Lettere da Lampedusa /8

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Suor Maria Cristina Tibaldo, vicentina, è Carmelitana minore della Carità. È tra le cinque suore di diverse congregazioni che attualmente vivono a Lampedusa e fanno parte del progetto dell’Unione italiana superiore generali (UISG) per accogliere i migranti durante gli sbarchi al molo Favarolo. Proseguiamo la pubblicazione di alcune delle sue lettere da Lampedusa.

Lampedusa, ottobre 2025

Memorie Attive

Il 3 ottobre è la Giornata Nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, istituita dal governo italiano per ricordare le 368 vittime del naufragio del 3 ottobre 2013. Dal 2016 è diventata «Giornata della Memoria e dell’Accoglienza» per coinvolgere Comuni, scuole e comunità dell’Unione Europea in progetti che promuovano la cultura della solidarietà.

Quest’anno, a Lampedusa, dal 30 settembre al 3 ottobre, con il titolo di «Memorie Attive», sono state offerte giornate ricchissime di eventi, ma soprattutto ricchissime di gioventù: sono arrivati sull’isola più di 800 giovani provenienti da tutta Italia ed Europa, accompagnati dai rispettivi insegnanti, amici, conoscenti e dai familiari delle vittime. Hanno attraversato l’isola con i loro passi e la loro giovinezza, in processione fino alla «Porta d’Europa», e lanciato fiori nel mare. Commovente è stato il ricordo alle 3.15 di notte del 3 ottobre, all’ora del naufragio del 2013.

A conclusione di tutto, una preghiera interreligiosa in parrocchia, con la presenza di tante persone care. Spero tanto che questi giovani, aiutati dai loro insegnanti e familiari, possano continuare ad ascoltare altre lezioni di umanità e tolleranza, per tutto l’anno scolastico e per tutta la loro vita. Sempre nel mese di ottobre, una staffetta di pace per le strade di Lampedusa ha visto anche la partecipazione di don Ciotti.

In ottobre gli sbarchi continuano…

Arrivano con a bordo tanti bimbi piccoli e quando dico piccoli intendo di pochi mesi di vita (a volte penso che potrei metterli in tasca, tanto sono piccolini). Spesso, purtroppo, arrivano sbarchi con il loro carico di vittime, e il dolore per i dispersi. Ultimamente, ne arrivano tanti intossicati per aver respirato idrocarburi. Tanti hanno problemi respiratori.

Ogni sbarco è differente. Da uno sono rimasta particolarmente colpita: erano in tanti, e sembrava che arrivassero dalla fine del mondo… il mare, che prima promette il passaggio per una nuova vita, poi esige un pedaggio di paura e di morte. Il molo si fa silenzioso. Lasciamo libero il passaggio, e passano tutti davanti a noi: due in barella (ce ne sono sempre troppo poche), uno in carrozzina e tutti gli altri portati in braccio «a seggiolina» da altre tre o quattro persone.

È gente già in fin di vita … 1, 2, 3, 4, 5 … 18, 19, 20! … anche il colore dei loro piedi mi dice che non tutti ce la faranno, goccioloni enormi di sudore inondano il loro viso (ma questa volta non è per il caldo perché loro hanno molto freddo), negli occhi di tutti loro un grido silenzioso: «La vita mi sta abbandonando!». Qualcuno si addormenta al molo, qualcuno non arriva al poliambulatorio, qualcun altro non arriva a Palermo… che spreco di vite!!! Mi rimane impresso dentro: «La vita mi sta abbandonando… la vita mi sta abbandonando!».

Si dice che il Mediterraneo centrale resta la rotta più letale al mondo, dove si moltiplicano i cosiddetti «naufragi fantasma»: imbarcazioni di cui non si conoscono le sorti, mai registrati, mai ritrovati. 

Abbracci

La barca attracca storta, spunta una corda, qualcuno la lega ben forte e sicura… e sei arrivato TU!

Avrai 13 o 15 anni, sei il primo a scendere, e questo mi dà il tempo per guardarti bene: sei così raggiante che è impossibile per te passare inosservato… cammini a testa alta come se stessi danzando, guardi a destra e a sinistra, e continuando a camminare guardi il cielo. Vieni verso di me, e passando non prendi né la bottiglietta dell’acqua, né la brioche… vieni e mi abbracci forte forte, come due amici che non si vedono da tanto tempo.

Sei tutto bagnato. Come se tu sapessi che ti stavamo aspettando (noi aspettavamo te e tu aspettavi noi) con questi occhi così puliti, continui a parlarci in una lingua che non comprendiamo… io e sr Colette − poco distante da me − ci siamo guardate, e a casa poi ci siamo confidate che pensavamo che tu fossi impazzito! Noi non ti capiamo e tu continui a parlare, ma dopo poco cambi lingua: «I LOVE  ITALY! I LOVE EUROPE!» e mi abbracci di nuovo, un abbraccio fatto di ferite e cicatrici.

In cuor mio spero che anche l’Italia e l’Europa ti ameranno come tu dici di amarle. Nella mia mente penso a quante famiglie potrebbero farti un po’ di spazio, in quante case potresti vivere, perché penso che solo così tu ti potresti inserire, e questo lo penso per tutti. Ma al molo noi possiamo fare 1000 cose e non possiamo fare niente. In cuor mio chiedo con tutte le mie forze che la buona sorte non fallisca, né con te, né con tutti gli altri.

Porta tra di noi questa allegria pulita, questa gioia di essere vivo, portala ai tuoi coetanei che qui a volte vengono chiamati «baby-gang». Mi piace perché tante volte chiediamo: «Come ti chiami?». Ci sono nomi che nessuno sa pronunciare, così che li chiamiamo con quello che vediamo: fratello, sorella, signore, piccolino… e i nomi − anche se «storti» − trovano sempre il loro proprietario.

Vedo una signora non più giovane che asciuga il viso di una giovane tremante. La giovane piange in silenzio. «È finita” mente dolcemente la signora e, per un secondo, la bugia sembra diventare verità.

Dall’altra parte della rete, il mondo conta: quanti sono arrivati, quanto sono costati, quanti possono restare?

Qui, sul terreno bagnato del molo, i calcoli sono diversi: quante mani entrano in due, quanti sorsi di tè caldo scaldano un petto, quante coperte ci mancano… Al molo nessuno è ricco: ci sono donne con vestiti consumati, uomini con mani callose, giovani con maglie prese in prestito.

Al molo non c’è molto da offrire: c’è il thermos per il tè, brioches, acqua, coperte, ciabatte… Più tardi, quando il molo si svuota, restano briciole, bicchieri di carta, indumenti bagnati, scarpe spaiate e l’odore di vita appena passata. Anche i passi restano impressi nell’acqua, i passi di chi è arrivato e quelli di chi è rimasto lì sotto.

E se il mondo un giorno ci chiederà cosa abbiamo dato loro, a loro che arrivano con questo bisogno di tutto, qualcuno dovrà rispondere: «Quasi niente, tè tiepido…» e non dirà la cosa più importante, cioè che nell’abbraccio tra la loro povertà e il nostro niente, almeno un pezzo di umanità qui è stato condiviso, è stato spezzato insieme, e così l’umanità è diventata più ricca.

Sr M. Cristina 

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