesa sulla pena capitale è stato trovato in un articolo del cardinale Avery Dulles, SJ. Si è affermato che il carattere non vincolante dell’insegnamento di Giovanni Paolo II sulla pena di morte fosse supportato da un memorandum trapelato del 2004 del cardinale Ratzinger al presidente della Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti (USCCB) sulla dignità di ricevere la comunione.
L’insegnamento di Giovanni Paolo II sulla pena capitale implicava certamente elementi prudenziali, ma era più che prudenziale. Si basava sul riconoscimento che «nemmeno un assassino perde la sua dignità personale, e Dio stesso si impegna a garantirla». Si basava anche sulla «giustizia misericordiosa» di Dio, rivelata nella sua protezione del primo assassino Caino dall’essere ucciso (Gen 4,15 citato in EV, paragrafo 9).
I difensori cattolici della pena capitale non hanno compreso perché Giovanni Paolo II limitasse la possibilità della pena capitale a quei casi molto rari, se non praticamente inesistenti, in cui non ci sarebbe stato altro modo di proteggere la sicurezza pubblica. Caratterizzare questa posizione come meramente prudenziale non comprende che anche i giudizi prudenziali applicano «principi morali a casi particolari».
Quali erano, dunque, i principi morali che guidavano la posizione di Giovanni Paolo II sulla pena capitale? Erano: 1) la dignità personale della persona umana, che non si perde nemmeno per peccati gravi come l’omicidio; 2) la giustizia misericordiosa di Dio, che desidera «la correzione piuttosto che la morte del peccatore»; e 3) il riconoscimento che le punizioni dovrebbero mirare a «rendere i criminali innocui senza negare loro definitivamente la possibilità di riformarsi». Questi principi informano anche la modifica del 2018 nella formulazione del Catechismo sulla pena di morte.
Lo sviluppo dell’insegnamento della Chiesa sulla dignità umana
Dalla metà del ventesimo secolo, si è assistito a una crescente consapevolezza cattolica della dignità della persona umana. Certo, la Chiesa ha sempre sostenuto la dignità umana, ma si è verificato uno sviluppo nella comprensione cattolica della dignità umana che ha portato al rifiuto della schiavitù, della tortura e, ora, della pena di morte. I cattolici che difendono la pena capitale non comprendono appieno come sia stato lo sviluppo della dottrina della Chiesa sulla dignità umana a condurre alla conclusione che la pena di morte sia una forma di punizione inammissibile. Al contrario, sostengono che la pena capitale in realtà afferma la dignità umana. Questa, tuttavia, è la loro opinione e non quella della Chiesa cattolica.
In termini di dottrina cattolica, esiste una «gerarchia di verità», poiché esse variano nella loro relazione con la fede cristiana fondamentale. La dignità della persona umana, affermata dalla Sacra Scrittura e sviluppata nella tradizione cattolica, è molto più centrale per la fede cristiana rispetto al diritto di giustiziare i criminali, che riguarda principalmente l’ordine civile. Inoltre, la dignità della persona umana è una dottrina che ha radici profonde nella Sacra Scrittura. La pena di morte è affermata in alcune parti della Bibbia, ma rappresenta qualcosa di «incompleto e temporaneo» secondo la comprensione della Chiesa.
Lo sviluppo dell’insegnamento della Chiesa sulla dignità umana coincide con lo sviluppo dell’insegnamento della Chiesa sulla pena di morte. Dai tempi di San Giovanni XXIII (1958-1963), si è assistito a una maggiore consapevolezza di come la dignità sia intrinseca a tutti gli esseri umani, a prescindere dai loro errori, crimini o peccati. San Giovanni XXIII, nella sua enciclica Pacem in Terris (1963), distingue tra l’errore e la persona che cade in errore. Come scrive nel paragrafo 158 dell’enciclica:
«Un uomo che è caduto nell’errore non cessa di essere un uomo. Non perde mai la sua dignità personale, e questo è qualcosa che va sempre tenuto in considerazione. Inoltre, nella natura stessa dell’uomo esiste una capacità immortale di abbattere le barriere dell’errore e cercare la via della verità. Dio, nella sua grande provvidenza, è sempre presente con il suo aiuto. Oggi, forse, un uomo manca di fede e si allontana dalla retta via; domani, forse, illuminato dalla luce di Dio, potrà davvero abbracciare la verità».
Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes (1965), sottolinea la dignità della persona umana. Il Concilio insegna che «l’ordine sociale e il suo sviluppo devono invariabilmente operare a beneficio della persona umana, affinché la disposizione degli affari sia subordinata alla sfera personale e non viceversa, come il Signore ha indicato quando ha detto che il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato».
Il riconoscimento che il bene della persona non debba essere sacrificato al presunto bene dell’ordine sociale conduce in ultima analisi all’inammissibilità della pena di morte. L’esecuzione di una persona implica il sacrificio del bene di una vita umana per il presunto bene della società. La Chiesa ha compreso ciò come una violazione della dignità umana.
Abbiamo già visto come Giovanni Paolo II, nell’enciclica Evangelium Vitae paragrafo 9, insegna che «nemmeno l’omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso si impegna a garantirla» (cf. Gen 4,15). Questo, per molti aspetti, è stato il punto di svolta dottrinale sulla pena capitale. Se l’omicida conserva la dignità umana e l’inviolabilità, allora ucciderlo intenzionalmente è, come insegna Papa Francesco, «un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona».
L’enfasi sulla dignità umana si ritrova nei successivi insegnamenti papali sulla pena di morte. In un’omelia pronunciata il 27 gennaio 1999 a St. Louis, Missouri, Giovanni Paolo II afferma che:
«La nuova evangelizzazione chiama i seguaci di Cristo che sono incondizionatamente pro-vita: che proclameranno, celebreranno e serviranno il Vangelo della vita in ogni situazione. Un segno di speranza è il crescente riconoscimento che la dignità della vita umana non deve mai essere tolta, neanche nel caso di chi ha commesso un grande male. La società moderna ha i mezzi per proteggersi, senza negare definitivamente ai criminali la possibilità di redimersi. Rinnovo l’appello che ho rivolto più recentemente a Natale per un consenso per porre fine alla pena di morte, che è crudele e inutile».
Benedetto XVI riafferma l’importanza della dignità umana nella sua esortazione apostolica del 2011, Africae Munus:
«Insieme ai membri del Sinodo, richiamo l’attenzione dei leader della società sulla necessità di fare ogni sforzo per eliminare la pena di morte e riformare il sistema penale in modo da garantire il rispetto della dignità umana dei detenuti. Gli operatori pastorali hanno il compito di studiare e raccomandare la giustizia riparativa come mezzo e processo per promuovere la riconciliazione, la giustizia e la pace, e il ritorno delle vittime e dei colpevoli alla comunità».
Papa Francesco, nel suo discorso del 2014 all’Associazione Internazionale di Diritto Penale, sottolinea il legame tra l’abolizione della pena di morte e la dignità umana:
«Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche per migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà».
Nel suo Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione (13 ottobre 2017), Papa Francesco prepara la strada alla revisione del Catechismo:
«Occorre affermare chiaramente che la pena di morte è una misura disumana che, indipendentemente da come venga eseguita, abdica alla dignità umana. È di per sé contraria al Vangelo, perché comporta la soppressione volontaria di una vita umana che non cessa mai di essere sacra agli occhi del suo Creatore e della quale – in ultima analisi – solo Dio è il vero giudice e garante».
Dopo la modifica del 2018 al Catechismo, Papa Francesco ha ribadito l’inammissibilità della pena capitale nella sua enciclica Fratelli Tutti del 2020:
«Il fermo rifiuto della pena di morte dimostra fino a che punto sia possibile riconoscere l’inalienabile dignità di ogni essere umano e accettare che egli abbia un posto in questo universo. Se non nego tale dignità nemmeno al peggiore dei criminali, non la negherò a nessuno. Darò a tutti la possibilità di condividere questo pianeta con me, nonostante tutte le nostre differenze».
L’8 aprile 2024, il Dicastero per la Dottrina della Fede, con il pieno sostegno di Papa Francesco, ha pubblicato Dignitas Infinita, una dichiarazione che spiega e applica l’insegnamento della Chiesa sulla dignità umana. Nel paragrafo 34 di questa dichiarazione, viene ribadito l’insegnamento della Chiesa contro la pena di morte:
«A questo proposito, occorre menzionare anche la pena di morte, poiché anch’essa viola l’inalienabile dignità di ogni persona, a prescindere dalle circostanze. In tal senso, dobbiamo riconoscere che il fermo rifiuto della pena di morte dimostra fino a che punto sia possibile riconoscere l’inalienabile dignità di ogni essere umano e accettare che egli abbia un posto in questo universo. Se non nego tale dignità nemmeno al peggiore dei criminali, non la negherò a nessuno. Darò a tutti la possibilità di condividere questo pianeta con me, nonostante tutte le nostre differenze».
Come si può notare, il Magistero, fin dai tempi di San Giovanni XXIII, ha posto l’accento sulla dignità della persona umana. Almeno dal 1995, ha costantemente insegnato che l’intrinseca dignità della persona umana porta al rifiuto della pena capitale.
La Chiesa insegna oggi che la pena di morte è intrinsecamente malvagia?
Una delle obiezioni alla revisione del 2018 del Catechismo, è che la dichiarazione di «inammissibilità» della pena di morte suggerisce che essa sia intrinsecamente malvagia. Per i firmatari dell’appello ai cardinali del 15 agosto 2018, questo sarebbe un giudizio «contrario alla Parola di Dio». Alcuni cattolici ritengono che un atto sia o intrinsecamente malvagio (nel qual caso non potrebbe mai essere giustificato) o proibito solo in determinate circostanze. L’implicazione è che se la Chiesa proibisce qualcosa che non è intrinsecamente immorale, allora i cattolici sono liberi di dissentire dal giudizio prudenziale secondo cui le circostanze si oppongono a tale atto, che non è intrinsecamente malvagio.
Credo che sia una falsa dicotomia affermare che «un atto è intrinsecamente immorale (peccaminoso) o non lo è». Ci sono casi in cui la Chiesa ha proibito certe azioni per diverse ragioni senza dichiararle intrinsecamente immorali. Mi vengono in mente i precedenti divieti della Chiesa sulla cremazione volontaria. Anche se la cremazione non è mai stata dichiarata intrinsecamente malvagia, il Codice di Diritto Canonico del 1917 proibiva ai cattolici di esaudire i desideri del defunto che voleva essere cremato. Il Codice del 1917 negava anche le sepolture ecclesiastiche a coloro che sceglievano deliberatamente la cremazione. Nel 1963, la Chiesa ha consentito la cremazione in determinate circostanze. Prima del 1963, tuttavia, i cattolici sarebbero stati colpevoli del peccato di disobbedienza se avessero scelto volontariamente di essere cremati.
Un altro esempio è la poligamia. Il Concilio di Trento condannò giustamente la poligamia nel canone 2 della sua Dottrina sul Matrimonio, ma non la dichiarò intrinsecamente immorale. Credo che ciò sia dovuto alla tolleranza della poligamia ai tempi dell’AT. Infatti, in 2 Samuele 12,8, Dio dice a Davide (tramite il profeta Natan): «Ti ho dato la casa del tuo signore e le mogli del tuo signore per te». Dio diede a Davide più mogli, ma Dio non può fare qualcosa di intrinsecamente malvagio.
Alla luce della rivelazione più completa del NT, tuttavia, la poligamia è inammissibile (cioè non permessa). Nella sua discussione sulla pluralità delle mogli, San Tommaso d’Aquino ammette che la poligamia era legale ai tempi dell’AT, ma spiega anche come la poligamia sia contraria alla legge naturale sotto un certo aspetto (cioè la fedeltà) ma non sotto un altro (cioè la procreazione). Il Concilio di Trento ha fatto assolutamente bene a condannare la poligamia alla luce di una comprensione più profonda della legge naturale e della volontà di Dio come rivelata nel NT. Questo dimostra come qualcosa possa essere tollerato in un certo momento della storia della salvezza e proibito in seguito.
Alcuni cattolici sostengono che il linguaggio dell’inammissibile è ambiguo e privo di significato teologico. Questo, però, non è vero. Papa Innocenzo III, nella sua Lettera al vescovo Enrico di Strasburgo del 9 gennaio 1212, respinge certe forme di processo con queste parole:
«Sebbene tra i giudici secolari si usino prove comuni, come quelle dell’acqua fredda o del ferro rovente o dei duelli, la Chiesa non ammette (Ecclesia non admisit) questi tipi di prove, poiché è scritto nella legge divina: Non tenterai il Signore Dio tuo (Deut 6,16; Mt 4,7)».
Innocenzo III non dichiarò che questi tipi di processi fossero intrinsecamente malvagi, ma il suo significato era piuttosto chiaro: la Chiesa considera tali tipi di processi inammissibili.
Pio XI, in un discorso del 6 settembre 1938, affermò: «No, no, vi dico che è impossibile per un cristiano prendere parte all’antisemitismo. È inammissibile. Per mezzo di Cristo e in Cristo siamo la progenie spirituale di Abramo. Spiritualmente, siamo tutti semiti».
Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, paragrafo 2296, si legge: «Inoltre, non è moralmente ammissibile (nequit moraliter admitti) provocare direttamente la mutilazione invalidante o la morte di un essere umano, neanche al fine di ritardare la morte di altre persone».
L’espressione «non moralmente ammissibile» è equivalente di «inammissibile». È inoltre moralmente inammissibile provocare direttamente la mutilazione invalidante o la morte di un essere umano, sia pure per ritardare il decesso di altre persone.
Il termine «inammissibile» è perfettamente comprensibile ed è stato utilizzato dal Magistero, esplicitamente o con termini equivalenti, in numerose occasioni. Non significa necessariamente «intrinsecamente malvagio». Piuttosto, si riferisce solitamente a un’azione non consentita a causa dei valori cristiani che offende. Il testo rivisto del Catechismo della Chiesa Cattolica, 2267, riconosce che:
«Il ricorso alla pena di morte da parte di un’autorità legittima, a seguito di un giusto processo, è stato a lungo considerato una risposta appropriata alla gravità di certi crimini e un mezzo accettabile, seppur estremo, per salvaguardare il bene comune».
Ciò significa che in passato la pena capitale non era considerata intrinsecamente sbagliata. Alla luce dell’evoluzione della comprensione della Chiesa in merito alla dignità umana, alle finalità della punizione e alla capacità di proteggere la società senza ricorrere alle esecuzioni, la pena di morte è ora considerata dalla Chiesa una forma di punizione inammissibile.
Va notato che il Catechismo aveva già affermato che «il quinto comandamento proibisce l’uccisione diretta e intenzionale in quanto gravemente peccaminosa». Qualsiasi esecuzione implica un’uccisione diretta e intenzionale. Coloro che vengono condotti via per essere giustiziati non rappresentano un pericolo immediato per la pubblica sicurezza. Se una persona condotta all’esecuzione doveva liberarsi e afferrare un’arma letale, uccidere tale persona sarebbe un atto di legittima difesa e non una pena capitale. La Congregazione per la Dottrina della Fede, nella sua Lettera ai Vescovi del 1° agosto 2018, offre questa osservazione:
«La nuova formulazione del numero 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica vuole dare impulso a un movimento verso un impegno decisivo per favorire una mentalità che riconosca la dignità di ogni vita umana e, in un dialogo rispettoso con le autorità civili, per incoraggiare la creazione di condizioni che consentano l’eliminazione della pena di morte laddove essa sia ancora in vigore».
Ciò non significa che la pena capitale sia accettabile nei paesi che non hanno ancora creato le condizioni per la sua abolizione. Significa piuttosto che i cattolici e le persone di buona volontà dovrebbero adoperarsi per convincere le autorità civili che la pena di morte è una forma di punizione inutile e inammissibile.
I cattolici devono aderire agli insegnamenti del Magistero ordinario (specialmente papale)
In ultima analisi, è il Magistero della Chiesa ad avere l’autorità di decidere cosa i cattolici debbano credere riguardo alla pena capitale. Inoltre, i cattolici sono tenuti ad aderire a tale insegnamento con sottomissione religiosa di mente e volontà. Ciò deriva dal Concilio Vaticano II, Lumen Gentium al paragrafo 25:
«Questa sottomissione religiosa di mente e di volontà deve essere dimostrata in modo particolare all’autentico magistero del Romano Pontefice, anche quando non parla ex cathedra; ovvero, deve essere dimostrata in modo tale che il suo supremo magistero sia riconosciuto con riverenza e che i giudizi da lui pronunciati siano sinceramente rispettati, secondo la sua manifesta volontà e il suo pensiero. La sua volontà e il suo pensiero in materia si possono principalmente desumere dalla natura dei documenti, dalla frequente ripetizione della stessa dottrina o dal suo modo di esprimersi».
I cattolici che hanno difficoltà con ciò che la Chiesa insegna ora sulla pena capitale hanno il diritto di comunicare le proprie difficoltà alle autorità magisteriali. Non hanno, tuttavia, il diritto di dissentire pubblicamente da questo insegnamento secondo il canone 752 e il Codice di Diritto Canonico del 1983 e l’istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1990, Donum Veritatis. Gli insegnanti e i pastori cattolici, tuttavia, dovrebbero cercare di capire perché alcuni cattolici hanno difficoltà con questo insegnamento e manifestare carità pastorale nei loro confronti. Ciò vale soprattutto quando si ha a che fare con persone che hanno perso i propri cari a causa di crimini violenti. Il desiderio emotivo di vendetta o di ritorsione sarebbe comprensibile in tali casi. Il Vangelo, però, rifiuta la vendetta e ci insegna ad amare e pregare per i nostri nemici (Mt 5, 43-44; cf. Catechismo, paragrafo 2302).
Coloro che insegnano in nome della Chiesa hanno la responsabilità di spiegare e difendere ciò che la Chiesa insegna attualmente sulla pena di morte. Un sacerdote cattolico, un diacono, un professore o un insegnante di religione che si ostinasse a resistere a questo insegnamento agirebbe in modo irresponsabile.
Tutti i cattolici devono sforzarsi di comprendere e accettare l’attuale insegnamento della Chiesa cattolica sulla pena di morte. Questo insegnamento proviene dal Romano Pontefice ed è stato confermato dal Collegio episcopale. Rappresenta uno sviluppo coerente della dottrina cattolica, informato da una più profonda comprensione della dignità della persona umana. Contrariamente a quanto alcuni affermano, non contraddice alcun insegnamento definitivo o infallibile della Scrittura o della Tradizione.
In definitiva, spetta al Magistero della Chiesa decidere quali insegnamenti possono essere sviluppati e quali no. Tutti i cattolici dovrebbero impegnarsi ad accettare e difendere l’insegnamento della Chiesa secondo cui, alla luce del Vangelo, «la pena di morte è inammissibile perché è un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona».






https://tg24.sky.it/mondo/2026/04/16/gaffe-pete-hegseth-pulp-fiction a proposito di spettacolarizzazione, già qualche mese fa Hegseth aveva scambiato una citazione biblica per Tarantino. È la vittoria definitiva di Guy Debord e la discussione infinita su qualsiasi argomento aumenta solo l’impossibilità di distinguere il vero dal falso.
Senza mettersi a disquisire su tutto e il contrario di tutto, mi pare che la discussione sia accostabile a quella sulla guerra “giusta”. È possibile che in determinati contesti non esista altra soluzione che uccidere un colpevole, se questa diventa l’unica possibilità per impedirgli di diventare pericoloso per la società. Soprattutto in passato, quando poteva essere difficile arrestare, o tenere in prigionia in sicurezza. Ce ne accorgiamo oggi con i mandati di arresto verso Putin o Nethaniau , che sono giusti sulla carta, ma inapplicabili nella realtà. Nel contesto delle democrazie occidentali la carcerazione già riduce a zero il rischio per la comunità e non serve infierire inutilmente.
In ogni caso quella degli Stati Uniti attuali rimane una torsione anche all’interno della sua stessa storia. Perché introduce un elemento di crudeltà inutilmente spettacolarizzata e
gratuita.