Abusi nella Chiesa spagnola

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Ho letto con attenzione la «Presentazione» del Rapporto sugli abusi sessuali nell’ambito della Chiesa cattolica e il ruolo dei poteri pubblici. Una risposta necessaria.

Ho letto attentamente anche l’ottavo capitolo, dedicato alle «conclusioni e raccomandazioni» formulate dal difensore civico. E, «in diagonale», il resto del documento. La lettura mi ha lasciato una strana sensazione, allo stesso tempo, di speranza e di sgomento.

Perché la speranza

Di speranza, perché – in mezzo alla tragedia – le vittime sono state poste al centro della diagnosi: «quello che è accaduto è per esse e per l’intera società un vero disastro». Ma anche di incoraggiamento, perché vengono formulate linee-guida che mirano al loro riconoscimento e alla riparazione; perché si ricorda l’importanza di fornire sostegno psicologico alle vittime, nonché di migliorare la loro considerazione da parte del sistema giudiziario; perché si sottolinea la centralità della prevenzione, della formazione, della sensibilizzazione e di continuare a promuovere la ricerca: c’è ancora tanta sofferenza da ascoltare e conoscere. E anche perché c’è urgente bisogno di riparare, simbolicamente ed economicamente.

Di speranza, altresì, perché si evita di classificare le vittime di prima o di seconda categoria, quando si sostiene che «l’abuso sessuale sui minori» «non si limita a una sola istituzione (quella ecclesiale) e colpisce, in un modo o nell’altro, tutti gli ambiti (civili) della socializzazione dei minori di età».

Infine, mi sento incoraggiato, perché sostiene due punti che – riferiti alla Chiesa cattolica – vorrei che non passassero inosservati: in primo luogo, la denuncia che il modo abituale di agire di questa istituzione, «almeno a livello ufficiale», è stato la minimizzazione o la negazione del problema; qualcosa di particolarmente grave, vista «la sua aspirazione ad esercitare una leadership morale». E, in secondo luogo, il riconoscimento che la Chiesa cattolica ha bisogno di «un cambiamento strutturale (…) in linea con quanto richiesto dai rapporti diffusi in altri Paesi».

Perché lo sconforto

Ma ho detto che la lettura del Rapporto, oltre ad aprirmi alla speranza circa i punti che ho delineato, mi ha anche lasciato sgomento e, perciò, necessariamente critico. Considerato quanto accaduto in Francia con il Rapporto CIASE sulla pedofilia ecclesiale, era proprio necessario che il difensore civico commissionasse un’inchiesta demografica su questa vicenda? Non sarebbe stato meglio offrire una diagnosi, come hanno fatto gli investigatori tedeschi e svizzeri, sulla base di casi incontestabilmente conosciuti o riconosciuti?

Il mio sconforto aumenta quando si ascoltano le estrapolazioni a cui si presta questa indagine, come è già avvenuto in Francia. E con le estrapolazioni, i commenti inappropriati e le denunce del tipo «e tu, più di altri». Com’è possibile, si sente dire in Francia dal 2021, che prestiamo attenzione ai presunti 330.000 abusati da sacerdoti, religiosi o laici al servizio della Chiesa, e non ci preoccupiamo, come meritano, dei presunti restanti?  Cioè di 5,2 milioni di bambini o di francesi vittime di abusi sessuali accaduti in altre istituzioni civili?

In questi giorni si sta assistendo a una versione spagnola di questo increscioso errore delle estrapolazioni a cui si presta e al torbido dibattito che suscita: come è possibile – sento dire – che venga data più importanza, secondo l’estrapolazione fatta da alcuni media, ai presunti 440.000 abusati nella Chiesa cattolica e non si tengano presenti i milioni di persone (più di cinque milioni) che, presumibilmente, avrebbero subìto abusi, ad esempio, in ambiente familiare, sulle pubbliche strade o nelle scuole non gestite dai religiosi?

Ecco la causa del mio scoramento; cosa che il difensore pubblico avrebbe potuto risparmiarmi, se avesse evitato il campionamento demografico, alla luce del ruvido e stucchevole dibattito aperto in Francia e della ricezione in Germania e Svizzera dei rispettivi Rapporti, basati su casi reali e incontestabili.

Che prezzo si dovrà pagare, oltre alla credibilità di alcuni social media che hanno fatto la ola a una delle estrapolazioni a cui si presta il campionamento sociologico e ne hanno nascoste altre possibili? Credo che le riflessioni da fare siano due. Innanzitutto lo spostamento della centralità che devono avere – e questo è ben sottolineato nel Rapporto – le vittime e non, aggiungo da parte mia, le attuali fissazioni e fobie clericali di turno.

La seconda riflessione riguarda l’irrilevanza in cui rischia di impantanarsi la raccomandazione – fortemente sottolineata nel Rapporto – di tener conto delle trasformazioni della società e delle sue istituzioni; una raccomandazione che, nel caso della Chiesa, implica l’adozione non solo di «impegni pubblici» a riconoscere le vittime e a riparare i danni causati, ma anche a procedere alla «riforma istituzionale, in ciò che è necessario».

Spero che i miei timori siano infondati

  • Da El Diario Vasco, 1° novembre 2023.
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