
Per circa 20 anni il professor Mansoor Moaddel, docente di sociologia all’università del Maryland, ha elaborato e raccolto sondaggi d’opinione in alcuni dei più significativi paesi islamici – Egitto, Iran, Iraq, Arabia Saudita e Turchia -, conducendo interviste faccia a faccia con campioni rappresentativi della popolazione ed oggi sostiene, in un interessante saggio apparso su Foreign Affairs, che si registra un progressivo emergere di un favore per i valori liberali, nonostante lo spiccato desiderio dei rispettivi governanti di starne alla larga.
I grandi temi che ha affrontato riguardano l’individualismo espressivo, l’eguaglianza di genere e il secolarismo. L’opzione per l’individualismo espressivo è stata misurata, tra le altre, con la scelta fra matrimonio combinato tra famiglie o per libera scelta dei coniugi, il diritto delle donne di vestire come preferiscano.
L’uguaglianza di genere invece è stata sondata con domande sulla poligamia, l’obbedienza della moglie e la preferenza da dare ai maschi in educazione, lavoro e politica. Infine, per il secolarismo si è chiesto della separazione tra religione e politica, l’applicazione della legge religiosa e una governance di tipo occidentale.
L’opzione liberale ha registrato nel corso degli anni una crescita costante, mentre l’interesse per governi religiosi e per l’applicazione della legge religiosa ha fatto registrare un calo parallelo e altrettanto costante. Un esempio: In Egitto chi ha dato la sua netta preferenza a un governo religioso è calato dal 25% al 16%, e chi vuole l’applicazione della legge religiosa dal 28% al 18%. Per le stesse questioni in Iraq, tra il 2004 e il 2011, il calo è dal 30% e 34% al 15% e 14%.
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In Arabia Saudita, dove alcune domande non è stato possibile porle, il gradimento per l’applicazione della legge religiosa era al 73% nel 2003, mentre nel 2011 risultava sceso al 35%. Quanto all’educazione sottolinea che in Egitto nel 2001 il 15% riteneva giusto accordare priorità ai maschi, mentre nel 2020 questo campo si è ridotto all’8% degli intervistati.
Queste tendenze possono avere un valore politico, o conseguenze politiche? Nonostante il carattere degli attuali governi lui ritiene di sì, infatti scrive: “Può volerci del tempo prima che le idee più diffuse riescano a rimodellare le istituzioni di governo di una società. Tuttavia, la storia del Medio Oriente dimostra che i cambiamenti nei valori possono essere determinanti nel determinare trasformazioni nell’organizzazione sociale e politica. L’ascesa dei movimenti nazionalisti liberali in Egitto, Siria e Iran all’inizio del XX secolo, ad esempio, fu preceduta dall’emergere di ideologie liberali e nazionaliste già decenni prima.
Lo stesso schema è evidente nell’ascesa del fondamentalismo islamico negli anni ’60 e ’70, culminata nell’instaurazione di regimi islamici e nella diffusione dell’estremismo islamista”. Come dimenticarsi che molti studiosi hanno attribuito al fallimento delle promesse di redistribuzione della ricchezza dei tempi di Nasser, seguito dall’affermazione dell’Islam politico, spesso riassunto con la tesi di Sayyid Qutb che “la giustizia sociale verrà con la sharia”.
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Mansoor Moaddel non esista a rappresentare così il recente passato: “proprio mentre la Primavera araba veniva soffocata sul nascere, i movimenti jihadisti terrorizzavano la regione, il leader turco Recep Tayyip Erdogan perseguiva il sogno di una rinascita dell’Impero ottomano, la Guida Suprema dell’Iran cercava di presentare il Paese come il centro di un asse di resistenza guidato dagli sciiti e i leader sauditi difendevano il settarismo sunnita, l’opinione pubblica in ciascuno di questi Paesi chiave del Medio Oriente si mostrava sempre più favorevole ai valori liberali”.
È interessante che in colloqui con alcuni intervistati che hanno mutato orientamento affermi che tra costoro ricorra la tesi che il governo religiosamente ispirato ha fallito, non ha dato risposte, il divario con i Paesi occidentali si è accentuato e così appare lecito sperare che un cambio politico possa migliorare la qualità della vita.
Ecco così la sua valutazione su quanto accaduto in Turchia, esempio molto importante: “La nomina di Erdogan a primo ministro nel 2003, dopo la vittoria elettorale del suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, fu inizialmente salutata come un segnale che una forma di islamismo potesse coesistere con la democrazia. Ma alla fine egli avrebbe abbandonato ogni reale impegno verso una governance democratica, smantellando i controlli e gli equilibri istituzionali e imponendo nel 2017 un referendum costituzionale che consolidò il suo potere. Il tentativo di Erdogan di promuovere un panislamismo in stile ottomano sembra aver accelerato la liberalizzazione piuttosto che rafforzare la conformità religiosa. Un’importante indicazione di questo processo è il cambiamento nell’autoidentificazione degli intervistati turchi, che sotto Erdogan si è orientata verso la nazione piuttosto che verso la religione, parallelamente a un calo della frequenza alle moschee. Nel 2001, il 64% degli intervistati si identificava principalmente come musulmano, mentre solo il 34% si identificava innanzitutto come cittadino turco. Nel 2013, queste percentuali erano scese rispettivamente al 39% e al 44%; nel 2016 si attestavano al 36% e al 53%, mentre nel 2020 erano pari al 24% per l’identità musulmana e al 63% per la cittadinanza turca”.
Nello stesso arco temporale la presenza in moschea almeno una volta a settimana è calata dal 19% all’11% e visto che questa partecipazione calava anche in precedenza la sua impressione è che il consenso iniziale per Erdodgan fosse dovuto più a quanto fece come sindaco di Istanbul che al suo progetto politico-religioso.
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Tra le sue conclusioni colpisce questa: “L’interesse del Medio Oriente per i valori liberali – ovvero il valore della separazione tra religione e politica, la valorizzazione del giudizio individuale e il riconoscimento dell’individuo, piuttosto che della collettività, come unità fondamentale di una comunità politica – sembra essersi sviluppato negli ultimi decenni in opposizione al fondamentalismo islamico e alla sua regolamentazione coercitiva dei comportamenti.
Le restrizioni alla mobilità delle donne in Arabia Saudita e le norme sull’abbigliamento imposte alle donne iraniane, ad esempio, hanno reso particolarmente evidente l’esercizio del controllo religioso sulla condotta individuale. La resistenza a limiti specifici come questi può contribuire a promuovere una convinzione più ampia secondo cui il potere politico non dovrebbe determinare arbitrariamente questioni che appartengono propriamente al giudizio individuale”.
Certo i sistemi autoritari sanno bene come rendere meno stringenti le conseguenze per sudditi che esprimono opinioni dissidenti. Ma il realismo non dice solo questo: “Anche se la governance in questi regimi mediorientali non riflette ancora chiaramente una svolta verso i valori liberali, potrebbe farlo nel prossimo futuro. Dopotutto, sono le idee a guidare la storia — e lo hanno chiaramente fatto in Medio Oriente. La formazione di moderni Stati laici in Egitto, Iran e Turchia all’inizio del XX secolo fu preceduta, alla fine del XIX secolo, da un aumento della popolarità del liberalismo, del costituzionalismo, del nazionalismo e della laicità.
Anche la successiva ascesa dei governi nazionalisti arabi in Egitto, Iraq, Libia e Siria, tra il 1952 e il 1969, fu fortemente influenzata dall’ideologia nazionalista panaraba formulata diversi decenni prima […]. L’ascesa degli Stati e dei movimenti islamici alla fine del XX secolo seguì una precedente trasformazione ideologica nella direzione opposta, man mano che i progetti laici perdevano legittimità e l’Islam politico acquisiva influenza”.





