RD Congo: crisi politica e civile

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L’ex presidente Joseph Kabila durante la conferenza stampa a Goma (foto LaPresse).

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Joseph Kabila sta ufficialmente intraprendendo la via della ribellione? Venerdì 9 ottobre l’ex presidente della Repubblica Democratica del Congo, che nel 2019 aveva ceduto il potere a Félix Tshisekedi, si è rivolto alla nazione con un messaggio della durata di una ventina di minuti. In tale occasione ha denunciato quello che definisce un «regime dittatoriale» e ha annunciato azioni concrete per salvare una «nazione in pericolo».

Lunedì 12 ottobre, a Goma, è stato annunciato un nuovo movimento politico-militare, battezzato «Fronte per la rifondazione della nazione». Sarebbe guidato da Joseph Kabila, affiancato da Corneille Nangaa e Bertrand Bisimwa. Questa nuova configurazione solleva interrogativi sul futuro dell’AFC/M23 e sull’evoluzione del conflitto armato nella parte orientale del Paese.

Dalla presidenza alla leadership annunciata di un movimento politico-militare, il percorso di Joseph Kabila apre una nuova pagina della crisi congolese. Ma al di là delle ambizioni politiche e dei riassetti militari, rimane una domanda fondamentale: la guerra durerà ancora a lungo, e quale è il ruolo delle popolazioni che soffrono da anni?

Nella parte orientale della RDC, le popolazioni continuano a pagare un prezzo altissimo: sfollamenti, insicurezza, famiglie distrutte e un futuro incerto. Non aspettano né nuovi discorsi né nuovi attori armati, ma la pace, la sicurezza e la dignità.

La ricostruzione della nazione non può basarsi sulle armi e sulle sofferenze del popolo. Al di là delle rivalità per il potere, i leader congolesi devono rispondere a una domanda fondamentale: chi combatte davvero per il popolo e chi invece sfrutta la sua sofferenza per conquistare il potere?

L’istruzione non deve essere un’arma di guerra

Il 10 ottobre 2026, l’arcivescovo metropolitano di Bukavu, mons. François-Xavier Maroy Rusengo, ha lanciato un appello urgente alle autorità congolesi, ai responsabili dell’AFC/M23 e ai partner nel campo dell’educazione affinché l’istruzione sia preservata dalle rivalità politiche e militari.

In una lettera aperta, denuncia le conseguenze delle nomine amministrative imposte in diverse università di Goma e Bukavu dal movimento AFC/M23, nelle zone sotto il suo controllo.

Questa situazione ha provocato uno scontro con il Ministero nazionale dell’istruzione superiore e universitaria, che ha condannato tali nomine, sanzionato il personale coinvolto e chiuso gli istituti interessati, invitando gli studenti a proseguire gli studi in altre province. Per l’arcivescovo, queste decisioni e le loro conseguenze costituiscono «un’altra guerra nella guerra», che aggrava le sofferenze delle famiglie già provate da anni di conflitto.

Di fronte a questa crisi, mons. Maroy ricorda che la scuola e l’università non devono mai diventare campi di battaglia per regolamenti di conti politici. L’istruzione è un diritto fondamentale e un investimento indispensabile per il futuro della nazione. Privare i giovani dei loro studi significa compromettere i loro sogni, appesantire gli oneri dei genitori e ipotecare lo sviluppo del Paese. Nessun potere, per quanto possa rivendicare la propria legittimità, dovrebbe sacrificare il futuro dei giovani sull’altare delle proprie ambizioni.

L’arcivescovo inserisce il suo appello nella missione profetica della Chiesa, che non può rimanere indifferente alle sofferenze del popolo. Ricorda in particolare l’appello di papa Francesco durante la sua visita nella Repubblica Democratica del Congo: «Togliete le vostre mani dalla Repubblica Democratica del Congo. Togliete le vostre mani dall’Africa»! Evocando inoltre l’immagine di una Chiesa samaritana, attenta alle gioie e ai dolori di tutti, in particolare delle persone più vulnerabili.

In questa prospettiva, entrano gli sforzi della Conferenza episcopale cattolica (CENCO) e della Chiesa di Cristo in Congo (ECC) a favore di un dialogo inclusivo, capace di ripristinare la coesione sociale e la convivenza pacifica nella regione dei Grandi Laghi. Si invitano tutti gli attori a rinunciare ad azioni che alimentino le tensioni e a consentire a genitori, insegnanti e studenti di concludere con dignità l’anno accademico 2025-2026 e di iniziare serenamente quello del 2026-2027, dalla scuola materna fino al dottorato.

Il titolo della sua lettera, ispirato al Vangelo secondo san Giovanni (18, 11), riassume il suo messaggio: «Rimetti la tua spada nel fodero». L’arcivescovo invita ciascuno a compiere il primo passo verso la pace, convinto che il coraggio di rinunciare allo scontro possa aprire la strada a una soluzione duratura. Il suo appello assume un significato particolare in ottobre, mese del rosario e delle missioni, ma anche mese in cui si commemorano i vescovi martiri di Bukavu, mons. Christophe Munzihirwa, mons. Emmanuel Kataliko e mons. Charles Mbogha.

Al di là delle autorità politiche e militari, questo appello riguarda l’intera società congolese. Genitori, insegnanti, studenti, responsabili religiosi e cittadini sono chiamati a difendere il diritto a un’istruzione pacifica e di qualità.

La scuola non è un bottino di guerra, e la gioventù congolese non deve pagare il prezzo delle rivalità degli adulti. Governare significa servire; conquistare o amministrare un territorio non può giustificare il fatto di privare i propri figli del loro futuro. A Kinshasa, a Goma come a Bukavu, l’urgenza è quella di rinfoderare la spada, riaprire le porte della conoscenza e scegliere il dialogo. Perché la vera pace si costruisce anche nelle aule scolastiche, là dove si prepara il Congo di domani.

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