Sinodalità mortificata

amoris laetitia

Quando nel marzo scorso papa Leone convocava i vescovi del mondo per un «summit sulla famiglia», mi dicevo: «sarà la prova del nove per verificare se si intende prendere sul serio, oppure no, la fatica di quei milioni di fedeli che, in tutto il mondo, lungo il Cammino Sinodale degli anni 2023-2024, si sono ripetutamente riuniti, al livello locale, nazionale e continentale, per elaborare l’idea della sinodalità e promuoverne la pratica costante nella Chiesa».

Giunti al momento della prova, bisogna dire che la sinodalità tanto desiderata, cercata, proclamata necessaria, in questa prima verifica risulta mortificata.

Non è bello che questo spesso accada nella Chiesa: si propone, si discute, si dichiara e poi non se ne fa di nulla.

Mettere a tema per una importante riunione ecclesiale il tema della famiglia era l’occasione per una verifica della pratica sinodale, la più felice che si possa immaginare, perché se c’è un’esperienza di vita cristiana, programmaticamente assente nell’esperienza di vita dei vescovi, per il loro voto di celibato, questa è l’esperienza della vita famigliare, sia nel rapporto coniugale che nell’impegno dell’educazione dei figli.

Il fatto è che vescovi, preti, frati e suore, nella normalità dei casi, non hanno fatto l’esperienza di chi è alla ricerca del partner perché desidera sposarsi, del ritrovarsi alle prese con il difficile discernimento della decisione da prendere, con la necessità di affrontare la complessa impresa di mettere insieme a un’altra persona tutti gli aspetti, anche i più intimi, della propria esistenza, con la gioia e la fatica, ma spesso anche con i drammi che la crescita dei figli porta con sé, e così via.

Solo nell’aver vissuto queste esperienze si è ricchi dei carismi della vita coniugale e famigliare che lo Spirito dona ai fedeli che chiama a viverle. Solo nell’esperienza vissuta si rendono manifesti i carismi che lo Spirito dona ai fedeli per affrontare alla sua luce i problemi concreti dell’esistenza.

La riunione del 7 ottobre 2026 implica la partecipazione di circa 248 persone, fra le quali i fedeli coniugati sono previsti nella modestissima cifra di 11 coppie, cioè 22 persone.

Ritengo ragionevole, e del tutto coerente con il cammino sinodale faticosamente compiuto, l’appello rivolto al papa dal sito Catholic Church Reform International, che si presenta come una rete internazionale di organizzazioni e individui cattolici impegnati nella riforma della Chiesa: «In un sinodo sulla famiglia, le famiglie devono avere il diritto di un voto deliberativo. Non c’è sinodalità se i vescovi si riuniscono senza il popolo. Le famiglie devono essere presenti e avere voce in capitolo nelle discussioni sulla pastorale familiare».

Ci si attendeva, quindi, di vedere in questi giorni ricomparire nell’Aula Paolo VI quei tavoli rotondi, cui ormai ci siamo abituati, in numero sufficiente da accogliere, accanto ai vescovi, almeno altrettanti fedeli laici già sposati, un certo numero di fidanzati e una presenza significativa anche di divorziati, perché il Sinodo si riunisce per discernere quali siano oggi «i passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie». Da qui al 14 ottobre, volendo, è ancora possibile rimediare. Basterebbe riferirsi al modello dell’ultimo Sinodo dei vescovi, nel quale su 368 membri con diritto di voto 96 non erano vescovi.

Non si tratta di sostituire il magistero episcopale, fondato sul sacramento, con assemblee indistinte, ma di determinare gli ambiti nei quali si esercita la sua autorità. Se lo Spirito del Signore ha voluto un ministero, dotato di autorità, questo è avvenuto per assicurare alla Chiesa la preservazione fedele della predicazione autentica degli Apostoli e la custodia di quell’unità della Chiesa che direttamente ne deriva.

Da qui risulta possibile e congrua quella pratica sinodale nella quale risultano determinanti, di volta in volta, i fedeli dotati dei carismi pertinenti alla res de qua agitur, e dove i ministri ordinati siano i garanti dell’autenticità della fede a salvaguardia, nella pluralità dei giudizi emergenti, della comunione nella comunità.

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