
«Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada» (Is 61,1). Questo è il versetto che ho scelto per commentare il volume di p. Catel, mentre, da parte sua, si rispecchia in Is 61,6, posto in esergo all’opera e alla sua conclusione.
È l’amore per Gerusalemme e il suo mistero che ha spinto il domenicano francese Olivier Catel a scrivere questo gioiellino di spiritualità incarnata e custode del mistero.
Dal 2016 egli vive e insegna all’École Biblique, Scuola Biblica e Archeologica di Gerusalemme. Ha conseguito un dottorato in letteratura francese e si è specializzato in Teologia e Studi biblici presso l’Università ebraica di Gerusalemme, dove è membro attivo del dialogo giudeo-cristiano in Israele. Accompagna volentieri amici e pellegrini a scoprire le bellezze della città dove Gesù ha dato la sua vita per gli uomini e dove ha visto la luce della risurrezione.
Lo studioso ha scritto queste pagine nel 2024, ma, nel marzo 2026, vediamo uno spettacolo ancora più angosciante, con tragedie immani di genocidio, invasioni, attacchi all’Iran e al Libano, bombe che cadono a pochi metri dal Santo Sepolcro (chiuso come non lo era stato neppure per il Covid). Uno scenario che strazia il cuore e costringe ad aggiornare le pagine del gentile domenicano…
Gerusalemme dall’alto e dal basso
In quattordici capitoletti egli accompagna il visitatore che giunge a Tel Aviv a “salire” a Gerusalemme e a gustarne la bellezza e la spiritualità.
Il libro è una guida spirituale, non topografica. A Gerusalemme si “sale”, si fa ‘aliyàh, per entrare in una città che sale dal basso ma nello tesso tempo scende dal cielo, come mostra l’Apocalisse.
I piedi poggiano sicuri e lieti sui passi del nostro Redentore, e gustano la concretezza della terra che Gesù ha vissuto, goduto, assaporato, “annusato”, ingoiato con la polvere del Golgota. È la città di sotto che uccide i profeti, che rispecchia la nostra vita di disillusioni e di malattie, di guerre e di inimicizie. Ma sale forte la voglia di credere alla Gerusalemme di sopra, quella della risurrezione, della pace e della fratellanza universale.
Il sepolcro è vuoto, può disilludere e deludere. Ma è la molla potente della speranza per l’impossibile agli occhi umani: la pace, l’unità dei cuori.
Il cuore del pellegrino è diviso, e la città con i suoi quattro quartieri, le voci e le lingue più diverse rispecchiano gli strappi dei nostri cuori. Gerusalemme porta e uccide i suoi figli. Siamo prigionieri delle divisioni dei nostri cuori. Il cuore cambia spesso direzione. Cerchiamo un cuore solo, sereno e unificato.
Gerusalemme vecchia è circondata da mura possenti, traforate da varie porte accoglienti. Chiusa fra spessi muri, ma, nello stesso tempo, ponte fra le varie “bolle” di coloro che vi abitano, ignorandosi l’un l’altro, nel sospetto e nella paura. Non è solo Tel Aviv, chiamata «la bolla», a essere tale. Occorre conoscersi e parlarsi.
Betlemme non si merita una visita lampo, perché è una preziosa deviazione verso l’umiltà gioiosa. Umiltà della porticina d’entrata della Basilica della Natività, della grotta della nascita, della stella che indica il punto preciso e che invita inginocchiarsi. Eppure Catel nota la gioia degli abitanti di Betlemme, pur se fra mille difficoltà. Betlemme è anche Efrata, «colei che da frutto». Da questa terra umile e piccola possano nascere per i pellegrini molti frutti, soprattutto un piccolo Re di grazia che governi i cuori degli uomini.
Luoghi alti e idolatria
Gerusalemme era circondata dagli «alti luoghi», le bamot, le colline dove si praticavano i riti idolatrici. Ma qui Catel ha pagine forti contro l’idolatria attuale che ha preso Israele. Un’idolatria più subdola.
«La Terra santa è ossessionata da sé stessa: la terra, che è un dono di Dio, è diventata luogo di tutte le preoccupazioni, di tutti i conflitti e occupa le preghiere di tutti. Ebrei, cristiani e musulmani giustificano costantemente la loro presenza e il loro diritto di vivere – se non di occupare – questa terra» (p. 55).
«Queste rivendicazioni storiche si basano su realtà religiose talvolta ricostruite e deformate – ammonisce l’autore –, e la devozione all’unico Dio si mescola con realtà territoriali e politiche al punto che questo amore per la terra, la terra di Israele, la terra santa o la terra dell’islam finisce per prevalere sul culto dell’unico Dio» (p. 55-56).
«Il concetto di “terra santa” – puntualizza lo studioso – ha senso nella misura in cui l’amore per la Chiesa nazionale non diventa nazionalismo e l’amore per la terra non diventa idolatria. Non bisogna amare Dio perché da lui traiamo un bene che ci è caro. Bisogna amarlo perché è Dio» (p. 56).
Se, infatti, poniamo la gloria dove deve essere, cioè in cielo – prosegue – creiamo uno spazio in cui la pace sulla terra è possibile. Gerusalemme soffre, più di ogni altra città al mondo di quella gloria tutta umana che non è altro che un altro nome dell’orgoglio. Solo grazie a una conversione che restituisca la gloria a entrambi è possibile la pace. Questo movimento consiste nel non glorificare più la terra, la tradizione o il popolo. È un’impresa spirituale che riguarda ogni credente […] La vera adorazione è esigente e presuppone questo trasferimento di tutta la gloria in cielo» (p. 57).
L’odio gratuito
A Gerusalemme splendono i misteri della morte e della risurrezione di Gesù, portatore di vita, di pace, una vita in comunione animata dallo Spirito. Ma c’è anche l’«odio gratuito». Esso deriva da decenni di ingiustizie, di oppressioni, di perdite di vite e di proprietà.
È necessario «un movimento di riconciliazione, ma anche di un oblio reso possibile dalla grazia del perdono. Il dimenticare […] può trovare il suo compimento solo in una grazia speciale di Dio. Gerusalemme troverà la pace solo quando la giustizia, ma anche il necessario oblio, avranno fatto il loro corso. Giustizia e oblio non saranno possibili senza la grazia di Dio…» (p. 61).
«Come combattere l’odio gratuito? – si chiede Catel –. Amando gratuitamente qualcuno senza una ragione oggettiva, solo perché è stato creato a immagine di Do ed è un fratello nell’umanità […] L’amore per il prossimo diventa così l’esatto contrario dell’odio gratuito» (p. 63).
Hanno mostrato un grande coraggio un gruppo di giovani ebrei che all’esplosiva Porta di Damasco avevano occhi bendati e offrivano free hugs («abbracci gratuiti»). Credo che nel marzo 2026 lo abbiano perso anche loro…
Mormorare la Parola
Un capitoletto del libro è dedicato ai ritratti di due amici di Catel, un ebreo osservante e un’araba musulmana che ha perso la propria casa nel 1948 e lotta strenuamente per il «diritto al ritorno». Una lotta che dovrà trovare pace…
Un personaggio che invece tutti conoscono a Gerusalemme è «Jesus guy», che, coi capelli lunghi ma curati, avvolto in una palandrana bianca gira a piedi nudi per la città e per le chiese, rifugiandosi nei loro angoli per una preghiera contemplativa. Tutti gli sorridono, persino i soldati.
A Gerusalemme si “mormora”, si “mastica” la Parola. Catel non può non dedicare alcune pagine all’École Biblique dove vive, prega, studia e insegna con una decina di confratelli immersi in una preziosa biblioteca di 450.000 volumi. Quando c’è la guerra, per un domenicano non resta che pregare e studiare…
Templi e lingue
Il tempio è assente a Gerusalemme e c’è chi pensa – spesso animato da un pericoloso spirito fondamentalista – di ricostruire il terzo. Abbondano le chiese, le moschee e le sinagoghe. Quella di Hurva – «La sinagoga in Rovina» –, distrutta e ricostruita due volte al centro del quartiere ebraico, è bellissima. Completata nel 2010, è un simbolo del desiderio ebraico di tornare alla propria terra.
Il Sepolcro è vuoto e il Muro Occidentale (impropriamente chiamato «Muro del pianto») sostiene solo la spianata dove sorgeva il tempio costruito da Salomone e ricostruito dopo l’esilio, nel 520-515 a.C.
«Il cristiano non ha nostalgia di un tempio di pietra perduto e distrutto che occorre ricostruire – annota Catel –: il cristiano deve costruire nel proprio corpo un tempio per Dio, un «castello dell’anima», un luogo segreto di intimità con Dio, un luogo che è il nostro Santo dei santi […] I diversi templi o edifici religiosi di Gerusalemme ci aiutano a pregare, a meditare un mistero, ma il vero tempio è dentro di noi: il tempio non è mai assente, purché siamo presenti a noi stessi, purché crediamo che lo Spirito risiede in noi» (pp. 82-83).
Gerusalemme è la terra delle storie proibite e bisogna assolutamente fare lo sforzo di imparare la lingua dell’altro, per comunicare nella pace e nella serenità, nell’accoglienza. Il cristiano insegnerà poi anche la lingua del vangelo…
Palme e gioia a Gerusalemme
La Festa delle Palme è piena di gioia, con la chilometrica processione colorata e festosa che scende dalla cima del Monte degli Ulivi per entrare in città. I canti, le preghiere, le musiche e i balli esplodono con i colori e le lingue più diversi, e gli ebrei si domandano il segreto di questa gioia e comunione che si sente vibrare tra gente così diversa.
La gioia pervade la città. Si sogna e si crede in un futuro di pace e di fraternità. «Se mi dimentico di te, Gerusalemme, si dimentichi di me la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo, se non innalzo Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia». Questo versetto fa gioire il cuore del domenicano Catel.
Nella Pasqua i cristiani celebrano la morte e la risurrezione di Gesù, gli ebrei la liberazione dall’Egitto. Nella diaspora e in Israele gli ebrei si augurano: «L’anno prossimo a Gerusalemme», rinnovata e bella!
Yerîdàh
È il momento di partire, di “scendere” da Gerusalemme, di fare la yerîdàh. Ma cosa può portare a casa il pellegrino? – si domanda la nostra guida spirituale.
«Consiglio ai pellegrini di portare Gerusalemme con sé e ricreare una piccola Gerusalemme dove vivono: non la Gerusalemme terrena, quella di quaggiù, con le sue violenze, i suoi confini e i suoi conflitti, ma una Gerusalemme santa. Mettersi al servizio della propria comunità, costruire luoghi santi di preghiera e di adorazione, creare uno spazio di vita sicuro, circondato dalle mura, ma pronto alla missione e accogliente, aprendo le porte della città. Pensare sempre che tutto appartiene a Dio e che noi non siamo che modesti guardiani e sentinelle chiamati a testimoniare: “Sulle tue mura, Gerusalemme, ho posto sentinelle; per tutto il giorno e tutta la notte non taceranno mai. Voi, che risvegliate il ricordo del Signore, non concedetevi riposo” (Is 62,6)» (pp. 7 e 101).
Il volume di Catel è impreziosito dalle testimonianze del padre domenicano T. Radcliffe e del patriarca Pierbattista Pizzaballa, testimoni dell’amore (venato di tristezza, ma colmo di speranza salda) per la città che è nostra madre, Gerusalemme!
- OLIVIER CATEL, Gerusalemme. Un cuore di pace. Prefazione di Timothy Radcliffe. Postfazione di Pierbattista Pizzaballa (Meditazioni 290), Editrice Queriniana, Brescia 2026 (or. fr. 2024), pp. 120, € 12,00. ISBN 9788839932907.





