
A 40 anni e più dal Concordato che ha riscritto motivi e regole dell’Insegnamento della Religione Cattolica in Italia (IRC) è lecito riflettere e confrontarsi sulla tematica, dentro e fuori dalla Chiesa, in modo laico, cioè senza preconcetti o rendite di posizione presunte o reali che siano? A nostro avviso si; non solo possibile ma anche auspicabile, argomentando i contributi in un’ottica aperta ai «segni dei tempi». SettimanaNews si sta distinguendo come spazio comunicativo che rende concreto questo confronto.
Possiamo tranquillamente partire dal testo del Concordato 1984 che così recita: «La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del Cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano (…) nel quadro delle finalità della scuola…».
Stato e Chiesa, dunque, hanno convenuto in primis che l’Italia, nelle sue diverse articolazioni statuali, ritiene la cultura religiosa e, all’interno di essa, l’apporto storico del cattolicesimo, elementi importanti della sua storia e società e del tutto compatibili con le mete educative e formative della scuola. Sottolineare ancora oggi l’importanza di tali affermazioni non significa soltanto evocarne la portata giuridica e sostanziale ma ci permette di richiamarne e rilanciarne l’attualità, consapevoli però del mutato contesto culturale e sociale con cui fare i conti.
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Cosa vogliamo dire? Innanzitutto che quando si evoca il valore della cultura religiosa si sostiene in positivo che quanto si ispira al mondo religioso nelle sue varie articolazioni, tradizioni, arte, pratiche, letteratura…, è qualcosa da conoscere, studiare, apprezzare, altrimenti non si capisce adeguatamente il mondo in cui si vive e si rimane culturalmente un po’ più poveri. Il riferimento alla «cultura religiosa», formulato al singolare, rimanda comunque ad esperienze religiose plurali perché, anche solo riferendoci alla storia pre Concordato del nostro Paese, al cattolicesimo del tutto preponderante (ma ci ritorneremo fra poco), dobbiamo affiancare perlomeno la presenza della religione ebraica e di quella valdese-protestante.
Oggi, a poco più di quarant’anni dal Concordato, le religioni praticate in Italia sono molte di più; prova ne sono, ad esempio, le Intese che lo Stato ha firmato con 13 confessioni/chiese. Questo è un dato consolidato con cui fare i conti, dice di un contesto cambiato abbastanza velocemente e richiama anche tutta la problematica dei fondamentalismi religiosi che si sono affacciati pure in occidente negli ultimi anni.
A noi vengono spontanee delle domande: gli alunni che nella scuola italiana non frequentano l’IRC che possibilità effettiva hanno di formarsi una cultura religiosa accettabile? Non rimangono per questo più poveri culturalmente? Non è questo un danno per loro stessi e per la società? Non è una mancanza del nostro sistema scolastico?
Queste domande per noi sono un cruccio non da poco. Ci scuotono, ci prendono, non possono lasciarci indifferenti. Né come insegnanti né come cittadini. Lo Stato si sta rendendo conto di questa situazione? O la cultura religiosa è veramente un valore nei pronunciamenti ufficiali e nei fatti oppure si rischia di lasciare (legittimare?) un vuoto culturale esiziale. Basta guardarsi un po’ attorno: oggi senza una base culturale, che riguarda anche l’ambito delle religioni, il rischio di non capire e non vivere adeguatamente questo tempo è reale.
L’affermazione che «i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano» offre ulteriori elementi di riflessione, sempre rapportati ai «segni dei tempi» del nostro presente. Il Cattolicesimo ha segnato e continua a segnare la storia italiana ma non la esaurisce; è una parte importante e preponderante di ciò che siamo ma non la sola. Il Concordato stesso dichiara che esso «fa parte» del patrimonio storico, è una parte del tutto più articolato, ricco e complesso. Oggi ancora di più, alla luce, ad esempio, di una presenza molto più consistente di persone provenienti da altre culture e religioni, che hanno trovato in Italia ormai la loro dimensione di vita per sé e per la propria famiglia. Le classi scolastiche da nord a sud ne sono testimonianza evidente. Tuttavia se non conosci il Cattolicesimo nelle sue varie espressioni, cittadino italiano o straniero, oggettivamente un po’ di orientamento culturale ti manca. Allora come rendere possibile che il patrimonio storico italiano nel suo complesso, col ruolo fondamentale del cattolicesimo, sia conosciuto, studiato, compreso, apprezzato o criticato?
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Qui entra in gioco la scuola e in generale la sua offerta formativa. In particolare la nostra riflessione è guidata dal seguente interrogativo: come il nostro sistema d’istruzione tratta la cultura religiosa? Quasi tutto è stato affidato (o relegato?) all’Insegnamento di Religione Cattolica che ha indubbiamente una sua valida struttura (indicazioni ministeriali, docenti formati, lunga e consolidata tradizione, percentuali di scelta ancora tutto sommato lusinghiere con circa 80% di adesioni ma con differenze non da poco tra diverse aree geografiche e gradi scolastici). Resta però un dubbio: a chi non si avvale dell’IRC, rispetto alla cultura religiosa, la scuola pensa? Certo, letteratura, storia, filosofia, arte… offrono spunti anche notevoli su tale versante, ma basta? E nel contesto multiculturale e di pluralismo religioso dei nostri tempi la scuola ha qualcosa da dire e da offrire di specifico alle nuove generazioni?
Insomma ci troviamo davanti a «segni dei tempi», per tornare ad un’espressione di fonte ecclesiale ma che, a nostro avviso, ha anche un significato laico ben comprensibile ed effettivo.
C’è bisogno, urgentemente, di avviare una riflessione ed un confronto vero e serio a vari livelli (da quello politico-istituzionale, ad esperti di settore, alla stessa Chiesa cattolica e le altre Chiese e confessioni) per capire in prospettiva cosa muovere e come muoversi su questo versante. La cultura religiosa è un tema/problema/risorsa su cui la società, la politica, la scuola e le religioni vogliono investire pensiero, risorse, strumenti? Dal nostro punto di vista non è soltanto un auspicio, è un dovere! Non si può far finta di niente e continuare a gestire la situazione attuale riguardo alla istruzione/formazione religiosa delle generazioni giovani, nella sua accezione più ricca, piena e completa, con metodologie e strumenti che per certi aspetti forse hanno fatto il loro tempo.
Lo stato italiano può permettersi, oggi, di non riservarsi il compito − come è per tutte le culture che attraversano i percorsi educativi scolastici – di introdurre nella scuola un percorso formativo sulle culture religiose più significative presenti oggi – e nel passato – nella civiltà occidentale? Deve delegare tutto (o quasi) ad altre istituzioni, certo più che rispettabili, ma che gli sono esterne? Deve ricorrere ad accordi con istituzioni «altre» per far studiare le culture religiose a scuola? Si esprime su tutte le culture – studiandole nelle proprie università − tranne che su quelle religiose? Perché? Mancano studiosi?
Il nostro vuole essere anche un appello alle chiese e confessioni religiose presenti sul nostro territorio italiano: per noi è importante che si confrontino apertamente su questa questione e magari trovino insieme delle possibili soluzioni per poi accedere ad un confronto con le istituzioni.
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Come si vede in questo nostro contributo abbiamo puntato soprattutto sul far emergere il tema della rilevanza della cultura religiosa nel nostro Paese ora e in prospettiva futura. Una società democratica, laica, pluralista che ha a cuore i suoi cittadini coglie i «nervi scoperti» e prova ad affrontarli e risolverli. E c’è bisogno dell’apporto di tutti in un confronto/dibattito che riteniamo debba essere ampio, sereno, produttivo proprio perché la cultura religiosa a scuola e nella società è un patrimonio da conservare e coltivare. Come?
Noi ci limitiamo a proporre la scuola come base di riflessione, per la quale «La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi» (Costituzione, art. 33). Una scuola che «è aperta a tutti» (Costituzione, art. 34). Da queste norme generali deve essere esclusa la cultura religiosa nella sua espressione plurale?
Se, quarant’anni dopo la revisione concordataria, il contesto socio-culturale è cambiato (come, con quali caratteristiche…), possiamo parlare di un nuovo paradigma anche per la scuola? Da questo nuovo paradigma può restare esclusa la cultura religiosa plurale? Per esempio, come possiamo aiutare i nostri ragazzi a capire i fondamentalismi, senza conoscenze sulle culture religiose che esprimono oggi le fedi, a volte più che millenarie?
Se la scuola deve dare gli strumenti per capire oggi anche questi fenomeni, e permettere ai cittadini di domani – tutti i cittadini, tutte le giovani persone che la frequentano – di formulare domande e costruire le proprie risposte, può mettere in un angolo le culture religiose? Pensiamo di no: pena formare cittadini incompetenti su queste questioni. E quindi facili prede per chi vuole condurli verso mete che poco hanno a che fare con una libera repubblica democratica.
Tutto ciò esclude o richiede un accordo con le confessioni e tradizioni religiose presenti in Italia? Noi pensiamo che potrebbe essere un’occasione preziosa di dialogo tra istituzioni diverse a servizio della scuola italiana di tutti.
Settembre 2026
Marco Moschetti, docente di religione, laureato in filosofia e diplomato in Scienze religiose, autore del testo: L’Insegnamento della religione in Italia: sintesi storica, normativa, aspetti complementari, Glossa, Milano 2018.
Sergio De Carli, docente di IRC in pensione, laureato in filosofia, Presidente dell’ANIR (Associazione nazionale insegnanti di religione) dal 1997-2006, docente di Formazione al dialogo interreligioso per alcuni anni presso Università di Urbino, autore di libri di testo per l’IRC.
Paolo Minotti, docente di IRC in pensione, autore di libri di testo per l’IRC.






Una scuola uguale per tutti va bene in un paese in cui gli studenti sono tutti uguali, e in Italia non è più così. La religione (e quale religione) deve essere una tra le materie opzionali (insieme a musica, teatro, sport, danza, disegno, etc.) da aggiungere alle materie obbligatorie uguali per tutti. L’ideale sarebbe il buono-scuola, così ognuno potrà scegliere la scuola che preferisce, alle stesse condizioni fi tutti gli altri, e senza che siano solo i ricchi a poterlo fare.
Condivido le posizioni degli articolisti.
Tuttavia, non possiamo nasconderci che sul percorso proposto incombono macigni difficilmente superabili.
Primo: l’iniziativa dovrebbe venire dalla Chiesa Cattolica italiana, che dovrebbe rinunciare ad un privilegio (a mio avviso da sempre ingiustificato da parte dello Stato), esponendosi presumibilmente alle critiche dei conservatori, sempre pronti alle accuse di mondanità.
Secondo: una revisione del Concordato per dare spazio (seppur culturale e non confessionale) alle altre confessioni religiose dovrebbe superare la prevedibile ostilità degli imperanti sovranisti, nazionalisti, atei debiti… la vedo dura. Non è politicamente matura e non lo sarà per chissà quanto tempo.
Terzo: il tema dei nuovi docenti e dell’eventuale riqualificazione degli attuali insegnanti di religione è complicato e spinosissimo per tante ragioni.
Sono intervenuto ripetutamente sulla questione, ogniqualvolta su questa testata compariva l’argomento: ribadisco pertanto quanto già detto.
Con l’IRC lo Stato guarda non alla comunità religiosa più numerosa in Italia, ma a quella che più ha lasciato tracce culturali di sé nella penisola italiana e le chiede di contribuire alla decifrazione del comune patrimonio artistico, culturale, letterario, scientifico, storico, valoriale, ecc… che qui ha realizzato negli ultimi duemila anni. La cosa si può fare solo se la Chiesa cattolica spiega il suo credo, i suoi valori, le sue istituzioni, ecc…
Chiedersi cosa perde lo studente che non frequenta l’IRC va in parallelo a chiedersi cosa perde lo studente che non frequenta il liceo classico o quello che non è iscritto allo scientifico e, via via, a quello musicale o a un istituto tecnico…. Ci sono delle materie importanti che non vengono apprese e lo studente resta con un deficit culturale, ma non ne fa un dramma, perché s’è trattato di una sua scelta personale. Se la materia dell’IRC dovesse mutare non so quanti degli attuali insegnanti della stessa avrebbero i titoli accademici per continuare la docenza: moltissimi dovrebbero sicuramente venir licenziati e sostituiti con altri, che al momento non si sa chi potrebbero essere né come formarli.
Penso però che l’argomento sia interessante ma forse solamente tra cinquant’anni, se e quando tutte le altre realtà religiose presenti sul territorio nazionale saranno riuscite a plasmare profondamente la cultura nazionale nello stesso modo in cui (o meglio di come) vi ha provveduto la Chiesa cattolica in due millenni.
In teoria sarebbe un ottimo proposito, in pratica molto difficile da attuare ( difficile non significa impossibile). Il concordato del 1923 e la successiva revisione del 1984 hanno posto delle basi solide, la prima è la dicitura ” cattolica”, seguono altre, legate alla organizzazione della disciplina. È sufficiente soffermarci sulla prima per capire come, la proposta, che io approvo in pieno, per essere attuata necessiti di un nuovo concordato, attenzione, non una revisione come quella del 1984 ma precisi accordi tra stato e non più chiesa ma tutte le confessioni riconosciute dallo stato italiano, a questi poi seguirebbero necessariamente una revisione della organizzazione, dei titoli, dell’inquadramento e del reclutamento dei docenti. Non mi sembrano quisquilie, sono convinto che necessariamente la disciplina dovrà essere rimodulata, rivista, rivalutata ed aggiornata, la società è cambiata, la mentalità è diversa, non è oggi possibile trasmettere schemi vecchi di 40 anni, però, sono altresì convinto che il cammino sarà lungo, irto e pieno di ostacoli…
Compito della scuola è “istruire”.
L’istruzione religiosa deve far comprendere agli alunni come sono nate le diverse religioni ed in cosa differiscano tra loro, senza influenzare le persone.
Se esiste una religione più “vera” delle altre, saranno gli allievi a capirlo.
È evidente che ogni religione si professa come quella “vera”. Sarebbe paradossale il contrario.
La cultura impone oggettività di insegnamento.
Purtroppo anche la religione cattolica cade nell’errore di “sparlare” delle altre religioni, per affermare la propria “verità”.
I credenti cominciano a vedere una grossa differenza tra Fede (logica e senza ipocrisie) e Religione (con diversi presupposti mitici, illogici e ipocriti). Ad esempio, La Bibbia non può essere presa come verità, alla lettera, perché è contraria al Vangelo in tanti punti di fondo….
Nella Bibbia si può solo intravvedere la figura di Dio, ma è fortemente distorsiva.
Il Cattolicesimo dovrebbe prendere molte distanze dalla Bibbia e invece ha paura di farlo.
Preferisce mantenere l’ipocrisia.
Cosi pensa di trattenere i vecchi, ma perde i giovani.
Il dibattito sull’I.R.C. che da diverso tempo è promosso da SettimanaNews è davvero interessante. Da docente faccio notare alcune cose. Da quando ci sono le Indicazioni nazionali per la materia l’insegnamento ha perso quella confessionalità che aveva (forse) un tempo: i stessi libri di testo prodotti ne sono una testimonianza. In secondo luogo molto dipende da come si insegna I.R.C a scuola (la critica che farei ai quei sacerdoti e laici – ne conosco – che fanno “lectio divina” in classe o un ripasso del catechismo). In terzo luogo bisognerebbe attivare una propensione ad allargare i confini della propria materia e a lavorare in modo interdisciplinare.