
Lo scorso 18 febbraio il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha presieduto la sessione plenaria del CSM. Ha tenuto un breve intervento. Solo settanta secondi e 199 parole per mettere in chiaro due principi: il CSM è un organo costituzionale e le altre istituzioni devono portargli rispetto. E un invito a tutti: si abbassino i toni della campagna referendaria affinché, qualunque sia il risultato, poi non si debbano raccogliere macerie. Riprendiamo il commento di Stefano Feltri pubblicato sul suo Substack Appunti lo scorso 19 febbraio.
L’intervento a sorpresa di Sergio Mattarella alla riunione plenaria del Consiglio superiore della magistratura, il CSM, segna un prima e un dopo nella campagna per il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura.
Il confronto tra i due schieramenti aveva preso una piega che non poteva lasciare indifferente il Quirinale: non una discussione sul merito, sulle ragioni dei proponenti e dei contrari, o sulle conseguenze politiche, ma un duello di accuse e insulti con al centro le istituzioni.
Inclusa quella che Mattarella presiede, cioè il Consiglio superiore della magistratura, organo di autogoverno dei magistrati che il capo dello Stato lascia sempre gestire al vicepresidente, oggi l’avvocato penalista di area Lega Fabio Pinelli.
Di solito il presidente della Repubblica partecipa soltanto alla seduta di insediamento, per dare pieno sostegno istituzionale all’espressione più alta del potere giudiziario, ma non si presenta mai alle sedute ordinarie.
E invece, nella mattina di mercoledì, Mattarella arriva e prende la parola. Il suo intervento è calibrato, pesato in ogni sillaba, come sempre, ma questa volta in modo ancor più millimetrico.
Perché mai era successo nel primo o nel secondo mandato che Mattarella facesse una mossa così forte, peraltro nel pieno di una campagna elettorale, sia pure per un referendum.
Prima di dare la parola al relatore vorrei aggiungere che sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in undici anni.
Il messaggio di Mattarella è chiaro: non si può delegittimare il Consiglio superiore della magistratura che, certo, ha i suoi difetti, ma come ce li hanno tutte le istituzioni che nell’operare quotidiano sono fatte da uomini e donne e non da regole impersonali.
Dunque, si può criticare, ma sempre nella consapevolezza che si tratta di un organo costituzionale.
Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare – particolarmente da parte delle altre istituzioni – nei confronti di questa istituzione.
Istituzione non esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario.
È importante anche la precisazione finale dell’intervento di Mattarella:
In questa sede, che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica – più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio come Presidente della Repubblica – avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole.
In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza.
Nell’interesse della Repubblica.
Nel presiedere la seduta, infatti, Mattarella ricopre un doppio ruolo previsto dalla Costituzione: quello di presidente della Repubblica e quello di presidente del Consiglio superiore della magistratura.
Il capo dello Stato ci tiene a sottolineare che «la necessità» che avverte di «rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole» è propria del suo ruolo di presidente della Repubblica, non di vertice del CSM.
Cioè è motivata dalla sua funzione di garante dell’equilibrio tra i diversi poteri dello Stato, e in ultima analisi della qualità della vita democratica del Paese, non dalla difesa di una corporazione oggetto di aspra contesa politica, cioè quella dei magistrati.
Cosa abbia spinto Mattarella a una mossa così netta, e a una chiamata generale a rivedere i toni della campagna referendaria, è piuttosto evidente.
Nordio e il sistema paramafioso
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dato un’intervista al Mattino di Padova che è uscita il 15 febbraio con questo titolo: «Il sorteggio eliminerà il sistema para-mafioso», dove il riferimento è alle modalità di scelta dei componenti dei due CSM dei magistrati che sostituirebbero quello attuale, uno per pubblici ministeri e uno per giudici, se passasse la riforma.
Al posto dell’elezione attuale, la legge costituzionale voluta dal Governo prevede un sorteggio puro tra tutti i magistrati, divisi per carriera, e un sorteggio in una lista ristretta compilata dal Parlamento per i membri cosiddetti «laici», cioè non magistrati.
Nell’intervista, Nordio parla dell’Associazione nazionale dei magistrati, il sindacato della categoria, e del CSM in questi termini:
«I magistrati nella loro maggioranza non sono ideologizzati: sono le correnti ad essere strumenti di potere e carriera. In qualsiasi settore gli iscritti a un sindacato sono meno del 40%. I magistrati iscritti all’ANM sono il 97%: una percentuale bulgara. Perché? Perché se non ti iscrivi, non fai carriera. Se vuoi avanzare, devi aderire. E quando si elegge il CSM iniziano le telefonate. E quando un magistrato va davanti alla sezione disciplinare, può trovare chi gli ha chiesto il voto, o viceversa. Se non ha un “padrino” è finito, morto».
Per rendere più esplicito il riferimento al «padrino» e a quello che evoca, poi Nordio aggiunge: «Il sorteggio rompe questo meccanismo “para-mafioso”, questo verminaio correntizio come l’ha definito l’ex procuratore antimafia Benedetto Roberti, poi eletto con il PD al Parlamento europeo. Un mercato delle vacche».
Il procuratore antimafia si chiama Franco Roberti, non Benedetto, ma quello che viene notato è la qualificazione dell’elezione dei membri del CSM come un meccanismo «para-mafioso».
Una scelta lessicale che non rispecchia certo quel «rispetto vicendevole» tra istituzioni che Mattarella ora richiama.
In risposta alle prevedibili e sicuramente previste polemiche, il ministro Nordio ha rilanciato: ha promesso di continuare con provocazioni simili ogni giorno, «ne ho altre anche peggiori, ogni giorno ne dirò una», si legge sul Corriere della Sera. Poi ha cercato di ribaltare la responsabilità: «Ho solo citato una frase del PM Di Matteo».
Nino Di Matteo, magistrato impegnato contro la mafia e nel processo politicamente radioattivo della trattativa Stato-mafia, in effetti il 15 settembre 2019 aveva usato parole simili: «L’appartenenza a una cordata è l’unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è attaccati e isolati, e questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso».
Ci sono però alcune cruciali differenze rispetto all’attacco di Nordio. Intanto Di Matteo parlava nell’annunciare la sua candidatura al CSM contro la «degenerazione del correntismo». Non per negare la legittimità dell’organo di autogoverno della magistratura, ma per riaffermarla.
Poi quelli erano i mesi più caldi dello scandalo Palamara: l’ex presidente dell’ANM Luca Palamara ed ex membro del CSM era appena stato sospeso dalla magistratura, proprio sulla base di una decisione del CSM, per un’inchiesta per corruzione nella quale era coinvolto.
Palamara verrà addirittura radiato dalla magistratura nel 2020, perché le intercettazioni dell’inchiesta avevano fatto emergere le sue manovre − da membro del CSM − per negoziare nomine importanti come quella del Procuratore di Roma con altri magistrati e politici, in particolare Luca Lotti e Cosimo Ferri, allora entrambi del PD.
Di Matteo aveva deciso di candidarsi al CSM in risposta a quella perdita di credibilità della magistratura, in una fase di tensioni fortissime anche all’interno dello stesso Consiglio, e aveva poi spiegato il senso di quella sua frase sul «metodo mafioso»:
«L’appartenenza non può condizionare le scelte, quando si tocca il fondo è il momento buono per ripartire. Dobbiamo trovare la forza di invertire per primi noi la rotta, prima che qualcuno possa approfittare di questa situazione di mancanza di credibilità della magistratura per riforme che hanno uno scopo che non possiamo mai accettare: sottoporre di fatto la magistratura a un controllo da parte del potere politico».
Era stato preveggente, perché proprio lo scandalo Palamara è oggi usato dal Governo e dal centrodestra per giustificare una riforma che vorrebbe azzerare le correnti e sostituire l’elezione al CSM con il metodo del sorteggio. Anche se, come tipico del trasformismo all’italiana, oggi Luca Palamara è tra i più attivi sostenitori della riforma costituzionale della magistratura e continua a pubblicare libri sul tema con Alessandro Sallusti, portavoce del comitato per il Sì.
L’attacco di Nordio, insomma, è di altro genere rispetto a quello del 2019 di Di Matteo e con scopi ben diversi. Un conto è se è una critica, sia pure con toni forti, arriva da un magistrato che propone di ridare credibilità al sistema da dentro, tutt’altra faccenda è se un potere dello Stato ne attacca un altro per delegittimarlo e chiedere il sostegno del voto popolare nell’attacco.
Peraltro, va ricordato che il ministro della Giustizia è l’unico ministro espressamente citato nella Costituzione, le sue parole pesano. Dunque Mattarella non poteva non reagire, anche se questo non significa per il capo dello Stato prendere parte per il fronte avverso a quello che il Governo sostiene.
Il capo dello Stato ha già ribadito la sua imparzialità qualche settimana fa quando l’ex senatore di Forza Italia Andrea Cangini, in un articolo sull’HuffPost, si era avventurato ad arruolare Mattarella nel fronte del «sì», sulla base di un antico voto del 1997 a un emendamento sulla separazione delle carriere nella commissione bicamerale D’Alema. Una nota del Quirinale ha subito chiarito l’approccio di Mattarella: «Naturalmente nessun desiderio di impedire libere interpretazioni né ricostruzioni, anche proiettate ad alcuni decenni addietro, ma è fortemente auspicabile che ci si astenga dal tentativo, comunque vano e improduttivo, di cercare di arruolare il Presidente della Repubblica in uno schieramento o semplicemente in una posizione politica».
L’unica posizione politica attribuibile a Mattarella in questa fase è quella a difesa delle istituzioni nel momento in cui il referendum sulla riforma costituzionale rischia di trasformarsi in un test sul consenso ai due poteri in conflitto, quello esecutivo e quello giudiziario, con quello legislativo escluso dalla partita (il Parlamento non ha potuto modificare il disegno di legge costituzionale del Governo).
Ora rimane da capire se e come il Governo terrà conto dell’intervento inequivocabile di Mattarella, visto che i giornali raccontavano di una premier Giorgia Meloni che già preparava un maggior impegno diretto nella campagna referendaria con tanto di comizi.





