
Ci troviamo davanti all’ultima opera del compianto esegeta Antonio Pitta, a lungo professore ordinario di Nuovo Testamento alla Pontificia Università Lateranense e già presidente dell’Associazione biblica italiana, deceduto il 1° ottobre 2024.
Il suo discepolo e amico, Leonardo Giuliano, docente all’Istituto di Scienze religiose de L’Aquila e professore invitato allo Studium Biblicum Fraciscanum di Gerusalemme, ha curato la pubblicazione del manoscritto consegnato già in forma definitiva dal prof. Pitta.
L’autore è stato uno dei migliori paolinisti italiani, con un rilievo anche internazionale. È stato un maestro della retorica biblica e della sua applicazione allo studio delle lettere paoline.
Dopo la Prefazione di Giuliano (pp. 5-8), il volume comprende un’Introduzione generale (pp. 9-38), la Traduzione e il commento a 1Ts (pp. 39-264), le Abbreviazioni (pp. 265-266), l’Indice delle citazioni (pp. 267-276), l’Indice degli autori moderni (pp. 277-280) e la Bibliografia (pp. 281-294), suddivisa in Fonti, Commentari, Studi.
Le pericopi della lettera sono dapprima tradotte in italiano con traduzione e titolatura proprie. Seguono alcune note introduttive generali sul taglio retorico-letterario delle stesse. Infine, Pitta esamina versetto per versetto il contenuto delle varie pericopi.
La retorica e le lettere paoline
L’esegesi tenta di illustrare il significato delle varie parole, frasi e brani più ampi del testo biblico.
La retorica biblica tenta, invece, di spiegare come il contenuto è esposto (dispositio), qual è l’intento persuasivo perseguito dall’autore, dove è esposta la tesi principale (propositio principalis) e quali sono le tappe dimostrative seguite (probatio[nes] negativa/anti-tesi e positiva, sub-propositio[nes], digressio, vilificatio, propositio ethica, la scelta delle parole [elocutio/inventio], peroratio – conclusione e riassunto del contenuto –).
I generi letterari principali della retorica discorsiva sono il genere deliberativo (tende a esortare o a dissuadere circa una decisione che riguarda il futuro), quello epidittico/dimostrativo (che loda o biasima qualcosa), quello paracletico (che esorta/sprona) /parenetico (che loda).
La retorica utilizzata per studiare i discorsi o le arringhe tenute in tribunale classifica, quindi, i diversi generi letterari a seconda che l’autore voglia lodare, rimproverare i comportamenti passati o indicare i passi futuri da compiere.
Antonio Pitta è stato uno dei maggiori interpreti della retorica epistolare, cioè dell’applicazione della retorica all’analisi delle lettere paoline.
Vari studiosi hanno però fatto osservare che non si può ingabbiare meccanicamente una lettera nelle strutture proprie di un discorso e un’arringa. Occorre sempre prudenza e flessibilità nell’applicazione dei criteri seguiti. Su questo punto, Pitta annota con puntualità: «Tranne le lettere pseudoepistolari, come quelle inviate alle sette chiese di Ap 2,1–3,22, le lettere antiche non erano considerate come generi letterari, bensì come strumenti di comunicazione a disposizione dei generi più disparati. Le lettere sono dettate in assemblea, scritte e inviate perché vengano lette pubblicamente in assemblea. L’oralità di partenza e di arrivo è il retroterra più appropriato per comprendere le lettere di Paolo» (p. 49).
A loro volta, le lettere paoline sono state studiate alla luce anche dell’epistolografia coeva greco-romana e giudaica. Essa ha fatto emergere una specifica successione di elementi compositivi da tener presente nell’esame esegetico di una lettera paolina.
Gli elementi epistolografici principali sono il prescritto/protocollo; esordio; ringraziamento iniziale (o post protocollare), propositio principalis/tesi, corpus epistolare, post-scriptum/poscritto).
Introduzione alla Prima Lettera ai Tessalonicesi
La Prima Lettera ai Tessalonicesi (= 1Ts) è stata un po’ negletta nel passato, ma ultimamente ha attirato nuovamente l’attenzione degli studiosi.
Nell’Introduzione generale al suo commentario (pp. 9-38), Pitta illustra la figura di Paolo, il suo rapporto con i tessalonicesi e la lettera che li collega nella presenza-assenza dell’Apostolo. Studia, in sequenza, il tragitto seguito da Paolo fra Tessalonica e Atene, l’ambiente di Tessalonica, la Chiesa dei tessalonicesi, prove interne ed esterne per dimostrare la disposizione/dispositio della lettera e il suo genere retorico-letterario.
Studiando l’estetica di 1Ts, Pitta ne evidenzia il notevole spessore.
Le due parti principali sono accomunate dalla bellezza generata dalla mimesi (2,1–4,12) e dall’incontro con il Signore. Introdotta nel ringraziamento epistolare (1,6-7), la mimesi di Paolo e del Signore Gesù Cristo attraversa la prima parte della lettera.
Pitta annota come l’elezione, introdotta in 1,4, «genera, in modo naturale, il processo imitativo fra persone, che termina soltanto con la parusia di Cristo (5,23-24). Un’elezione continua genera un’interminabile imitazione. Soggetto principale della mimesi così intesa è lo Spirito con la sua potenza (1,5-6). È lo Spirito, infatti, che permette ai destinatari di accogliere le parole del Signore nonostante e nella tribolazione. Contenuto essenziale dell’elezione e della mimesi è la santificazione dei credenti (1Ts 4,3-7) nella sua interezza: spirito, anima e corpo (5,23)» (pp. 34-35).
Tutti i credenti (e i non credenti) sono eletti a essere «in Cristo» e chiamati alla santificazione, ma ognuno la vive secondo i propri carismi. Non è la scelta individuale a generare la mimesi, ma l’elezione operata dallo Spirito. «La genitorialità di Paolo – scrive l’autore – è la via previlegiata della mimesi, poiché nel legame tra genitori e figli avviene la prima trasmissione dell’evangelo. L’assenza fisica rende dolorosa la distanza, creando una mancanza reciproca. I tessalonicesi sono orfani di Paolo, ma anche lui si sente orfano e spera di raggiungerli. L’intimità con il genitore si travasa in quella tra fratelli e sorelle con l’ideale dell’amore fraterno o della philadelphía (1Ts 4,9)» (p. 35).
Va ricordato che, quello dell’amore fraterno, era un ideale ricercato nell’ambiente culturale greco-romano.
«La bellezza della mimesi tra credenti si unisce a quella dell’incontro festoso con il Signore che viene – scrive Pitta nella conclusione del suo esame dell’estetica della lettera –. I tessalonicesi stessi sono per Paolo speranza gioia, pace e corona floreale in vista dell’incontro finale (1Ts 2,19-20). Di fronte agli interrogativi sull’apántēsis (“incontro, riunione”) con il Signore (4,13-18), non conta il luogo, ma restare sempre con Lui. La fede nella risurrezione, già parte della formazione farisaica di Paolo e dei culti misterici di Tessalonica (risuscitamento di Cabiro), subisce un cambiamento radicale con Cristo: restare per sempre con Lui diventa il cuore della fede in 1 Tessalonicesi» (p. 36).
La struttura della lettera
Pitta ha esaminato le lettere paoline seguendo la retorica epistolare, che combina gli elementi euristici della retorica e dell’epistolografia.
Dopo aver esposto le teorie di vari studiosi circa il genere letterario proprio di 1Ts ( deliberativa; esortativa; epidittica; epidittico-deliberativa; consolatoria; paracletica-kerigmatica), Pitta espone il proprio parere: «… 1 Tessalonicesi è lettera paracletica kerygmatica con cui la predicazione di Paolo prosegue per via epistolare affinché l’evangelo continui a essere accolto come “parola del Signore” o relativa al Signore che viene e ai credenti che gli vanno incontro con gioia» (p. 34).
La struttura retorico-letteraria individuata da Pitta è la seguente:
Introduzione retorica epistolare (1,1-10)
Prescritto (1,1)
Ringraziamento/esordio (1,2-8)
Tesi generale (1,9-10)
Corpus epistolare (2,1–5,11)
Il ricordo della prima visita (2,1-12)
La mimesi fra le Chiese (2,13-16)
Presenza in assenza (2,17–3,13)
La santificazione (4,1-8)
L’amore fraterno (4,9-12)
La parusia e l’incontro con Cristo (4,13-18)
Il giorno del Signore (5,1-11)
Paraclesi epistolare e poscritto (5,12-28)
Ultime raccomandazioni (5,12-22)
Poscritto (5,23-28).
Pitta osserva come il canovaccio epistolare sia inscindibile dalla disposizione retorica di 1Ts, come dimostra la presenza delle parti protocollari e quelle retoriche.
All’epistolografia appartengono il prescritto (1,1), la formula di ringraziamento o proskýnēma (1,2), le raccomandazioni finali (5,13-22) e il poscritto (5,23-28).
Tra i motivi dell’epistolografia risaltano la presenza in assenza tra il mittente e i destinatari (2,17–3,13), la philophrónēsis o l’amore fraterno (4,9-12) e il tenore orale (5,27) della lettera.
Come tutte le lettere di Paolo, anche 1Ts è dettata per essere descritta in assemblea ed è letta per essere ascoltata in assemblea.
Tra i contenuti introdotti nel ringraziamento/esordio risaltano la triade della fede, l’amore e la speranza (1,3), l’elezione (1,4) e la mimesi (1,6-7).
La tesi generale (1,9-10) introduce e guida il contenuto della lettera, svolgendo anche il ruolo di partitio, l’elenco cioè chiaro e sintetico dei punti principali che l’autore intende trattare. La partitio è cosa rara nelle lettere di Paolo.
Riportiamo il testo della tesi di 1Ts nella traduzione di Pitta: «Infatti essi riferiscono per noi quale è stata (la) nostra venuta fra voi, come vi siete convertiti dagli idoli a Dio per servire il Dio vivo e vero, e attendere suo Figlio dai cieli che ha risuscitato dai morti, Gesù, che ci redime dall’ira che viene» (1,9-10).
Le quattro parti della tesi introducono i relativi sviluppi successivi:
| Il tipo di ingresso di Paolo e il suo evangelo a Tessalonica (1,9a) | La periautologia e l’elogio dei destinatari per la prima evangelizzazione (2,1-13) |
| Servire il Dio vivo e vero (1,9b) | Piacere a Dio con la santificazione e l’amore fraterno (4,1-12) |
| L’attesa del Risorto (1,10a) | La parusia e l’incontro finale con Cristo (4,13-18) |
| Il redentore dall’ira (1,10b) | Posti non per l’ira, ma per la salvezza (5,1-11) |
Il contenuto della lettera
Autoelogio/periautologia ed elogio dei destinatari (2,1–3,13)
La Prima lettera ai Tessalonicesi è il primo scritto del Nuovo Testamento (49-50 d.C.). Paolo la scrive da Corinto, dove si è recato dopo essere dovuto partire in tutta fretta da Tessalonica. In tal modo non ha avuto la possibilità di completare l’istruzione evangelica nei confronti dei discepoli della città.
Ricorda la loro fede, costanza e carità, si dichiara felice per il loro mantenimento della fede e del buon ricordo della sua presenza fra di loro. L’amore fra loro è cresciuto. Egli si sentiva inquieto circa la loro situazione, ma il resoconto di Timoteo, inviato presso di loro, lo ha confortato. Essi si trovano a dover imitare la sofferenza delle Chiese giudaiche: come loro, anch’essi devono soffrire da parte dei loro concittadini. È il motivo retorico-letterario della mimesi fra le Chiese.
Paolo, assente fisicamente ma presente con lo spirito, prosegue la sua predicazione in modo tale che il vangelo di Gesù sia sempre accolto e vissuto come parola di Dio. Paolo impiega in questo caso il motivo retorico letterario della presenza/assenza.
All’inizio della lettera, in una accorata periautologia/autoelogio, ricorda il comportamento dell’apostolo nella comunità tessalonicese: fu amorevole come una nutrice e autorevole come un padre. Senza cercare preferenze di persone o favoritismi, lavorò indefessamente per non essere di peso ad alcuno e poter predicare liberamente la parola di Dio.
L’Apostolo raccomanda il cammino concreto per piacere a Dio, cercando la santificazione/hagiasmos, fuggendo l’impudicizia/akatharsía e coltivando con cura l’amore fraterno/philadelphía.
L’escatologia (4,13–5,11)
L’elemento dell’istruzione sulla fede che Paolo vuole completare è quello riguardante l’escatologia.
Paolo afferma che coloro che sono morti prima della venuta ultima del Signore non patiranno alcun svantaggio nei confronti di coloro che saranno trovati ancora in vita in quel momento (e Paolo sembra porsi fra questi).
Con il linguaggio apocalittico abituale nel mondo giudaico, Paolo illustra la venuta/apántēsis del Signore (4,13-18) e il giorno ultimo come un rapimento verso le nubi, fra clangore di trombe e alla voce dell’arcangelo, per essere sempre con il Signore. Quest’ultima è la frase decisiva dell’insegnamento dell’Apostolo.
Nel frattempo, occorre vigilare nell’attesa della venuta del Signore, che avverrà in modo subitaneo come le doglie improvvise colpiscono una partoriente. Occorre essere sobri, armati di fede e di speranza, attendendo la salvezza (5,1-11).
Parenesi ecclesiale (5,12-22)
La parte parenetica/esortativa finale invita all’amore e al sostegno nei confronti dei fratelli più fragili, a vivere costantemente in un atteggiamento di ringraziamento verso il Signore, nel favorire la vita nello Spirito e nel non spegnerla. Occorre astenersi da ogni specie di male (5,12-22).
La prima lettera di Paolo è il primo testo del Nuovo Testamento. Essa illustra fin da subito come, dal mistero pasquale di Gesù, di cui non racconta parabole o miracoli, l’Apostolo abbia tratto le conseguenze attualizzanti per una vita di discepoli del Signore nello Spirito che anima nell’amore la comunità che attende operosamente la venuta definitiva del suo Signore.
Il volume è un denso commentario scientifico di alto livello, che si propone all’attenzione di un pubblico a livello nazionale e internazionale. È davvero il canto del cigno di un grande studioso, innamorato di Paolo e delle tecniche retorico-letterarie con le quali egli ha trasmesso in modo vivo e attualizzante il contenuto del mistero pasquale di Gesù.
- ANTONIO PITTA, Prima Lettera ai Tessalonicesi. A cura di LEONARDO GIULIANO (Commentari biblici), Queriniana, Brescia 2026, pp. 304, € 28,00, ISBN 9788839911414.





