
Il nostro è un tempo di guerre e di lacerazioni, che rivela, con maggiore intensità, l’incapacità degli esseri umani di vivere insieme in pace.
Il motto agostiniano
Certamente, in questo contesto ci sembra importante la teologia dell’unità che troviamo nel motto agostiniano dello stemma araldico di papa Leone XIV In illo uno unum, «Nell’unico Cristo siamo uno», e che corrisponde al carisma petrino: «…ovvero l’unità di fede e di comunione di tutti i credenti. Il Romano Pontefice, infatti, quale successore di Pietro, è perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli e perciò egli ha una grazia ministeriale specifica per servire quell’unità di fede e di comunione che è necessaria per il compimento della missione salvifica della Chiesa».[1]
Tuttavia, il servizio petrino, in vista dell’unità del corpo di Cristo, che è la Chiesa, non può mai essere testimoniato e pensato senza dolorosi processi di discernimento spirituale per trovare cammini di unità nella complessità impegnativa dei diversi contesti storici. Senza mai dimenticare che siamo costitutivamente limitati e imperfetti.
Senza dimenticare, inoltre, che il destino del discepolato sulle orme di Gesù non è mai l’efficacia, il risultato positivo della missione, né le trattative inconciliabili con il Tempio e il Palazzo, ma solo la fedeltà al Regno del Padre e la coerenza della testimonianza.
La drammatica questione che ci tormenta oggi è come difendere l’unità in un mondo in cui si sono radicalizzati il risentimento, l’odio, la divisione, la vendetta, la guerra, lo sterminio ad intra e ad extra.
La situazione è ancora più complicata quando siamo interpellati dalle attuali divisioni e polarizzazioni radicali, che distorcono il volto delle Chiese. Opposizioni che sono teologiche, culturali e politiche e che non sono semplicemente il riflesso dello scontro epocale tra la riaffermazione nostalgica della tradizione e la fluidità della modernità, ma costituiscono innegabilmente le ispirazioni e le motivazioni stesse della guerra mondiale e delle guerre civili, senza perdono e senza pacificazione.
Quando ci chiediamo come potremmo essere testimoni credibili di unità, non come mera virtù o principio generico, non troviamo risposte facili, anche perché molti pensano che, schierandoci dalla parte delle vittime, denunciando i responsabili dello sterminio programmato dei poveri, ci comprometteremmo in processi inconciliabili con il comandamento dell’unità.
Che fare di fronte all’apparente inconciliabilità tra la salvaguardia della pace e la difesa delle cause degli oppressi?
In effetti, le circostanze e i violenti, indipendentemente dalla nostra volontà, ci coinvolgono come nemici nella guerra mondiale e nella guerra civile.
E, inoltre, ci accompagna un ulteriore sintomo della precarietà del principio-comandamento dell’unità perché, quando collaboriamo con movimenti che difendono cause umanitarie urgenti e indiscutibili, siamo costretti a convivere con atteggiamenti e comportamenti che non sempre corrispondono alla nostra sensibilità etica e politica o mostrano chiari segni di contraddizione. In queste circostanze, la definizione balthasariana della Chiesa «comunione di solitudine» appare come un’àncora di salvezza.
Insomma, non è altro che una perniciosa illusione scommettere sul dialogo diplomatico o, peggio, su una neutralità equidistante per salvaguardare l’unità e la pace. Anche un certo pacifismo, che crede nella possibilità di superare il conflitto, ignorando il nostro inevitabile coinvolgimento, è l’ennesima menzogna inconcludente.
La “crociata” di san Francesco
In questo contesto, è quasi doveroso ricordare che, mentre papa Onorio III continuava la quinta crociata, promossa da Innocenzo III attraverso il Concilio Lateranense IV, Francesco d’Assisi, nel 1219, si recò in Egitto con l’obiettivo di promuovere la pace. Stava incontrando il sultano Malik Al-Kamil, un leader musulmano, nipote di Saladino, a Damietta: un’opposizione profetica alla guerra e alla teologia cattolica della guerra santa; una testimonianza povera e disarmata del valore incommensurabile della fraternità, che supera pacificamente i peccati della cristianità europea.
Un gesto di pace in tempo di guerra, che non toglie nulla all’implicito e pacifico rimprovero del tradimento del Vangelo e degli equivoci istituzionali e culturali dei cristiani.
La proposta di dialogo di Francesco non si basa su discorsi e dottrine, né su studiate trattative diplomatiche, ma, evangelicamente e semplicemente, sulla radicale povertà del suo corpo, che si espone inerme ai rischi che comporta l’incontro con il nemico dei suoi stessi connazionali. È fedeltà radicale alla Croce, alla Risurrezione, allo Shalom, alla Pace.
Francesco ci dice, anche oggi, che l’unità nasce, paradossalmente, ai piedi della croce, nell’eliminazione-crocifissione del profeta Gesù che si schierò dalla parte delle vittime della storia. È dal patibolo degli aggressori romani che emerge, con il suo perdono, la sconfitta definitiva dell’odio, della violenza, della guerra, della morte.
Il sogno di La Pira
Prima di rievocare questo episodio della vita di Francesco, attraverso strani giochi di memoria, ritorna in mente un’indimenticabile profezia di Giorgio La Pira. In effetti, è stato proprio La Pira che ci ha condotti a ricordare Francesco d’Assisi e il suo dialogo con l’Islam.
La Pira credeva nella triplice famiglia di Abramo: ebrei, cristiani e musulmani sono gli eredi spirituali del patriarca biblico e quindi hanno una speciale vocazione al dialogo e alla missione di costruire la pace.
Fedele a questa utopistica certezza della Pace, fu un instancabile articolatore politico. Pensiamo ai Colloqui Mediterranei, iniziati nel 1958, in cui promosse incontri tra leader religiosi e politici dei Paesi arabi e musulmani, cercando di creare ponti di comprensione e di cooperazione. Credeva che la politica dovesse essere guidata da valori evangelici e spirituali e molti, anche nel suo partito, la Democrazia Cristiana, lo consideravano un ingenuo slegato dalla realtà geopolitica e dagli interessi economici.
La Pira credeva che Gerusalemme dovesse essere una città universale, un «santuario spirituale di pace», un «giardino dell’umanità», un santuario immortale dei figli di Abramo. Per lui la città santa non apparteneva esclusivamente a un popolo o a una religione, ma era un patrimonio spirituale comune.
«(…) Il Mediterraneo, lungo le sponde del quale questi popoli abitano, non può tornare ad essere – è il suo destino! – un centro di attrazione e di gravitazione storica, spirituale e politica essenziale per la storia nuova del mondo? Perché non iniziare, proprio da qui, dalla Terra Santa, la nuova storia di pace, di unità e di civiltà dei popoli di tutta la terra? Perché non superare con un atto di fede – religioso e storico e, perciò, anche politico, in questa prospettiva mediterranea e mondiale – tutte le divisioni che ancora tanto gravemente rompono l’unità della famiglia di Abramo, per iniziare, proprio da qui, quell’inevitabile moto di pace destinato ad abbracciare tutti i popoli della terra e destinato a edificare un’età qualitativamente nuova (salto qualitativo!) della storia del mondo?».[2]
Oggi, non potremmo allargare la geografia e la politica spirituale di La Pira, con la convinzione che tutta la Terra Santa è terra universale, santuario della discendenza di Abramo? E a Hebron, in Cisgiordania, nella grotta di Macpela, alla Tomba dei Patriarchi, i discendenti di Isacco – Ismaele e Gesù di Nazareth – firmerebbero un protocollo metapolitico che afferma il primato del senso spirituale ed etico della politica e la rinuncia definitiva al potere dello stato e della guerra?
Si tratterebbe di un patto multilaterale solenne e indifferibile per difendere e costruire, con pazienza e sistematicità, un’unità di intenti e di pratiche plurali che, lungi dal rappresentare una omogeneità standardizzata, mira a garantire un pianeta-umanità senza male, senza lacrime, senza dolore, senza morte!
[1] Congregazione per la dottrina della fede, “Primato del successore di Pietro nel mistero della Chiesa”, 4.
[2] Da Gerusalemme la pace del mondo, Note di Cultura n. 36, febbraio 1968, Edizione Nazionale delle opere di Giorgio La Pira. giorgiolapira.org, sito della Fondazione La Pira.






“Perdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro.”. Attenzione, l’ articolo citato dice che il perdono non aspetta il pentimento, che significa? Il male fatto c’è stato si, ha fatto soffrire e ha causato dolore, ma il perdono, che non è negazione del male che c’ è stato non mira a a limitate il male, mira a cancellarlo proprio. La logica del perdono non permette che il male esista ancora, il perdono esorcizza il male e la sua logica, non può essere solo un limitare, se no non è perdono ma è un rancore sottile, che nell’ intimo ci inganna nel presumere di riconoscere le nostre colpe. Certamente perdonare non è fingere che non ci sia mai stato un male, ma perdonare significa che quel male non deve più esistere, deve sparire. Se no non possiamo credere che il ladrone sia davvero salito con Gesù in cielo pur avendo compiuto grandi mali.
Mi pare che da una parte si condanni il dialogo “pacificante” come inconcludente ipocrita e sostanzialmente di parte, dall’altra si rispolvera una forma di dialogo presentato come ancora più utopistico e alto.
Non sarà che (al netto degli opportunismi machiavellici dei potenti di turno) quando si parla di dialogo, da parte di molte istituzioni laiche o religiose, non si intenda proprio quel tipo di dialogo “profetizzato” da La Pira ecc.?
Distinguerei anche il termine “pace” come obiettivo ultimo, da possibili tregue come requisito minimo per mettere in atto questo dialogo molto più complesso e stratificato.
“Perdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro.”
https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2025-08/papa-catechesi-udienza-generale-perdono-giuda-liberta-amore.html
Alla fine è così, chiedere una tregua non significa negare quanto è successo o quanto è ancora da risolvere, ma cercare di limitare la proliferazione di ulteriore male..