
Caro Enzo,
ho letto con curiosità e con un poco di stupore il tuo testo comparso su “Vita Pastorale” di maggio, col titolo: La liturgia è per unire, non per dividere.
Non metto in dubbio che tu possa soffrire per le cose che accadono nel mondo ecclesiale, sul piano liturgico come sul piano monastico. Io non credo però che la liturgia abbia bisogno di pacificazione: credo che questa visuale sia molto monastica, molto orientata da una prospettiva ecclesialmente troppo limitata e troppo selettiva.
Osserva un fatto: chiedono la “pace” solo i tradizionalisti e i monaci (ma quelli tradizionalisti). Per tutti gli altri il problema è invece opposto: la liturgia è troppo pacifica, troppo spenta, troppo irrilevante.
Guardando dal punto di vista del monaco, è facile ingigantire il problema, ma è altrettanto facile semplificare troppo la soluzione. Se chi vive di liturgia (come è ovvio che accada ai monaci) può ingigantire una certa differenza rituale, allo stesso tempo può trovare una soluzione molto semplice, rendendo compatibile e sopportabile ciò che non lo è. Nella “regola” i monaci trovano spesso una unità superiore anche alla liturgia, tanto da poter sopportare persino liturgie diverse…
Ma non è così per la tutta la Chiesa non monastica, per le parrocchie, per le diocesi, che sulla liturgia non possono dividersi, senza perdere la loro unità di fede e di vita. Gli altri non hanno una “regola” che li unifica!
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Trovo molto curioso che tu inizi dal tuo “dialogo” con papa Francesco. Ricordi giustamente come lui fosse preoccupato delle divisioni in liturgia, ma non guardava, lui, la cosa dal punto di vista monastico. Perciò è facile che ti dimentichi, ed è cosa piuttosto grave, che la decisione presa da Francesco, non certo di fretta, ma dopo ben 8 anni di pontificato, è stata esattamente quella di Giovanni XXIII e di Paolo VI.
Tu dici della preoccupazione di Francesco per la unità, ma non dici nulla del fatto che Francesco ha risolto questa sua preoccupazione nell’unico modo possibile: rendendo “una sola” la lex orandi. La pace è stata alterata dal parallelismo rituale autorizzato dall’alto. Se di questo non ti ricordi, puoi anche affermare che la mia posizione è “intransigente”. Però io dico esattamente quello che hanno detto Giovanni XXIII, Paolo VI Giovanni Paolo II e Francesco e per questo sarei intransigente?
Piuttosto mi sorprendo che tu possa dire che la “lex credendi non coincide con un rito”. È vero, la stessa fede cattolica può avere riti diversi. Questo accade però solo “tra Chiese diverse”, ma non “nella stessa Chiesa”. La Chiesa ambrosiana può avere la stessa fede della Chiesa romana, pur avendo riti diversi. Ma la Chiesa romana non può avere, allo stesso tempo, riti tra loro contraddittori, perché uno (quello nuovo) è nato proprio per correggere la forma precedente.
Alla fine del testo tu aggiungi un tocco personale, che credo sia molto importante: “La lex orandi della liturgia che pratico e vivo oggi è la stessa lex orandi che ho praticato servendo e vivendo messa dal 1949 al 1971 tutte le mattine con convinzione, fervore. È con quella messa che ho vissuto la vita cristiana, la vocazione monastica e per me è la stessa messa che vivo oggi”.
No, Enzo, in quello che dici c’è una chiara distorsione. Diciamo le cose giuste. Nessuno dubita che tu abbia vissuto nella fede cattolica sia negli anni 50 come oggi. Ma la storia non si vive “contemporaneamente”. Allora eri giovane, mentre ora sei diventato anziano. Sei sempre la stessa persona, lo stesso fedele, ma ora non sei più giovane e allora non eri ancora anziano. La unità della identità tua, mia, di tutti, non si trova rendendo contemporanee forme diverse di sé, ma accettando che allora non eri quello che ora sei e che ora non sei quello che eri allora.
Per questo non è giusto dire che “la lex orandi è la stessa”: È la stessa messa, ma con due “leges orandi” diverse. Allora usavi altri riti, altra lingua, altre forme. Poi, dopo il Concilio, non qualcuno a caso, ma la Chiesa romana, ha deciso che quelle forme, che tu come tutti gli altri avevate vissuto in piena buona fede, a causa dei loro limiti, fossero riformate. Da qui è nato, in piena continuità, il Nuovo rituale, che vincola tutti coloro che sono nella Chiesa cattolica romana.
Non puoi equiparare a te negli anni ’50 chi oggi usa quel rito 70 anni dopo: tu lo facevi in modo lecito, ora lo si fa in modo illecito. Usare il rito che tu usavi da giovane è una contestazione del Concilio e della storia: è, come ha detto papa Francesco, un problema di livello ecclesiologico.
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La soluzione che tu proponi ha un limite vistoso: dimentica che “aderire alle Costituzioni Conciliari”, cosa che tu pretenderesti da chi vuole usare il rito vecchio, implicherebbe obbedire alle parole di quelle costituzioni. Non si aderisce al Concilio con una autocertificazione vuota, o con una petizione di principio, o con un giuramente solenne. ma obbedendo a quanto dice.
In SC c’è scritto che occorre riformare i riti e si specifica come farlo. Come puoi pensare che chi celebra oggi con i riti del 1962 possa dare il suo assenso a un testo che gli chiede di non celebrare con quei riti? Tu sai rispondere a questa semplice domanda? O pensi che per non essere “intransigenti” si possa chiedere che l’assenso a un testo sia contemporaneo alla sua negazione? Dire si e dire no si equivalgono?
È vero, la tua proposta può trovare appoggio, in qualche modo, su quella lettera che il card. Parolin ha inviato ai vescovi francesi. Forse, per un diplomatico, è possibile dire, genericamente, una cosa insieme al suo contrario. Ma per lui, come per te, vale il principio di non contraddizione: se si vuole ammettere in linea generale il rito vecchio, si deve mettere in soffitta il Concilio Vaticano II.
Se si vuole camminare sulla via del Vaticano II, non si può ammettere l’uso universale del rito vecchio. Se tu confondessi con l’intransigenza la posizione pacata e pacificante di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Francesco, sarebbe per me motivo di grande stupore.
Se per fare la pace (intra moenia monasterii) fossimo disposti a negare il Concilio, saremmo del tutto fuori strada rispetto alla storia della Chiesa degli ultimi 60 anni: per dirla in breve, il monachesimo non sta sopra, ma sotto il Concilio, come tutta la Chiesa. E dalla Chiesa impara che la lex orandi non è questione di attaccamento, ma di fede.
- Pubblicato sul blog dell’autore Come se non (qui).






Ho la stessa età di Enzo Bianchi, ed a meno che si abbia più di 80 anni non si ha nessuna esperienza concreta di ciò che fosse nella pratica reale il vetus ordo missae. Facevo il chierichetto alla messa delle sei di mattina, in una chiesa buia, rispondevo in latino e saltellavo da una parte all’altra dell’altare spostando il messale, mentre le donne recitavano il rosario incuranti di quello che diceva il curato e si zittivano solo quando suonavo il campanello alla consacrazione. I nostalgici non sanno di che parlano. Però bandire del tutto il latino ed il canto gregoriano è stato un errore, avere preghiere e canti condivisi da tutta la cristianità al di sopra delle infinite lingue dei cattolici sarebbe stato bello soprattutto nei congressi , o quando si assiste alla messa nei viaggi all’estero.
Non mi sembra che le idee di Enzo Bianchi sulla liturgia siano una novità, perché egli le aveva esposte praticamente identiche nel novembre del 2022: (forse all’epoca furono meno notate?). Rileggere quell’articolo di tre anni e mezzo fa può forse essere utile per capire meglio la sua prospettiva, che non è mossa da nessuna nostalgia nei confronti del rito preconciliare (vedi per esempio ). In quest’ultimo articolo vedo solo un paio di cose nuove: la prima, il tono di chi sa che ormai ha ancora poco tempo da vivere; la seconda, il dolore lancinante di chi vede il cristianesimo, il motivo della sua vita, precipitare in Europa verso la scomparsa. Credo che in questa preoccupazione si possa, si debba concordare, e credo che si possa anche concordare verso l’insofferenza (anzi: la «rabbia») che Enzo Bianchi esprime verso il gergo ecclesialese secondo cui questo collasso è «un tempo favorevole al Vangelo». Per chi ha la pazienza di arrivare all’ultimo paragrafo dell’articolo, si tratta delle parole forse più drammatiche mai pronunciate da uno dei protagonisti (che piaccia o anche che non piaccia) del cattolicesimo italiano contemporaneo. Forse non si sentivano accenti paragonabili dai tempi di Sergio Quinzio, il quale però apocalitticamente parlava d’altro. Ovviamente si può dissentire dall’opinione secondo cui una maggiore tolleranza e benevolenza nei confronti dei «vecchi credenti» cattolici (mi si conceda questa terminologia stravagante) possa essere un minuscolo contributo di carità nei confronti del problema del collasso del cristianesimo, e fa benissimo Andrea Grillo ad esprimere le sue obiezioni. Ma il problema di Enzo Bianchi è questo: l’avvicinarsi precipitoso di un tempo in cui le dispute liturgiche in Europa si esauriranno semplicemente perché non ci sarà più nessuno a celebrare né la liturgia vecchia né quella nuova.
(Per chiarezza: non ho mai conosciuto personalmente Enzo Bianchi né frequentato Bose. Ho ancora però nella mia libreria tanti sobri fascicoli dattiloscritti, rilegati con una colla molto fragile, in cui leggevo cose bellissime e nuove introvabili altrove, editi da quella che si chiamava ancora «Comunità» di Bose. Intellettualmente sento quindi un debito.)
Sono saltati i link che avevo indicato, eccoli:
https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/2022/11/enzo-bianchi-la-comunione-ecclesiale.html
https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/2015/03/enzo-bianchi-i-50-anni-della-messa-in.html
Concordo pienamente, sia con le osservazioni di Grillo che dell’amico Giovanni. Grazie
Comunque leggendo il primo testo si vede una differenza fondamentale tra Bianchi e Grillo: il primo con i tradizionalisti ci ha pregato assieme, ci ha parlato ed ha anche fatto delle cose assieme, e quindi riesce a vederli non come un qualcosa di teorico, ma come persone e comunità con i loro pregi e difetti. Grillo a quanto pare no.
Ecco, forse invece di insultarci e stare nei nostri recinti dovremmo pregare assieme, confrontarci, mangiare assieme, capire cosa possiamo fare assieme. Questo magari risolverebbe il problema grave del fatto che entrambe le parti vedono i loro avversari come finti cattolici e la loro liturgia come cattiva.
Grillo cristallino
Se la pace passa per l’annientamento dell’interlocutore, che cos’è? Se qualche comunità argomenta motivi (non eretici né immorali) per mantenere un rito che è comunque cattolico, concederlo non è remissività: occorre certo normare queste fattispecie con la giustizia del pastore. Meglio la concordia che il logorio di screzi infiniti
Apprezzo molto Enzo Bianchi, sono “cresciuto” con lui, però questa volta non condivido la sua posizione, e me ne dispiace
Io invece concordo con Enzo Bianchi. Grillo è troppo polemico e ostacola i tentativi di trovare un accordo. La comunione ecclesiale è più importante delle preferenze per l’uno o l’altro rito. L’importante è che si accetti il Concilio Vaticano II. Nella storia, prima dell’uniformità fissata dal Tridentino (con l’eccezione del rito ambrosiano) le Chiese hanno avuto riti diversi: mozarabico, malabarico ecc.
Mi pare che tu non capisca la menzogna che scrivi. La polemica è inevitabile se sì scrivono menzogne. I riti diversi non sono della chiesa romana.
Ma ammettere che il nuovo rito ha preso una piega da mettersi le mani sui capelli è così difficile? Ammettere che un rito dignitoso e “bello” come quello vetus ordo sta attirando giovani e famiglie e ridando vita al cristianesimo altrove morto fa così tanto male? La Chiesa farebbe più bella figura ad ammettere errori piuttosto che perseverare in un cammino arido. Un minimo di onestà intellettuale.
PS: Il Concilio vaticano 2 è tradito ogni singolo giorno da liturgie vomitevoli e sciatte che nessuno ha mai e poi mai prescritto.
Il problema delle liturgie sciatte esisteva ed esiste anche nel vecchio rito, ed ho personalmente visto il Canone pregato in maniera criminale
Sicuramente. Sta di fatto che le comunutà tradizionali in ogni caso crescono mentre la Chiesa del postconcilio sta morendo. Una riforma della riforma, almeno in tema liturgico, mi pare inevitabile.
le liturgie sciatte o ben fatte dipendono da chi le fa piuttosto che dal rito …. dipendono dal celebrante e anche da chi gli sta intorno … due domeniche fa (6 di Pasqua) ho assistito ad una celebrazione con paramenti verdi (sic!) e con il cero pasquale spento in un angolo della chiesa. Il problema è l’ignoranza (della liturgia, del calendario, del Messale …) che fa mancare cura, rispetto e attenzione. Quello che però fa più impressione è che nessuno dei presenti si è accorto … solamente io …..
@nike
solo intorno a me sono morte tre messe Tradizionali, e una quarta (san Simeon Piccolo) non mi ha dato l’impressione di essere una comunità viva (anni fa avevano poster e santini nella loro chiesa, ora è tutto spoglio…). Le comunità tradizionali comunque rispondono al bisogno di tante persone che si sentono non a loro agio con la Messa nuova, ma non sono la soluzione unica e perfetta, e a molti non dicono niente…
@Paolo
uno dei debiti che ci portiamo dietro dal Preconcilio è il doppio fatto che:
– la gran parte dei fedeli ritiene che la liturgia sia solo compito del prete, e quindi non deve interessarsi minimamente dei dettagli, del perchè si fanno certe cose etc. Completa passività.
– molti preti e laici che ‘fanno’ la liturgia a mio avviso non sanno cosa stanno facendo e non sanno usare i libri liturgici. Non c’è manco l’interesse a fornire la cultura minima per renderli capaci di farlo.
Vabbeh, poi questi problemi emergono molto di più con il Novus Ordo che presuppone un prete o un ‘laico che presiede’ un minimo in grado di scegliere con coscienza tra varie opzioni, mentre il Vetus ti dice cosa fare in ogni istante
@nike
no il fatto è solo una tua opinione, la realtà è proprio il contrario.
Ho l’impressione che ci sia una confusione di termini. Le famiglie liturgiche cui lei allude, ambrosiano, bizantino, copto, si radicano in realtà storico-culturali e teologiche distinte, nate in ambienti ecclesiali differenti. Nel nostro caso siamo invece davanti alla riforma di una famiglia liturgica ben definita, il rito romano, dal Tridentino al Vaticano II.
La questione cruciale è però un’altra: il rito antico non fu mai formalmente abrogato. È su questo che si fonda la tesi di chi rivendica la legittimità permanente della forma precedente, ed è la stessa tesi che Benedetto XVI ha recepito in “Summorum Pontificum”, parlando di «forma straordinaria» dell’unico rito romano.
Ma anche accettando questo argomento, esso non porta dove i tradizionalisti vorrebbero. Se il mantenimento della forma antica era già una concessione pastorale, fatta per non imporre un passaggio traumatico, le restrizioni di “Traditionis Custodes” vanno lette nella stessa logica: sono anch’esse una concessione, il massimo sforzo per ridurre ulteriori lacerazioni, non il riconoscimento di una nuova famiglia liturgica parallela. Il problema è che quella concessione originaria è stata vissuta e rivendicata come tale, cioè come fondazione di un diritto acquisito permanente.
È proprio questo fraintendimento che rende oggi la situazione così difficile da gestire.
Mi pare che questo sia un sofisma ratzingeriano. Come ho scritto Giovanni xxiii e Paolo vi non hanno mai avuto dubbi sul fatto che una forma del rito romano SOSTITUISCE la precedente.
https://www.cittadellaeditrice.com/munera/giovanni-xxiii-e-paolo-vi-concordano-con-francesco-il-nuovo-ordo-e-stato-promulgato-perche-si-sostituisse-allantico/
Non comprendo il tono né la fretta. Il mio commento non difendeva la tesi tradizionalista: la assumeva come premessa per confutarla dall’interno, mostrando che nemmeno l’argomento della non-abrogazione formale porta dove i suoi sostenitori vorrebbero. Sarebbe bastato leggerlo fino in fondo.
L’espressione “SOFISMA RATZINGERIANO”, sottilmente dispregiativa, la dice lunga su uno stile inguaribilmente polemico e “divisivo” che, fortunatamente, è l’opposto della volontà conciliatrice e “comunionale” di papa Leone.
Lucido, preciso.
Sono d’accordo con il prof. Grillo e “compatisco” (nel senso migliore del termine) Bianchi. C’è un aspetto mancante, a mio avviso. Manca il dialogo. Nessuno parla con nessuno: i fautori del vecchio rito non parlano con gli altri e “gli altri” con loro. Al massimo in tre vanno dal Prefetto Fernandez, al massimo c’è stata una Commissione, ma tutto avviene tra i “piani alti”. Cosa accade esattamente nelle diocesi, chi lo sa? Che strumenti hanno i vescovi locali per parlare con i sacerdoti (giovani) fautori del vecchio rito e capire le loro motivazioni? Mi sembra che nessuno parli con nessuno e si tratti di una questione di “bandiera”. Mentre sul piano della “sostanza” si fa della “bandiera” la rivendicazione di una “eternità dei valori” (espressa da un rito, ma vi pare possibile?) che non esiste. E questo aspetto andrebbe indagato psicologicamente, per capire e intervenire sulle motivazioni. Ma non accadrà, perchè la ricerca delle motivazioni è bandita dalla Chiesa di oggi.
Apprezzo il fatto che si voglia dialogare ai ‘piani bassi’, un po’ meno che ci si concentri su ‘motivazioni psicologiche’ da indagare, che pure esistono e hanno il loro peso
Comunque a livello locale esisteva (e penso esista ancora) una fitta rete di legami tra la FSSPX, le comunitá tradizionaliste regolari e vari preti e fedeli ‘normali’. Per esempio é un segreto di pulcinella che la FSSPX organizzasse degli eventi a cui partecipavano vari sacerdoti diocesani, e in alcuni casi essi erano dedicati esplicitamente a loro.
Dal Vaticano II si è imposto anche il dialogo ecumenico, che sia verso i valdesi o verso i lefebvriani non fa molta differenza. Ci possono essere diversità che è giusto riconoscere, ma anche avere buoni rapporti di vicinato..
Senza offesa ma non risponde mai nessuno nemmeno qua dentro, perchè dovrebbe rispondere qualcuno fuori? Ognuno si fa la sua pagina, la sua fissa, la sua battaglia e la porta avanti da solo, non ha molto senso aspettarsi condivisione poi.