Polonia-antisemitismo: la disputa e il senso

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Forse ai nostri lettori/lettrici sono ignoti i nomi di Waldemar Chrostowski e Andrzej Perzynski e la polemica che li ha contrapposti. Ambedue preti.

Il primo è un noto biblista, professore di Antico Testamento, co-fondatore del consiglio cristiano-ebraico, ex-membro del comitato episcopale per il dialogo con l’ebraismo e della fondazione per la memoria del campo di sterminio di Auschwitz. Il secondo è docente a Lódz e membro del consiglio polacco cristiano-ebraico. Oggetto del contendere: il dialogo cattolico-ebraico in Polonia.

Il rapporto col mondo e la tradizione ebraica in Polonia è da sempre un tema delicato e divisivo. Non solo in ragione della storica presenza di consistenti comunità ebraiche, di pogrom episodici, della tradizione anti-giudaica del cattolicesimo fino alla tragedia dello Shoah nazista, ma soprattutto per la presenza dei campi di sterminio nelle aree del paese: Auschwitz – Birkenau.

La memoria dei milioni di morti nelle camere a gas e la torsione a cui è stata sottoposta dalla narrazione comunista sono state rielaborate sia in sede politico-culturale che ecclesiale (grazie in particolare all’esempio e al magistero di papa Wojtyla). Rimane, come in altri contesti, un fondiglio di resistenza antisemita. Essa emerge indirettamente, ad esempio, dalla legislazione dei governi di centro-destra che censurano ogni memoria storica che avvicini l’olocausto a responsabilità polacche anche solo indirette.

Appare esplicitamente in formazioni politiche di estrema destra e in episodi come l’incendio del candelabro a nove lampade nell’atrio del parlamento (12 dicembre 2023) o nelle affermazioni paradossali del deputato europeo Grzegorz Braun sulla negazione dello sterminio nel 2025 alla Radio Wnet.

Dal punto di vista ecclesiale è attivo da diversi decenni un comitato episcopale di dialogo con l’ebraismo. Si sono moltiplicati studi e occasioni di incontro. Una delle ultime beatificazioni ha riguardato i nove componenti della famiglia Ulma, trucidati dai nazisti in ragione della ospitalità da loro offerta agli ebrei (10 settembre 2023) alla cui memoria il parlamento ha dedicato l’anno successivo.

Nell’assemblea episcopale dell’ottobre scorso è stata solennemente ricordata la dichiarazione conciliare Nostra Aetate che è a fondamento del rinnovato approccio al dialogo con l’ebraismo.

Il giudaismo rabbinico è anticristiano

La polemica fra i due esperti sopra ricordati, ospitata dall’agenzia di informazione cattolica Kai (6 e 9 febbraio), ha come oggetto il modo e la sostanza del dialogo tra cristianesimo ed ebraismo.

Per Waldemar Chrostowski, insignito del premio Ratzinger nel 2014, l’ebraismo rabbinico dal primo secolo ad oggi è una reazione agli insegnamenti di Gesù: «L’opposizione e l’ostilità nei confronti di Gesù sorsero durante la sua vita e culminarono nella sua condanna a morte. Agli eventi che decisero il suo destino parteciparono principalmente membri della sua stessa nazione, cioè gli ebrei. I romani sono sullo sfondo. Dopo l’arresto di Gesù si verificò un astuto passaggio (narrativo) dalla prospettiva religiosa di Caifa e del sinedrio a quella politica di Pilato. Uno schema che si ripeterà fino ai nostri giorni».

Lo scontro con la tradizione ebraica non nasce quindi dalle lettere di Paolo, ma si origina fin dal principio del massaggio di Gesù. «Siamo uniti dalla radice che è l’Antico Testamento. Noi lo leggiamo in una prospettiva cristologica, mentre l’ebraismo rabbinico lo legge non solo da una prospettiva senza Cristo, ma contro Cristo […]. L’ebraismo rabbinico nasconde un enorme potenziale anticristiano, ma nel corso dei decenni di dialogo è stato fatto ben poco per cambiare questa situazione. In molte comunità ebraiche, come quella ortodossa e ultra-ortodossa, non è stato compiuto alcun passo in questa direzione. Ci percepiscono e ci trattano come pagani».

Anche l’indicazione ormai comune di “fratelli maggiori” è una manipolazione di quanto Giovanni Paolo II intendeva: si riferiva agli ebrei prima della vicenda di Gesù Cristo. Da Lui sono nate «due realtà: il cristianesimo e l’ebraismo». Del resto «mentre la sanguinosa repressione contro gli abitanti di Gaza e l’autorità nazionale palestinese è in corso da due anni, con decine di migliaia di persone brutalmente assassinate, centinaia di migliaia rese disabili e 2 milioni costretti a lasciare le proprie case, questi fatti non hanno avuto alcun impatto o risonanza nel dialogo polacco cattolico-ebraico».

Fratelli maggiori

La risposta di Andrzej Perzynski ha tutto il peso dell’autorità episcopale. Ritiene indecente qualificare il dialogo come una “parodia” e indica le posizioni di Chrostowski come chiaramente contraddittorie rispetto al magistero cattolico, una pretesa di “magistero alternativo”.

«Siamo di fronte a un tentativo di formulare una neo-separtismo teologico: la visione di una Chiesa autosufficiente che non ha bisogno di dialogo perché fin dall’inizio ha considerato l’altra parte come una “reazione contro Cristo”». Ignora i passi compiuti dalla Chiesa negli ultimi 60 anni e tutti i documenti magisteriali e teologici prodotti.

Significa negare, come afferma Nostra Aetate che la Chiesa si nutra della radice del “buon ulivo” della tradizione ebraica e l’affermazione ripetutamente sottolineata che Dio non ha revocato i suoi doni e la prima alleanza. Riemerge nella forma contrappositiva la vecchia idea della “sostituzione”. «L’ebraismo non è per noi una “altra religione”, ma un’altra forma della stessa eredità». «Dio mantiene la sua parola data a Israele».

Le Scritture antiche le abbiamo ricevute da Gesù e dalla Chiesa apostolica e vi è continuità fra Bibbia di Israele e Bibbia della Chiesa. Dal Catechismo della Chiesa cattolica al testo della pontificia commissione biblica del 2001 (Il popolo ebraico e le sue sacre Scritture nella Bibbia cristiana) fino all’insegnamento coerente degli ultimi pontificati il rapporto con l’ebraismo è all’insegna della vicinanza spirituale e non certo dell’ostilità storica.

Un’altra voce

È intervenuto anche il direttore dell’istituto di studi biblici dell’università di Lublino, consulente per la dottrina dei vescovi.

In un breve testo critico il prof. Miroslaw Wrobel ha ricordato a Chrostowski le sfide connesse al dialogo cattolico-ebraico in Polonia: 1) eliminare della teologia del disprezzo e della teologia della sostituzione; 2) condividere la convinzione che cristianesimo ed ebraismo sono intrinsecamente correlati; 3) lavorare insieme per guarire le ferite della Shoah; 4) portare alla luce i mille anni di storia polacca segnata dalla presenza importante della popolazione ebraica; 5) impegnarsi nella lotta all’antisemitismo; 6) lavorare per la credibilità internazionale della Polonia come democrazia capace di confrontarsi col suo passato; 7) favorire l’arricchimento spirituale di entrambe le comunità; 8) individuare punti comuni per azioni in favore dei deboli, per la giustizia sociale e il valore della vita.

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