Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli. (Mt 5,13-16)
Il breve brano del vangelo di questa domenica ha una duplice funzione all’interno del Discorso della Montagna. Da un lato, si collega con gli ultimi versetti delle Beatitudini, quelli che riguardano direttamente coloro che ascoltano e che Gesù dichiara beati, nonostante la persecuzione che dovranno affrontare per causa sua (vv. 11-12): i «voi» del v. 11 sono gli stessi «voi» dei vv. 13-14. Dall’altro lato, il brano crea un collegamento con i vv. 17ss, che affrontano più da vicino il tema della legge e della giustizia di Dio, a cui fanno riferimento le «opere buone» del v. 16.
Non omologarsi al mondo
Davanti all’evento certo della persecuzione che i discepoli dovranno affrontare – e che li potrebbe indurre a venir meno nella fedeltà al Signore –, Gesù non ammonisce o non esorta i suoi semplicemente a perseverare, a sopportare la sofferenza, ma affida loro un compito, a partire da quello che essi già sono. Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo. Lo siete già ora, per aver risposto alla chiamata (4,18-22), per aver ascoltato e accolto la parola delle Beatitudini.
Anche chi è sale e luce può essere tentato di rinunciare alla sua identità e di adattarsi alle circostanze, all’ambiente, o di scegliere la via del nascondimento. Per questo Gesù ricorda a tutti l’identità e la funzione dei suoi discepoli.
Lo fa appunto attraverso dei simboli, quello del sale e quello della città e della lucerna, al cui splendore si collega l’ultima esortazione del v. 16, che esplicita, in termini non più figurativi, il significato delle immagini precedenti.
Il sale condisce, dà sapore all’insipidezza, si scioglie nel cibo, penetrandolo, e conserva, preservando dallo scadimento e dalla putrefazione. Così è il discepolo di Gesù: egli è responsabile del “sapore” della terra, del mantenersi vitale di essa. Questo costituisce la sua identità (voi siete). Perdere il sapore, cioè la caratteristica principale del sale, vorrebbe dire rinunciare a questa identità, conformandosi al modo di vivere del proprio ambiente, ma questo non serve, tradisce ciò che si è, ciò che si è chiamati a realizzare.
Perdere ciò che è precisamente costitutivo del discepolo, lo condanna a essere davvero calpestato, si muore, come nel caso dell’estrema persecuzione, ma senza scopo, senza trovare la vera vita.
I discepoli sono anche responsabili del fatto che il mondo trovi un orientamento e divenga luminoso. Essi, infatti, sono la città sul monte e la luce che risplende sul lucerniere. La città e la lucerna sono due realtà per natura chiaramente visibili nell’ambiente in cui si trovano. La città posta su un monte è un punto di riferimento e di orientamento per chi viaggia.
La luce sul lucerniere illumina tutta la stanza, facendo apparire ogni cosa nel suo vero aspetto. L’affermazione «voi siete la luce del mondo» ne richiama un’altra, ascoltata qualche domenica fa, e che fa cogliere la grandezza di quanto detto qui da Gesù. In 4,15-16, infatti, Matteo riporta una breve passaggio di Isaia a conferma della comparsa di Gesù in Galilea. L’annuncio del profeta che l’evangelista applica a Gesù suona così: «il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce».
Dunque, Gesù è la grande luce, visibile per il suo splendore a tutto un popolo avvinto dal buio. Al seguito di Gesù, i discepoli sono in un certo senso quella stessa luce, continuano a splendere perché le tenebre che imprigionano gli uomini siano finalmente e completamente vinte.
Essere “visibili”
Nelle due immagini della città e della lucerna c’è una forte componente di visibilità. A questa visibilità è chiamato il discepolo. Essa non è protagonismo e non è l’apparenza condannata in 6,1-18, perché ha alla base una motivazione differente.
I discepoli di Gesù non si nascondono nella massa e non si trincerano dietro l’anonimato, perché vogliono condurre gli uomini alla lode del medesimo Dio. Tramite loro, tramite il loro agire, il loro mostrarsi, il loro essere figli dell’unico Padre, gli uomini conosceranno la paternità di Dio.
Dunque, il compito che attende i discepoli è duplice: essi devono attirare, devono perciò essere visibili, non nascosti e devono condurre gli uomini a qualcosa di nuovo e per far questo devono mantenere la loro identità, non possono identificarsi con il loro ambiente.
Questo agire è chiamato da Gesù «opere buone». Non si tratta semplicemente delle opere di pietà o di misericordia, ma dell’agire giusto come è descritto nell’insieme del Discorso della Montagna, e, in particolare, come è chiarito dalle antitesi di 5,20-48. Attraverso questo agire i discepoli devono condurre gli uomini a prestare attenzione, a riflettere e a interrogarsi, così che si uniscano anche loro alla lode del Padre.





