
Il saggio curato da Robert Fastiggi su «Lo sviluppo dottrinale sulla pena di morte» (cf. qui su SettimanaNews) mi ha sollecitata a prolungare l’indagine lì condotta sui testi della più antica tradizione cristiana. Ne ho così trovati ancora altri che ritengo rilevanti riguardo ai due principali aspetti della questione trattata: la pena di morte e il ricorso alle testimonianze scritturistiche in appoggio a specifiche dottrine.
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Riguardo alla pena di morte, stabilita nelle persecuzioni per i cristiani, mi ha sempre impressionato quanto affermano Clemente Alessandrino e Origene, entrambi vissuti in un’epoca – fine del II secolo/prima metà del III – nella quale i martiri erano dovunque riconosciuti come gli autentici «testimoni» della fede. Scrive Clemente: «Se chi uccide un uomo di Dio pecca contro Dio, colui che si presenta spontaneamente al tribunale è per la sua parte responsabile di chi lo mette a morte» (Stromati IV,77).
A sua volta Origene, figlio di un martire e animato nell’intera sua vita dal desiderio del martirio, così si esprime (nel Commento al Vangelo di Giovanni 28,276) a riguardo, preoccupato sia di essere capace di mantenere la propria fede sia di non essere causa di peccato per gli altri:
«È certamente bello, una volta che il combattimento per confessare Cristo si è presentato, non sottrarsi alla confessione e non differire la morte per la verità. Ma non è meno bello non porgere occasione a una simile tentazione, ma evitarla in ogni modo, non solo perché l’esito è incerto per noi, ma anche per non porgere occasione di diventare ancora più peccatori ed empi a coloro che non sarebbero rei di avere effettivamente versato il nostro sangue, se noi facessimo quanto sta a noi per evitare quelli che ci insidiano a morte».
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Riguardo al secondo aspetto, ampiamente trattato nel saggio, sul modo di «utilizzare» la Scrittura, riporto due significativi testi di Agostino d’Ippona, emblematici contro ogni ermeneutica fondamentalista.
Finalmente convinto dalla predicazione di Ambrogio del fatto che «la lettera uccide, lo spirito vivifica» (2 Cor 3,6), Agostino aveva abbandonato il modo di leggere e interpretare la Scrittura appreso dai manichei, i quali rifiutavano l’Antico Testamento interpretandolo in maniera letterale, per farne così emergere le contraddizioni, le assurdità, le immoralità. Ricordando nelle Confessioni quel periodo della sua vita, così scrive:
«Non conoscevo allora la giustizia vera, interiore… secondo la quale furono giusti Abramo e Isacco e Giacobbe e Mosè e Davide e tutti gli altri uomini lodati dalla bocca di Dio, mentre sono giudicati disonesti dagli ignoranti, che giudicano secondo la giornata umana e misurano i costumi del genere umano lungo tutta la sua storia sulla base dei propri costumi parziali e particolari. Così farebbe un tale che in un giorno dichiarato festivo al pomeriggio, si adirasse perché non gli concedono di esporre in vendita qualche merce, mentre era concesso al mattino. Non diversi sono costoro, che s’indignano all’udire come in quell’antica età erano lecite ai giusti certe azioni, che in questa non sono lecite ai giusti; e come Dio desse precetti diversi a quegli uomini e a questi per motivi contingenti. Non vedono dunque come … una cosa lecita da gran tempo non lo è più dopo un’ora, un atto permesso o comandato in quel certo angolo, in quest’altro pur così vicino è vietato o punito? Diremo che la giustizia è varia e mutevole? No, ma è il tempo da essa regolato che non procede sempre col medesimo passo: non per nulla è il tempo» (Conf. III, 7).
Quando poi, nel 388, Agostino si accinse a commentare i primi capitoli di Genesi così avverte:
«Tutto questo racconto della Scrittura deve essere esaminato anzitutto in senso conforme alla storia e in secondo luogo in senso profetico. Secondo la storia vengono narrati dei fatti compiuti, secondo la profezia vengono annunciate le realtà future. Certo, se uno vorrà intendere alla lettera tutto ciò che dice la Scrittura, e potrà farlo evitando bestemmie e affermando ogni cosa conforme alla fede cattolica…, dovrà essere stimato persona eccellente e molto lodevole per la sua capacità di comprendere. Può però darsi che non ci sia alcuna possibilità d’intendere le affermazioni della Scrittura in un senso conforme alla fede e in un modo degno di Dio, se non credendole presentate sotto forma simbolica ed enigmatica; in tal caso, poiché abbiamo l’autorità degli Apostoli, dai quali vengono risolti tanti enigmi relativi ai libri dell’Antico Testamento, dovremo attenerci alla norma che teniamo davanti alla nostra mente, con l’aiuto di Colui che ci esorta a chiedere, a cercare e a bussare. Potremo in tal modo spiegare tutte queste realtà simboliche riguardanti la storia e la profezia».
È infine soprattutto in una quaestio che Agostino esprime in maniera chiarissima il presupposto che deve guidare nella lettura e nella interpretazione della Scrittura: «Nelle Scritture Dio parla agli uomini alla maniera degli uomini… all’umana debolezza Dio adatta il suo modo di esprimersi» (Quaest. in Hept. 1,39). Una tale comprensione ermeneutica non può non richiamare quanto espresso in Dei Verbum 12:
«Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini e alla maniera umana, l’interprete della sacra scrittura, per capire bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi realmente abbiano inteso significare e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole».





