
Ci sono parole che risvegliano immediatamente la paura, perché portano con sé il ricordo di una sofferenza collettiva. Ebola è uno di quei nomi che rimangono impressi nella memoria e richiamano alla mente i periodi bui della storia recente della Repubblica Democratica del Congo.
Nella parte orientale del Paese, in particolare nel Nord Kivu e nell’Ituri, questo virus aveva già seminato desolazione alcuni anni fa, mietendo migliaia di vittime e sconvolgendo profondamente le abitudini sociali, sanitarie ed economiche.
Mentre le popolazioni cercavano progressivamente di ritrovare una certa stabilità, nonostante la persistente insicurezza causata dai gruppi armati, la prevista recrudescenza del virus Ebola fa sprofondare nuovamente gli abitanti nell’inquietudine.
Il 15 maggio 2026, il ministro nazionale della Salute ha confermato la comparsa di un nuovo ceppo del virus in tre zone sanitarie della provincia dell’Ituri, in particolare nei grandi agglomerati urbani di Bunia e Mungwalo. Sono già stati registrati più di 280 casi, tra cui 36 medici contagiati nell’esercizio delle loro funzioni.
Questa situazione costituisce un vero e proprio allarme sanitario nazionale. L’esperienza delle precedenti epidemie ha dimostrato che la rapidità di diffusione dell’Ebola può rapidamente superare le capacità locali di gestione se non vengono applicate immediatamente misure rigorose. Il contagio del personale medico dimostra inoltre l’elevato livello di pericolo e l’urgente necessità di rafforzare i dispositivi di protezione nelle strutture sanitarie.
Di fronte a questa minaccia, il governo ha decretato lo stato di emergenza sanitaria e avviato una vasta operazione di risposta per evitare la diffusione del virus verso altre province e i paesi vicini. Tuttavia, le autorità sanitarie non potranno farcela da sole.
La popolazione è chiamata a svolgere un ruolo centrale nella sensibilizzazione, nel rispetto delle norme igieniche, nella segnalazione tempestiva dei casi sospetti e nella limitazione dei contatti a rischio. La difficoltà principale rimane l’assenza, finora, di un vaccino adatto a questo nuovo ceppo del virus.
Al di là della paura, questa nuova epidemia di Ebola ricorda una verità essenziale: le crisi sanitarie richiedono vigilanza, solidarietà e responsabilità collettiva. L’Ituri, già provata dai conflitti e dagli sfollamenti di popolazione, non può affrontare da sola una minaccia del genere. Più che mai, è necessaria una mobilitazione nazionale e internazionale per evitare che una nuova tragedia umana si abbatta sulla regione (Y.N. Maliro).
L’est della Repubblica Democratica del Congo sta soffocando. Grida, sanguina, agonizza sotto lo sguardo indifferente del mondo. E quell’aiuto che gli viene promesso da decenni non arriverà dalle cancellerie, né dai discorsi vuoti. Arriverà solo dall’alto, da Colui che ha creato il cielo e la terra. Perché qui, su questa terra dimenticata, l’uomo ha fallito.
Questo popolo vive con le armi in mano e le lacrime agli occhi. Ogni giorno è una lotta per la sopravvivenza. E come se la guerra, i massacri e le stragi non bastassero, ecco che un’altra arma silenziosa colpisce ancora: l’Ebola. Nel 2018 ha devastato il Nord Kivu e l’Ituri con una violenza inaudita. Ha strappato via padri, madri, bambini. Ha lasciato case vuote, scuole senza alunni, famiglie distrutte, orfani abbandonati a se stessi.
L’Ebola non è una novità. È nato nel 1976 all’Equatore, su questa stessa terra congolese, e ritorna mostruoso, brutale, implacabile; non uccide solo i corpi. Uccide la speranza. Instilla il dubbio, la paura, la disperazione. Oggi, Goma, Butembo, Beni e l’Ituri registrano nuovamente casi confermati.
Queste province, già martoriate dai gruppi armati, sono strette in una morsa tra il kalashnikov e il virus. E nel frattempo, Goma soffoca. L’aeroporto è chiuso da più di un anno. Il confine con il Ruanda, rifugio per migliaia di viaggiatori, è chiuso. Lo è anche la strada da Bunagana verso l’Uganda. Con tutte queste vie bloccate, la popolazione si ritrova rinchiusa con la morte. Nessuna via di fuga, nessuna possibilità di ricorso.
Ma la cosa più tragica è ciò che sta accadendo nelle menti. Le squadre umanitarie stanno perdendo la loro credibilità. A Butembo, la popolazione resiste, diffida, si chiude. E questa diffidenza è un veleno più rapido del virus stesso. Si diffonde, contamina, uccide. Perché quando lo Stato mente, quando la parola ufficiale tradisce, la gente si rifugia nelle voci. Micheline Kaghoma, in uno dei suoi post, questa giovane congolese e portavoce del sito web Pour Unicef, afferma: «Le epidemie spesso portano con sé due virus: quello della malattia e quello della disinformazione». È tristemente constatato che è il secondo a uccidere più rapidamente.
L’isolamento, le mascherine, le quarantene, tutte cose che spezzano i legami e allontanano dalle persone care. Questo popolo è allo stremo. È traumatizzato, è arrabbiato, è abbandonato. Gli si parla di protocolli, di misure, di cifre. Ma non lo si ascolta. Non lo si cura. Non lo si accompagna. Ci vuole più che gel disinfettanti e striscioni. Ci vuole una verità detta forte e chiara, una sensibilizzazione che rispetti la dignità, un accompagnamento umano che ridia fiducia.
L’Ebola ci ricorda una cosa semplice e terribile: l’umanità è fragile. E di fronte alla natura, di fronte alla morte, tutte le maschere cadono. Questo virus apre gli occhi, volenti o nolenti. Mostra ciò che producono l’abbandono, la negligenza e l’ingiustizia. Mostra che finché l’Est del Congo sarà trattato come una zona sacrificabile, nessuna epidemia sarà mai veramente sconfitta.
Preoccupati, silenziosi, gli occhi di questo popolo rivolti all’aldilà, almeno là non c’è l’EBOLA (S. Masivi).





