Julian Assange non è Navalny

di:

assange

Vladimir Putin ha ragione: come ha detto l’altro giorno, sa che in Italia può sempre contare su qualche amico.

Non ha bisogno neanche di corromperli o minacciarli, in tanti in Italia si incaricano di diffondere il punto di vista russo e, nello specifico, putiniano gratis. Perché c’è sempre un pubblico per chi sostiene posizioni illiberali, anti-americane, anti-europee… L’ultimo argomento di questi putiniani di fatto, se non nelle intenzioni, è l’equivalenza tra Alexei Navalny e Julian Assange.

Mercoledì 21 febbraio si è tenuta l’ultima udienza davanti all’alta corte inglese che deve decidere sull’estradizione – già concessa dal governo di Londra nel 2022 – di Assange verso gli Stati Uniti, dove rischia pene elevate con l’accusa di spionaggio. La decisione arriverà in questi giorni.

L’argomento a sostegno dell’equivaenza tra Navalny e Assange è più o meno questo: certo, la Russia di Putin ha i suoi limiti, come dimostra la morte di Navalny in carcere, ma anche noi in Occidente abbiamo i nostri Navalny, cioè Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, che dal 2010 è inseguito dalla giustizia americana. Entrambi hanno denunciato le menzogne e la corruzione del potere, ed entrambi hanno pagato sulla propria pelle.

Secondo questa linea argomentativa, Putin è un po’ meglio degli Stati Uniti perché almeno non finge di essere una cosa diversa da quella che è, cioè il capo di un regime oppressivo e liberticida.

Corollario inevitabile: dobbiamo smettere di mandare armi all’Ucraina perché sono armi americane che permettono agli ucraini di resistere in nome di una superiorità dei valori occidentali nei quali siamo i primi a non credere, come dimostra la vicenda Assange.

Con intellettuali, giornalisti, opinionisti che propalano queste tesi, Putin non ha certo bisogno di infiltrare i nostri media o la politica – cosa pure che prova sempre a fare – visto che nessun propagandista a libro paga saprebbe fare di meglio.

Ma veniamo al merito: Navalny e Assange sono la stessa cosa?

L’oppositore politico

Navalny era un politico, che poi è diventato una specie di leader di opposizione – politica e civile – in un paese senza una opposizione legittima.

Navalny è stato prima un politico e, solo come parte della sua attività politica, è diventato un blogger e qualcosa di simile a un giornalista d’inchiesta che ha denunciato la corruzione del regime putiniano e l’avidità di Putin in persona. Ma sempre a scopo di battaglia politica, non di fare informazione.

Navalny ha incarnato per qualche anno l’idea di una Russia alternativa a quella del presidente che provava ad avvelenarlo e che lo ha rinchiuso in carcere per farlo morire. Alla fine quella morte tanto a lungo evitata è arrivata, proprio quando serviva: un chiaro spot pre-elettorale per Putin in vista delle elezioni di marzo: in Russia non ci può essere opposizione a Putin, giornalisti e politici sgraditi sono liberi di riunirsi insieme soltanto al cimitero.

L’estate scorsa la spettacolare morte in volo del capo dei miliziani di Wagner, Yevgeny Prigozhin ha chiarito che non ci sono alternative militari a Putin. La fine di Navalny, in Siberia, come ai tempi dell’Urss, che nessuna svolta democratica è possibile. C’è soltanto Putin.

Poi, certo, Navalny non era un politico da Ztl di Milano, era pur sempre un russo, che condivideva alcuni aspetti della nostalgia imperiale di Putin, un nazionalista, ecc. ecc..

Ma era prima di tutto un politico russo che si è opposto al potere autocratico del presidente nell’unico modo possibile – cioè non convenzionale, da attivista – in un paese non democratico.

L’unica cosa che ha in comune con Assange, insomma, è di essere stato abile a usare la comunicazione.

Ma che lavoro faceva Assange?

Assange non è un politico, Wikileaks non è un partito, e neppure un giornale: è un progetto che abusa del prefisso Wiki, ma non è partecipato, aperto, e non è neppure una buca delle lettere che offre divulgazione e protezione a chi ha segreti da divulgare. E’ qualcos’altro, è un’illusione di trasparenza, che è presto diventato uno strumento di potere. Guarda caso, del potere di Putin.

E così si chiude il cerchio: gli amici di Putin difendono un sedicente attivista che ha colpito gli Stati Uniti e ha fatto gli interessi di Putin. Tutto si tiene.

Gran parte della discussione su Assange prescinde da quello che ha fatto. Io stesso, devo dire, pensavo che – come i giornalisti dei consorzi investigativi sui Panama Papers – avesse ricevuto grandi quantità di documenti segreti e li avessi divulgati in nome di un ideale di trasparenza. Non è andata proprio così.

Se si legge il capo di imputazione del dipartimento di Giustizia, si vede che gli Stati Uniti non contestano ad Assange soltanto di aver divulgato materiale classificato, cioè delicato per la sicurezza nazionale, ma di aver partecipato insieme a un’analista dell’intelligence, Chelsea Manning (all’epoca si chiamava Bradley Manning, prima di una transizione di genere), a aver violare i sistemi di sicurezza americani per rubare informazioni riservate.

Capite che c’è una bella differenza.

Tra gennaio e maggio 2010, Assange assiste Manning nel commettere quelli che in qualunque paese sarebbero classificati come reati gravissimi: aggirare i sistemi di sicurezza dell’esercito americano, usare l’identità di superiori per recuperare password a cui Manning non aveva accesso, per poi scaricare e passare a Wikileaks blocchi di informazioni riservate sulle attività dell’esercito in Afghanistan, Iraq, sulla gestione dei detenuti a Guantanamo e altri segreti militari.

Quando Manning dice di aver scaricato tutto quello che ha, Assange chiede di insistere: “Gli occhi curiosi non restano mai delusi”, si legge nel capo d’accusa.

Che Manning e Assange abbiano fatto quello che viene loro contestato non c’è dubbio. E credo che qualunque stato del mondo classificherebbe l’attività di Assange come spionaggio, anche seil fondatore di Wikileaks non agiva – quella volta, nel 2010 – in collusione con governi stranieri. In Italia, per esempio, è un reato gravissimo rivelare i nomi di agenti dei servizi segreti sotto copertura.

Lo fanno anche i giornalisti? No

Accedere a documenti riservati forniti da chi non dovrebbe farli uscire non è forse quello che fanno tutti i giornalisti? Sì e no.

I giornalisti hanno fonti che passano loro informazioni, documenti riservati e molto altro. La legge tutela – perfino in Italia – il diritto del giornalista di usare quei documenti o notizie riservate per informare il pubblico, ma non tutela la fonte che commette un reato o viola un legame fiduciario o anche soltanto un contratto di lavoro per passare le informazioni al giornalista.

I vari diritti e doveri sono bilanciati in questo modo: il giornalista risponde al pubblico, e quindi può usare anche informazioni di origine, diciamo così, non lecita (in senso lato), in nome dell’interesse generale; il giornalista ha diritto a non rivelare la fonte; la fonte quindi ha questa protezione ma, se la scoprono, deve rispondere delle conseguenze delle sue scelte. Il fatto di aver passato notizie riservate, anche se di interesse pubblico, non è un’attenuante.

Il giornalista, quindi, svolge una specie di ruolo di filtro: raccoglie notizie, pondera, valuta se i documenti che riceve sono di interesse generale, contatta le persone coinvolte nella storia per avere la loro versione dei fatti, arriva a una sintesi intellettualmente onesta, se la storia regge può decidere di pubblicarla.

Parte del lavoro del giornalista è raccontare solo la parte che è davvero di interesse generale (non i dettagli privati, le vendette professionali, i messaggi allusivi…). Un’altra parte è proteggere la fonte, su quello si fonda la sua capacità di continuare a lavorare: nessuno si fida di chi non è in grado di proteggere l’origine dell’informazione riservata.

Quello che il giornalista non può fare è associarsi alla fonte per commettere reati per procurarsi le notizie. In nessun paese questo è accettato, al massimo viene tollerato in alcune manifestazioni minori (tipo le inchieste sotto copertura).

Assange non fa il giornalista, nel senso che non riceve notizie da una fonte, non le vaglia, non costruisce un lavoro autonomo di approfondimento e selezione. Al contrario, si rende complice della fonte nel commettere reati molto gravi per accedere a documenti sensibili che poi riversa sul web.

Perfino chi difende Assange, non riesce a giustificare fino in fondo il suo modo di operare: nel 2010 Amnesty International, tra le tante ong umanitarie, contestava ad Assange di non aver oscurato dai documenti i nomi dei civili afgani che avevano collaborato con l’esercito americano, esponendoli a rischio di ritorsioni letali da parte dei talebani.

Se non è un giornalista, cos’è Assange? Un hacker, una spia, un criminale, un malato di ego?

L’utile megafono di Putin 

A un certo punto Assange ha fatto di tutto per peggiorare la propria situazione: presentarsi come qualcosa di simile a un agente straniero, o almeno un attivista anti-Stati Uniti.

Nel 2012 ha condotto un talk show sulla televisione di propaganda di Putin, RT. Nel 2013 ha aiutato un altro ex funzionario dell’intelligence che aveva denunciato la sorveglianza (illegale) su cittadini americani, Edward Snowden, a trovare asilo indovinate dove? A Mosca, ovviamente.

E nella campagna presidenziale 2016, quella che vedeva contrapposta Hillary Clinton contro l’allora amico di Putin Donald Trump, indovinate con quali servizi segreti collabora Assange per rivelare mail di Clinton a beneficio di Trump?

Con i servizi segreti russi che avevano hackerato la mail di Hillary Clinton nell’ambito di una serie di attività digitali per intossicare la campagna americana e favorire Trump. Nello stesso periodo Assange rifiutava di divulgare documenti potenzialmente dannosi per il governo russo.

Quando Assange si rifugia nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, tra tutti i paesi del mondo, qual è quello che organizza un piano – poi saltato – per far espatriare Assange a Natale del 2017? Uno a caso, inizia con la “R” e finisce con “ussia”.

Anche soltanto per queste ragioni, è ovvio che Navalny e Assange non sono la stessa cosa. Putin cercava di uccidere Navalny e di salvare Assange, qualcosa vorrà pur dire.

Un giornalista avrebbe tutelato la fonte e le persone innocenti coinvolte nella storia costruita sui documenti riservati. Assange ha fatto cose diverse, molto più opache.

Bradley-Chelsea Manning, come Edward Snowden, meritano il rispetto che si deve ai whistleblower: chi, dentro a organizzazioni potenti e complesse, vede cose che giudica gravi ed è disposto a rischiare la carriera, la libertà o perfino la vita per renderle di pubblico dominio.

Ma Assange ha usato il loro coraggio e le loro informazioni per una operazione che è uno dei più grandi imbrogli della storia dell’informazione, cioè una operazione mirata, una serie di attività con una precisa agenda politica, presentata come un’operazione di trasparenza assoluta.

Su questo consiglio questo podcast dedicato a un saggio di Umberto Eco sull’imbroglio di Wikileaks.

La storia recente – vedi scandali dei Twitter Files o le mille manipolazioni di Facebook dei contenuti che pubblica – ci ha insegnato che non esistono modi neutri di presentare le informazioni. Neppure da parte delle piattaforme che in teoria non si occupano di contenuti.

C’è sempre una linea editoriale, una scelta a monte su quali obiettivi si desidera che i contenuti pubblicati raggiungano.

Chi lo nega, vi sta solo prendendo in giro.

  • Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 22 febbraio 2024

appunti

Print Friendly, PDF & Email

8 Commenti

  1. Franco 3 marzo 2024
  2. Simone Orazi 27 febbraio 2024
  3. Claudio 26 febbraio 2024
    • Anima errante 27 febbraio 2024
  4. Antonio 25 febbraio 2024
  5. Gian Piero 24 febbraio 2024
    • Anima errante 24 febbraio 2024
  6. Leonardo 24 febbraio 2024

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto