
Il 7 settembre 2025, in piazza San Pietro, Leone XIV ha proclamato santo Carlo Acutis, insieme a Pier Giorgio Frassati. È passato poco più di un anno e le etichette con cui il ragazzo milanese è entrato nell’immaginario collettivo sono rimaste le stesse: «santo dei millennial», «patrono di Internet», per alcuni perfino «influencer di Dio». Nessuna di queste formule ha valore ufficiale e il patronato della rete non gli è mai stato attribuito dalla Santa Sede. Eppure, è con queste parole che milioni di persone lo conoscono, lo cercano e lo condividono.
Ma chi è stato Carlo Acutis? Un influencer, un missionario del digitale o un modello da imitare? Che cosa accade alla sua figura quando entra nel circuito delle piattaforme che, a quanto si dice, avrebbe santificato?
Santi influencer
Un aiuto per rispondere viene da un libro uscito quest’estate, Santi influencer, di Maria Silvia Vaccarezza, docente di filosofia morale a Genova[1]. In un’intervista ad «Avvenire» l’autrice ne ha riassunto la tesi: il posto che un tempo occupavano il santo, l’eroe e il saggio oggi è abitato da figure nuove[2]. Ne distingue tre tipi.
Ci sono gli influencer che sposano cause etiche di tanto in tanto e ne ricavano una buona reputazione; quelli che hanno costruito tutta la propria immagine pubblica su una postura morale e che proprio per questo, quando cadono, cadono più rovinosamente e quelli che uniscono visibilità e militanza. In ogni caso il seguito, osserva Vaccarezza, dipende poco dalla bontà degli argomenti e molto dall’impressione di autenticità e dalla vicinanza in ambienti che premiano le emozioni forti e sopra tutte l’indignazione.
Alla base c’è un’idea antica che oggi gode di nuova vita: il bene si impara guardando qualcuno che lo vive, ancora prima di saper spiegare perché quella persona ci sembri ammirevole. L’ammirazione, se è ben orientata, fa da bussola. Da qui la frase più felice dell’intervista: «il predicatore digitale ottiene consenso; l’esemplare ottiene cambiamento».
Carlo Acutis non rientra in nessuno dei tre tipi. Il suo sito sui miracoli eucaristici, il lavoro per cui è ricordato come pioniere del digitale, non parlava di lui. Non costruiva un personaggio, non raccontava le sue giornate, non cercava un pubblico. Papa Francesco, nell’esortazione Christus vivit, lo aveva indicato proprio per questo: un ragazzo che conosceva bene la tecnologia senza cadere nella trappola dell’autopromozione, capace di usare la rete per annunciare il Vangelo senza diventare la copia di qualcun altro.
Del resto, la sua esemplarità non è stata verificata online. L’hanno testimoniata, dopo la sua morte, i genitori, gli amici, gli insegnanti, i poveri che aiutava e poi il processo canonico: persone che lo avevano frequentato a lungo, in situazioni diverse e potevano dire se ciò che diceva corrispondeva a ciò che faceva. La rete ha fatto conoscere una santità che era maturata altrove.
Si può essere esemplari obbedendo alla piattaforma?
La vicenda di Acutis pone domande che riguarda tutti. Adattarsi ai linguaggi di una piattaforma, che sia un video breve o una scansione regolare dei post, è una pura questione di forma: modifica il modo in cui ci esprimiamo, ma non tocca le ragioni profonde per cui lo facciamo.
Tutt’altra cosa è lasciare che siano le metriche a dettare l’agenda: pubblicare un contenuto non perché sia vero o importante, ma soltanto perché produce numeri e visualizzazioni. In questo secondo caso, essere un esempio diventa impossibile e la tradizione cristiana lo sa da secoli.
Tommaso d’Aquino annoverava la vanagloria, il desiderio di essere ammirati, tra i vizi capitali e ne elencava le conseguenze: disobbedienza, vanteria, ipocrisia, litigiosità, ostinazione, discordia, smania di novità. Basta scorrere una qualsiasi polemica sui social per ritrovarle quasi tutte. Il Vangelo, d’altronde, metteva già in guardia dal fare il bene «per essere ammirati» (Mt 6,1). Le piattaforme hanno trasformato quella tentazione in un sistema.
Il meccanismo è semplice, perciò insidioso. Chi pubblica impara presto che cosa funziona: il gesto di carità ripreso con lo smartphone raccoglie più approvazione di una riflessione scritta, la presa di posizione indignata più di un ragionamento paziente. Ogni like è una piccola ricompensa e le ricompense, ripetute, orientano le scelte successive. Senza che nessuno lo decida, ciò che si mostra finisce per coincidere con ciò che la piattaforma ha premiato. A quel punto, guardando lo schermo, non si riesce più a distinguere chi compie un gesto buono e poi lo condivide, da chi lo compie per condividerlo. Il confine si confonde anche dall’interno: chi pubblica da anni non sempre sa più dire se agisce per il bene o per l’approvazione che il bene gli procura.
C’è poi un problema di tempi. L’ammirazione che educa ha bisogno di calma, di confronto, di tempo per verificare se una persona è davvero come appare. La rete offre frammenti di vita, episodi scelti da un algoritmo che impediscono di vedere la stessa persona in contesti diversi, scorrono così in fretta da rendere la riflessione un lusso. Un segnale che merita fiducia spesso costa fatica e sui social mostrarsi virtuosi costa pochissimo: basta un post, un hashtag, una foto o un reel di 15 secondi. Ciò che costa davvero, la fedeltà di ogni giorno, la coerenza negli anni, il bene fatto quando nessuno guarda, è ciò che la rete non riesce a mostrare.
Questo non significa che in rete non passi nulla di esemplare. Vi passa un esempio parziale: un gesto di coraggio, una spiegazione competente o una testimonianza in un momento preciso che vale per quello che è senza pretendere di raccontare tutta una persona. Vi passa un esempio maturato altrove, nelle relazioni in carne e ossa, sotto lo sguardo di chi ha potuto verificarlo nel tempo e solo dopo portato online.
Quello di Carlo Acutis è di questo secondo tipo: la rete lo ha fatto conoscere a milioni di persone, ma a garantirlo sono stati quelli che lo avevano conosciuto.
Chi indica e ciò che è indicato
Per capire chi sia davvero Carlo Acutis, più che alla figura dell’influencer conviene guardare a Giovanni Battista. Giovanni non propone uno stile di vita da copiare e non raccoglie seguaci per sé. Sta sulla soglia, conosce il deserto meglio di chiunque, sa riconoscere chi arriva con una sete vera e chi cerca soltanto una conferma. Più di tutto riconosce e indica: «Ecco l’Agnello di Dio» (Gv 1,36).
Due dei suoi discepoli lo sentono e seguono Gesù. La sua riuscita coincide con il suo farsi da parte: «Egli deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30). Una figura così sfugge alla logica del modello, perché il suo compito è spostare lo sguardo su qualcun altro. Il suo gesto, però, funziona solo se chi indica è credibile. I due discepoli seguono Gesù perché a indicarlo è Giovanni, con la vita che conduce: le folle andavano nel deserto per vedere quell’uomo e gli chiedevano che cosa dovessero fare (Mt 11,7-9; Lc 3,10-14).
Il sito di Acutis funzionava allo stesso modo: un dito puntato verso l’Eucaristia, che lui chiamava la sua «autostrada per il cielo», reso credibile dal ragazzo che lo aveva costruito.
La piattaforma, però, non sa registrare proprio questo gesto. Le piattaforme non hanno metriche per misurare l’umiltà: non esiste un tasto per contare quante persone, grazie a un post, abbiano staccato gli occhi dallo schermo per guardare altrove. Il sistema non ammette la presenza di chi si fa da parte. Ogni contenuto si traduce inevitabilmente in visualizzazioni per il profilo che lo ha creato: così i numeri continuano a premiare il testimone, mai ciò che viene testimoniato.
Acutis ne è l’esempio più evidente. Il suo volto sulle bandiere in piazza San Pietro, i video devozionali, le magliette e le immaginette, le pagine che portano il suo nome producono visualizzazioni e seguaci e tutto va a lui. Gli algoritmi imparano che i contenuti su Acutis funzionano e ne propongono altri. L’Eucaristia, che il ragazzo indicava con la sua vita e con il suo sito, resta sullo sfondo.
Sarebbe ingiusto accusare qualcuno. La devozione di chi condivide è in gran parte sincera, e il Concilio ricorda che ogni autentico amore per i santi conduce a Cristo e in lui trova compimento. Il problema sta nell’ambiente che trasforma ciò che lo attraversa secondo le proprie regole: prende il dito, lo scambia per la luna e finisce per eclissarla.
Che cosa chiede il seguace
L’altra metà del problema riguarda il seguace. Vaccarezza descrive un patto implicito e poco onesto: affidiamo al nostro modello la coerenza che noi non pratichiamo, questa delega diventa un debito, il debito diventa rancore (i benefici sono graditi finché si possono ricambiare; quando li superano di molto, al posto della gratitudine arriva l’odio) e quando il modello cade proviamo quasi sollievo, perché la sua caduta dimostra che nessuno poteva farcela. La descrizione coglie nel segno, ma tiene insieme tre dinamiche che conviene distinguere.
La prima è la proiezione ed è quella che costruisce il modello. Freud la osservava nelle folle: chi segue un capo mette lui al posto del proprio ideale e ama in lui la perfezione che vorrebbe per sé. Il Vangelo conosce bene questa dinamica. Il popolo si domandava se Giovanni fosse il Cristo (Lc 3,15), e da Gerusalemme gli mandano sacerdoti e leviti a chiedergli: «Tu, chi sei?» (Gv 1,19). Quel «non sono io il Cristo» risponde a una proiezione già in atto: Giovanni non l’aveva cercata, eppure si era prodotta.
La seconda è la delega vera e propria: lasciare che qualcun altro faccia al posto nostro ciò che toccherebbe a noi. Ne abbiamo esempi quotidiani nelle risate registrate delle sitcom, che ridono per noi, o nei mulini da preghiera tibetani, che continuano a pregare mentre chi li ha messi in moto pensa ad altro. Allo stesso modo si può affidare a un altro il compito di essere buono e sentirsene dispensati. È la versione impoverita di qualcosa che la tradizione cristiana conosce bene: la comunione dei santi, l’intercessione, il bene degli uni che sostiene gli altri. La differenza sta nell’effetto: la comunione dei santi coinvolge e attira, la delega esonera.
La terza dinamica spiega meglio delle altre il rancore. Con un personaggio visto ogni giorno sullo schermo si crea un’intimità a senso unico: abbiamo l’impressione di conoscerlo, mentre lui ignora la nostra esistenza. Nel mondo dei social questa relazione ha anche un valore economico, perché l’attenzione è la merce che la piattaforma vende e di cui l’influencer vive. Chi lo segue ha pagato con il proprio tempo, e si sente in credito. La richiesta di coerenza diventa allora una pretesa e la caduta viene vissuta come un contratto non rispettato.
C’è un aspetto di questa pretesa che la rende incompatibile con il Vangelo. La rete conserva tutto e permette di ritrovare tutto: un post di dieci anni fa può riemergere in qualsiasi momento, uno screenshot sopravvive a ogni cancellazione. La coerenza richiesta diventa così retroattiva e una coerenza del genere esclude la conversione che per definizione presuppone un passato non virtuoso. Con questo metro Paolo, che aveva perseguitato i cristiani, non sarebbe mai diventato apostolo. È una pretesa che non lascia spazio al pentimento rivolta a chi, come Giovanni, predicava proprio il cambiamento di vita.
La vicenda ha anche un precedente antico. Nell’Africa del IV secolo i donatisti sostenevano che i sacramenti celebrati da vescovi che durante la persecuzione avessero abiurato non avessero valore: la verità del gesto dipendeva dalla purezza di chi lo compiva. Agostino rispose che nel sacramento è Cristo ad agire e che l’indegnità del ministro non lo annulla.
Il moralismo della rete ripete lo stesso schema: quando cade il messaggero, si butta via il messaggio. La credibilità di un testimone dipende certo dalla sua vita, ma non la verità che indica. Per questo che la figura del Battista protegge ciò che annuncia: chi indica oltre sé non trascina nella propria caduta ciò verso cui ha puntato il dito.
Una domanda per la Chiesa
A un anno dalla canonizzazione, il modo più serio di onorare Carlo Acutis è rifiutare le etichette che ne fanno un influencer di successo.
Il digitale ha bisogno di persone capaci di stare sulla soglia: abbastanza radicate nella dignità del proprio battesimo da non cercare nella visibilità una conferma di sé, abbastanza esperte delle logiche delle piattaforme da non farsene usare, pronte a rifiutare il ruolo di idolo, a restituire la responsabilità a chi vorrebbe scaricarla su di loro, a non trasformare l’attenzione ricevuta in un credito.
Oggi, invece, chi si occupa di comunicazione nelle nostre comunità viene trattato per lo più come un tecnico a cui consegnare le credenziali della pagina parrocchiale, e lasciato solo davanti alla prima polemica. Una Chiesa che riconoscesse in questo servizio una vocazione, con una formazione che tenga insieme vita spirituale e competenza, con un accompagnamento capace di porre le domande giuste e con comunità vere in cui discernere insieme, farebbe per queste persone ciò che nessun algoritmo farà mai. Finché non accadrà, continueremo a guardare il dito (la persona) e non la luna (Cristo).
Edoardo Mattei è docente di Sociologia della Tecnologia presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum)
[1] M.S. Vaccarezza, Santi influencer. L’etica ai tempi dei social, Fandango, Roma 2026.
[2] A. Lavazza, M.S. Vaccarezza, «Quante trappole nella morale digitale», in Avvenire, 21 agosto 2026.





