Lefebvriani in attesa

lefebvriani

Un comunicato della Fraternità sacerdotale san Pio X (lefebvriani) del 13 ottobre annuncia l’attesa di una risposta al ricorso presentato al dicastero dopo il decreto di scomunica del 2 luglio in seguito all’avvenuta ordinazione illecita di quattro vescovi (cf. SettimanaNews). Si informa che il ricorso è stato inoltrato l’11 luglio (reso noto il 13) come passo previsto dal diritto canonico e secondo i termini e le procedure indicate.

«Con tali iniziative i vescovi della Fraternità intendono esercitare il diritto riconosciuto loro dalla Chiesa, chiedendo l’esame delle obiezioni giuridiche e dottrinali che hanno formulato nei confronti dei testi del 2 luglio», il decreto e la nota esplicativa del Dicastero. «In attesa del seguito che verrà dato a tali iniziative da parte delle autorità competenti, la Fraternità intende osservare la discrezione richiesta dalla natura di tali procedure» e invita tutti alla preghiera.

Curioso modo di osservare la discrezione dandone comunicazione ufficiale, ma coerente con i funambolismi logici, giuridici e spirituali cui i responsabili sono costretti a ricorrere per la giustificazione sempre più traballante delle scelte compiute. Difficile immaginare che si possa contestare in radice i documenti del Vaticano II e un’intera stagione della Chiesa universale, invocando le norme previste dal Codice di diritto canonico, quando la legislazione nasce proprio da quei documenti e da quella stagione. Se le norme sono frutto delle costituzioni, decreti e dichiarazioni conciliari come potrebbero giustificare il loro radicale rifiuto?

Il testo del comunicato dei lefebvriani parla dell’attesa di una risposta dando l’illusione di una sospensiva della pena della scomunica. Così non è perché la pena è legata all’atto (la consacrazione senza il consenso papale) e non al decreto. La scomunica è determinata automaticamente dal gesto dell’ordinazione illecita e una sospensiva del decreto (che attesta la sua certezza giuridica) non la elimina. Il ricorso sospende il decreto ma non la pena che è legata al fatto (cf. SettimanaNews).

Vi è una dissonanza esplicita fra la rivendicazione di un diritto ecclesiale e il rifiuto di riconoscere la pertinenza dell’autorità papale nell’evento consacratorio. In base a quale autorità e in ragione di quale legame ecclesiale si possono indicare le censure come «obiettivamente ingiuste e invalide» come scrive il superiore generale nella lettera ai fedeli del 3 luglio? Se si accetta la remissione della scomunica decretata da Benedetto XVI nel 2009 significa riconoscere che la scomunica c’era ed è oggi riaffermata. Con la successiva domanda sulla coerenza di un’azione pastorale di vescovi e preti nelle comunità su tutti gli elementi della cura pastorale.

L’attesa di un atto conclusivo dell’intera vicenda è auspicabile secondo i tempi talora estenuanti della curia romana. Ma è probabile un punto fermo che consegni la Fraternità ad un cammino ormai solitario ed esposto a derive imprevedibili

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento