Natalia Ginzburg: parlare di Dio ai piccoli

ginzburg1

Natalia Ginzburg con i figli in Val d’Aosta.

Penso che uno che non crede in Dio, non ha però il diritto di dire al suo bambino: “Dio non esiste”. È questo l’incipit di un bellissimo articolo dal titolo “L’infanzia e la morte” firmato da Natalia Ginzburg nel luglio 1970[1].

L’attenzione all’infanzia nel pensiero e negli scritti della Ginzburg è costante. Alcuni suoi racconti di vicende di adulti sono visti con gli occhi dei più piccoli, altri descrivono episodi di vita di bambini. Storie a volte frutto di immaginazione, ma sempre aderenti alla realtà, compresa quella personale. Ancora piccola, la scrittrice registrò e liberò nella scrittura i suoi spazi interiori.

L’autobiografia (benché ella non volle definirla così)[2] è nota al grande pubblico soprattutto grazie allo splendido romanzo Lessico Famigliare, pubblicato da Einaudi nel 1963 e vincitore del Premio Strega. Da ricordare anche il libro-denuncia Serena Cruz o la vera Giustizia in cui l’autrice ricostruisce il caso giudiziario riguardante l’adozione di Serena, bambina filippina, da parte di una coppia italiana.[3] E difende, con profonda umanità, la posizione contraria a quella sostenuta dai giudici.

Ci preme tuttavia sostare sull’articolo in cui la Ginzburg, ebrea non credente, riflette sulle prove dell’esistenza di Dio e sulla comunicazione ai più piccoli di tale questione dibattuta nei secoli. Questione che inevitabilmente interpella il tema della morte e del “dopo” a cui la scrittrice dovette pensare molto. Infatti, Natalia era una giovane donna di 27 anni con tre figli piccoli quando nel novembre del1943 i fascisti arrestarono l’intellettuale Leone Ginzburg, suo marito e padre dei bambini. Leone morì pochi mesi dopo (5 febbraio 1944) nel carcere romano di Regina Coeli a seguito di torture.

Nel breve testo “L’infanzia e la morte” – chiaro, rigoroso e allo stesso tempo accorato – individua le ragioni psicologiche e teoretiche per giustificare la sua tesi. Infatti, ritiene che “le parole Dio non esiste” siano troppo angosciose per un bambino. E “in secondo luogo possono essere false”. Ci sembra importante cogliere il primato affettivo su quello teoretico e la ricerca delle parole adeguate alla comunicazione. Ricerca linguistica che fu un’altra costante del suo pensiero e della sua avventura intellettuale. Inoltre, per lei la “inesorabilità” e la “assolutezza” dell’affermazione di ateismo contrasta con l’assenza di prove certe sia a favore sia contro l’esistenza di Dio.

***

Sappiamo quanto la storia della filosofia occidentale abbia discusso in merito a tali dimostrazioni. Ogni studente liceale può ricordare alcune famose argomentazioni: la linea platonico-agostiniana focalizzata sulla memoria e la soggettività pensante e, come un contrappunto, la posizione aristotelico-tomista che, per provare l’esistenza di un Ente Supremo o Motore Immobile, parte dal divenire della realtà concreta. Polifonia vivacissima soprattutto nei secoli medioevali: pensiamo all’ardito argomento del pensatore Anselmo d’Aosta per il quale la mera definizione di Dio quale “Essere di cui non si può pensare nulla di maggiore” contiene in nuce la prova della Sua esistenza. Secoli di dispute e confronti accademici, testi poderosi elaborati da grandi pensatori (Kant contestò l’argomento del citato Anselmo) rivelano l’importanza della domanda e aiutano la riflessione personale, ma non giungono a una risposta esaustiva e accettata da tutti.

Per la Ginzburg ai bambini, cui “non bisogna mentire”, è meglio non comunicare la propria convinzione in merito alla non esistenza di Dio e, per quanto la riguarda, propone: “Io penso che Dio non ci sia. Però non lo so. Altri pensano che ci sia. La verità non la sa nessuno”. Consiglia di avanzare dubbi, anche quando non si ha nessun dubbio dentro di sé. E ancora afferma: “Chi crede in Dio, a volte ha la sensazione di amare tale assenza di prove: in fondo non vorrebbe a nessun prezzo nulla di diverso. Perché amare Dio vuol dire non volerlo proprio in nulla diverso da come appare nel nostro pensiero”.

Per la scrittrice, il mondo senza Dio conduce alla visione della morte come “un cimitero dove si scende a dormire per sempre”.  E da mamma e nonna sa che ciò è esattamente contrario a ciò che i piccoli amano e vogliono. “Loro che detestano dormire e temono la noia”. Inoltre, se, convinti da un adulto che Dio esiste, avranno un giorno la possibilità di “giudicarlo inutile e buttarlo via”. Invece sarà per loro più difficile abbattere “le mura inesorabili” che nell’infanzia gli hanno negato una possibile visione del divino.

***

Per chi come la Ginzburg ha vissuto il tempo del secondo dopoguerra italiano nell’incessante rifondazione di un linguaggio autentico, realistico e vero a differenza della vuota retorica fascista, l’assenza della parola è quanto di peggio si possa regalare a un bambino. “Chi non crede spesso tace col suo bambino il più a lungo possibile sulla morte”.  Ma il silenzio su parole così diffuse come “Dio” e “morte” pesa nelle menti di bambini che chiedono – e spesso ottengono – spiegazioni su ogni cosa.

Occorre un’attenzione specifica per quel “prossimo” che sono i più piccoli. La loro fantasia va nutrita con una prospettiva serena anche da parte di chi non crede nella vita eterna. Non si tratta di una menzogna disonesta bensì della difesa di una speranza di bene capace di vincere la paura della fine di ogni cosa. Vengono in mente le parole di Platone quando riconosce il rischio di utilizzare immagini mitologiche per superare i limiti del pensiero razionale inventando l’immagine della “pianura della verità” . Ma aggiunge che “il rischio è bello”.[4]

Se la ricerca della parola è missione primaria di chi scrive, per la Ginzburg fu una ragione di vita. Ѐ noto il suo saggio-confessione del 1949 in merito al mestiere di scrivere: “Il mio mestiere è quello di scrivere e io lo so bene e da molto tempo (…) quando scrivo le storie sono come uno che è in patria”.[5] Geniale – nel citato famoso romanzo – la raffinata e ironica ricerca di un lessico capace di unire i fratelli della sua famiglia, i Levi, sparsi nel mondo, distanti per scelte professionali ed esistenziali.  Anche qui avvertiamo la sua alta considerazione dell’infanzia, età in cui nasce la parola e si impara a riconoscere quell’idioma che può diventare “una bussola etica che compatta” i membri del gruppo familiare. [6]

ginzburg

Non mancano fotografie della scrittrice, ritratta tra personaggi illustri della casa Editrice Einaudi per la quale lavorò per molti anni, ma ci piace pensarla inchinata all’altezza di un bambino per ascoltarne balbettii, espressioni e silenzi. Accostiamo la sua bella pagina laica in difesa della fede infantile a un’immagine delicata di Maria che insegna a leggere a Gesù su una tavoletta di legno con vocali e consonanti (qui sopra: Pietro da Talada (1463-1499), Madonna col Bambino, Chiesa di Santa Maria di Capraia di Pieve Fosciana). Pensiamo anche ai noti brani evangelici in cui Gesù ammonisce i discepoli: “Lasciate che i bambini vengano a me… perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio” (Lc 18, 16).

Un invito insistito a riconoscere il grande dono della vita nel suo primo apparire. Diventare come bambini significa ritrovare genuinità e disponibilità all’affidamento. Inoltre, chi non accoglie il regno di Dio come si accoglie un bambino non è degno di un regno che immaginiamo abitato da relazioni gioiose e risate come quelle che scoppiano quando un piccolo ci sorprende con le sue nuove parole.


[1] Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi, Einaudi, Torino, 1989, 180-183.

[2] «Lessico famigliare non è un’autobiografia, è un libro che racconta le persone della mia vita, non la mia vita. Io intendevo non essere un personaggio in questo libro, intendevo essere semplicemente un testimone; quindi, il mio personaggio io l’ho ignorato quasi, sta nell’ombra, io ho detto quasi nulla di me» (Natalia Ginzburg).

[3] Natalia Ginzburg, Serena Cruz o la vera giustizia, Einaudi, Torino 1990.

[4] Platone, Fedone 114, d.

[5] Natalia Ginzburg, “Il mio mestiere” in Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1962.

[6] Gina Lagorio così definì ciò che univa la famiglia Levi in Lessico famigliare nell’articolo del Corriere della Sera in occasione della scomparsa della Ginzburg (Gina Lagorio, “Il teatro della memoria”, in Corriere della sera, 9 ottobre 1991).

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento